Il serpente non sta ancora salendo. È questo il dettaglio che quasi tutte le immagini moderne cancellano, impazienti di mostrarne il movimento lungo una colonna illuminata da sette ruote colorate. Nelle fonti tantriche che hanno dato forma alla dottrina, invece, Kuṇḍalinī è anzitutto una potenza raccolta, contratta, ripiegata su se stessa; qualcosa che appartiene alla costituzione più profonda dell'essere e che proprio per questo può rimanere ignorato durante un'intera esistenza. La sua quiete non è assenza di forza, così come un serpente immobile non ha perduto la capacità di scattare. È una concentrazione estrema, la Śakti cosmica divenuta presenza individuale, la potenza mediante cui l'universo si è dispiegato trattenuta ora dentro il microcosmo umano. Soltanto dopo, quando determinate pratiche ne provocano il risveglio, comincia il viaggio per cui diventerà famosa: il movimento verso l'alto, attraverso una fisiologia invisibile, fino al punto in cui la separazione fra la potenza e il principio da cui sembra essersi allontanata viene infine riassorbita.
Raccontata in questo modo, la storia appare familiare. Kuṇḍalinī dorme alla base della colonna vertebrale come un serpente avvolto tre volte e mezzo su se stesso, viene risvegliata dallo Yoga, entra nella Suṣumṇā, attraversa i chakra e raggiunge Śiva nel loto dai mille petali alla sommità del capo, producendo illuminazione, estasi e liberazione. È la versione che il XX secolo ha reso quasi universale, e possiede solide radici in specifiche tradizioni tantriche. Il problema nasce quando viene presentata come l'unica dottrina indiana di Kuṇḍalinī, identica in ogni epoca e già completamente formulata nei testi più antichi. La ricerca storica mostra qualcosa di più interessante: non è mai esistito un unico modello. Le fonti differiscono sulla collocazione della potenza, sulla struttura del corpo che attraversa, sui centri coinvolti, sui mezzi attraverso cui viene destata e persino sulla funzione che le viene attribuita. La moderna immagine del “Serpent Power” rappresenta uno dei rami più fortunati di una genealogia assai più ramificata.
Comprendere Kuṇḍalinī richiede allora di resistere alla tentazione di iniziare dai sette chakra. La sua storia comincia altrove, nel momento in cui alcune tradizioni tantriche śaiva cercano di pensare una medesima potenza in due direzioni opposte e simultanee: come forza attraverso cui il divino produce il mondo e come forza attraverso cui l'uomo può percorrere a ritroso quella produzione.
La potenza arrotolata
Il termine kuṇḍalinī appartiene alla famiglia semantica di ciò che è curvo, attorcigliato, avvolto, e la traduzione convenzionale di “potenza arrotolata” restituisce bene uno dei suoi significati fondamentali. Non è tuttavia necessario immaginare che l'associazione con il serpente sia stata presente fin dall'inizio in una forma immutabile. Le più antiche testimonianze riconoscibili del concetto appartengono al mondo tantrico medievale, soprattutto śaiva, e una delle fonti importanti per la sua prima formulazione è il Tantrasadbhāva, testo collocato attorno all'VIII secolo. È in questo ambiente che Kuṇḍalinī viene progressivamente definita come Śakti presente nell'essere umano e collegata tanto alla creazione cosmica quanto alla possibilità del ritorno yogico verso la condizione originaria. Shaman Hatley riassume precisamente questa doppia identità definendola la potenza cosmogonica del divino e, nello Yoga, la forza spirituale latente nell'essere umano.
Questa cronologia corregge un'affermazione ancora molto diffusa secondo cui la dottrina di Kuṇḍalinī, nella forma che oggi conosciamo, sarebbe già pienamente contenuta nei Veda o nelle prime Upaniṣad. Le fonti antiche possiedono certamente elementi che diventeranno fondamentali per le successive fisiologie yogiche: prāṇa, vie interne, ascese attraverso il corpo, concezioni della respirazione e del cuore, rapporti fra vita, cosmo e destino post mortem. Ma una tradizione può utilizzare materiali antichi senza che il sistema che li combina sia altrettanto antico. Le tradizioni tantriche riconoscibili come tali emergono soprattutto dalla metà del primo millennio dell'era comune; proiettare retroattivamente in epoca vedica la Kuṇḍalinī tantrica significa quindi confondere antecedenti con dottrina compiuta.
L'aspetto più importante della concezione originaria non è comunque la data, ma la sua dimensione cosmologica. Kuṇḍalinī non nasce come semplice riserva individuale di energia spirituale. È una modalità di Śakti, la potenza del divino capace di manifestare l'universo. Nella cosmologia tantrica la creazione può essere compresa come un processo di progressiva determinazione: dall'assoluto emergono livelli sempre più distinti di coscienza, parola, forma e materia, fino all'esperienza ordinaria nella quale il soggetto percepisce se stesso come separato dal mondo. La potenza che rende possibile questa espansione è la stessa che il praticante ritrova nel proprio corpo in una condizione raccolta e latente.
Il corpo umano diventa così una cosmologia compressa.
Ciò che fuori appare come universo, dentro appare come potenza.
Ed è precisamente questa corrispondenza a rendere intelligibile l'ascesa: Kuṇḍalinī non percorre semplicemente una strada verso l'alto, ma inverte la direzione della manifestazione. Se la Śakti cosmica ha dispiegato la molteplicità, la Śakti yogica può riassorbirla. L'ascesa attraverso il corpo ripercorre al contrario la discesa attraverso cui la coscienza illimitata era diventata esperienza individuale.
Il viaggio verticale è quindi anche una cosmologia percorsa a ritroso.
Il serpente e ciò che il serpente contiene
L'immagine serpentina è diventata talmente potente da sembrare quasi il significato stesso della parola. Nelle tradizioni tantriche, tuttavia, il serpente non deve essere ridotto alla moderna equazione “serpente uguale energia sessuale”. L'universo religioso dell'Asia meridionale possiede una ricchissima cultura dei serpenti e dei Nāga, esseri associati ad acque, tesori, potenza, fertilità, pericolo, regalità e conoscenze nascoste. Śiva stesso porta serpenti fra i propri attributi, mentre Viṣṇu riposa sul grande Śeṣa; veleno e immortalità, morte e rigenerazione possono trovarsi sorprendentemente vicini nell'immaginario serpentino indiano.
Kuṇḍalinī eredita una parte di questo campo simbolico, ma il motivo più immediato rimane la sua condizione avvolta. Il serpente arrotolato offre un'immagine perfetta di una forza che occupa pochissimo spazio proprio perché contiene la possibilità di un movimento molto più ampio. Quando si distende, ciò che era circolare diventa verticale; quando si risveglia, ciò che era concentrato comincia a percorrere il corpo.
Non tutte le fonti, però, la collocano esattamente nello stesso luogo. La versione oggi più nota situa Kuṇḍalinī all'ingresso inferiore del canale centrale, nella regione che successivamente verrà associata al Mūlādhāra, alla base del tronco. Ma le tradizioni Kaula medievali possono localizzarne il punto di riposo in regioni differenti, comprese zone addominali e, in alcune formulazioni, il cuore. Anche la posizione del canale centrale e l'organizzazione dei centri non sono uniformi. L'immagine universale della dea-serpente depositata esattamente alla base anatomica della colonna appartiene quindi a una particolare standardizzazione di materiali storicamente più fluidi.
Lo stesso vale per le celebri tre spire e mezzo. La figura appartiene a tradizioni importanti e diventerà particolarmente nota attraverso il sistema descritto nel Ṣaṭcakranirūpaṇa, ma non costituisce la necessaria descrizione di ogni Kuṇḍalinī tantrica. La metà di una quarta spira è stata interpretata in molti modi, collegandola a stati della parola, alla manifestazione, al tempo o alla condizione da cui comincia l'ascesa; il significato dipende dal sistema commentariale adottato e non dovrebbe essere trasformato in un dato anatomico.
È forse più utile comprendere ciò che la spirale rende visibile: la potenza è già presente nella persona, ma nella condizione ordinaria non procede lungo la via che conduce alla liberazione.
È raccolta nel modo in cui la vita ordinaria è raccolta attorno a se stessa.
Suṣumṇā e la strada che normalmente rimane chiusa
La fisiologia dell'ascesa richiede un corpo diverso da quello che vediamo.
Nelle anatomie yogico-tantriche troviamo una rete di nāḍī, vie sottili attraverso cui si muovono prāṇa, venti o potenze. Fra queste assume progressivamente un'importanza decisiva Suṣumṇā, il canale centrale, attorno al quale le tradizioni successive organizzeranno buona parte del processo di Kuṇḍalinī. Accanto a esso diventano famose Idā e Piṅgalā, frequentemente associate a polarità lunari e solari e ai normali movimenti della vitalità.
Non bisogna però immaginare che questa struttura sia rimasta immutata attraverso tutti i testi. I percorsi, i punti di origine, i rapporti fra i canali e persino i loro nomi variano. Ciò che emerge con sufficiente chiarezza è una logica comune a numerose forme dello Yoga medievale: l'attività vitale ordinaria segue percorsi che mantengono la condizione ordinaria della coscienza; la pratica cerca invece di interrompere quella circolazione, raccogliere i venti e introdurli nella via centrale.
La centralità di Suṣumṇā è quindi soteriologica prima di essere anatomica.
È una strada che conduce fuori dall'abitudine.
Kuṇḍalinī, nella forma classica del racconto, chiude o custodisce l'ingresso di questa via finché la pratica non produce le condizioni necessarie al suo risveglio. Una volta destata, si raddrizza e risale. In altre tradizioni, però, la relazione può essere sorprendentemente diversa: esistono persino sistemi vaiṣṇava nei quali ciò che viene chiamato Kuṇḍalinī assume la funzione di un ostacolo che ostruisce il canale centrale e deve essere rimosso affinché il prāṇa possa salire. È un dettaglio prezioso, perché dimostra quanto sia rischioso trasformare la parola in una sostanza universale sempre identica a se stessa.
Il modello più influente rimane naturalmente quello in cui Kuṇḍalinī stessa ascende. Nel percorso vengono incontrati diversi centri, i cakra, e il movimento attraverso di essi può essere descritto come dissoluzione progressiva degli elementi e delle condizioni che costituiscono l'esperienza limitata. Terra, acqua, fuoco, aria e altri principi vengono simbolicamente o ritualmente riassorbiti nella causa che li precede; ciò che era diventato grossolano ritorna sottile, e il praticante riproduce nel proprio corpo una specie di dissoluzione controllata del cosmo.
In alcune fonti la radicalità di questo processo porta a rappresentarlo quasi come una morte volontaria, seguita da una ricostruzione del corpo attraverso l'amṛta, il nettare d'immortalità. Altrove l'accento cade meno sulla dissoluzione e più sull'estasi dell'unione, sulla conoscenza o sulla trasformazione dell'identità. La ricerca più recente ha sottolineato proprio la pluralità di queste narrazioni e l'impossibilità di ridurre Kuṇḍalinī a una sola esperienza canonica.
Śakti sale verso Śiva, ma non verso qualcuno che le sia estraneo
La rappresentazione più celebre dell'ascesa mostra Kuṇḍalinī Śakti che raggiunge Śiva al vertice del corpo. È una scena potentissima e, letta superficialmente, sembra raccontare l'unione di due principi precedentemente separati: femminile e maschile, materia e spirito, energia e coscienza.
La pagina precedente ha mostrato perché questa interpretazione sia insufficiente per le correnti tantriche non dualiste.
Se Śakti è la potenza intrinseca di Śiva, non è mai esistito un momento metafisico nel quale i due fossero realmente separati. La distanza corporea fra la potenza collocata inferiormente e Śiva rappresentato superiormente appartiene alla condizione del praticante, non alla realtà assoluta. L'ascesa rende esperibile una ricomposizione che sul piano più profondo è in realtà un riconoscimento.
La Śakti ritorna a Śiva perché era Śiva nel proprio dinamismo fin dall'inizio.
Questo paradosso consente di leggere diversamente l'intera anatomia. La parte inferiore del corpo non rappresenta necessariamente una materia malvagia dalla quale bisogna scappare per raggiungere uno spirito puro situato nella testa. Il movimento ascendente riorganizza ritualisticamente e yogicamente una realtà che, secondo la teologia non dualista, rimane in ogni sua parte manifestazione della coscienza. Il vertice è simbolicamente privilegiato non perché il resto dell'organismo sia ontologicamente estraneo al divino, ma perché il percorso di riassorbimento viene costruito come ritorno dalla differenziazione all'unità.
Questa distinzione diventa ancora più importante quando Kuṇḍalinī viene interpretata in termini sessuali.
È certamente vero che alcune tradizioni tantriche collegano il corpo sottile a fluidi sessuali, piacere, potenza generativa e pratiche nelle quali la sessualità possiede una funzione rituale. È altrettanto vero che il serpente può assumere una evidente simbologia fallica in determinati contesti. Ma ridurre Kuṇḍalinī alla libido significa isolare un elemento e renderlo spiegazione di tutto il sistema.
La potenza è più ampia della sessualità perché la sessualità stessa, nella cosmologia tantrica, è soltanto una delle forme attraverso cui la potenza agisce.
Kuṇḍalinī non è il desiderio sessuale sublimato.
Può attraversarlo.
Mantra, respiro, sigilli e risveglio
Le tradizioni che elaborano Kuṇḍalinī non la considerano generalmente una forza che debba essere destata mediante semplice desiderio cosciente. Il processo appartiene a una disciplina più vasta, spesso iniziatica, nella quale maestro, mantra, visualizzazione e trasformazione del respiro svolgono funzioni essenziali.
Nei sistemi tantrici antichi e medievali l'attivazione della potenza può dipendere soprattutto da meditazione, mantra, rituale e trasmissione iniziatica. In alcune correnti Śaiva assume grande importanza lo śaktipāta, la “discesa della potenza”, cioè la grazia attraverso cui la Śakti divina irrompe nel praticante e rende possibile la trasformazione. La direzione dell'esperienza è, in questo caso, particolarmente interessante: mentre il racconto di Kuṇḍalinī enfatizza l'ascesa dal basso, la potenza iniziatica può anche essere concepita come qualcosa che discende, mostrando ancora una volta come il simbolismo tantrico non si riduca a un'unica freccia verticale.
Con lo sviluppo dello Haṭha Yoga, soprattutto a partire dal periodo medievale, tecniche fisiche diventano sempre più strettamente connesse al tentativo di controllare i processi sottili. Prāṇāyāma, ritenzioni del respiro, mudrā e bandha vengono utilizzati per intervenire sui venti vitali, preservare o invertire sostanze considerate essenziali, aprire il canale centrale e, nelle tradizioni che adottano pienamente il modello, destare Kuṇḍalinī. La ricerca storica colloca proprio nello sviluppo dello Haṭha Yoga medievale una nuova integrazione fra modelli visionari tantrici e tecniche corporee ascetiche, rendendo possibile una concezione del risveglio ottenuto non soltanto mediante meditazione ma anche attraverso operazioni fisiche sul respiro e sul corpo.
È un passaggio fondamentale, perché il moderno “Kundalini Yoga” erediterà soprattutto questa idea di una potenza che può essere sollecitata tecnicamente.
Ma anche qui la continuità non è perfetta. Le prime forme dello Haṭha Yoga non erano necessariamente organizzate attorno a Kuṇḍalinī: alcune lavoravano soprattutto con bindu, respiro e inversione dei processi che conducevano alla morte. Il modello del serpente ascendente venne progressivamente incorporato e divenne sempre più dominante, ma la storia mostra ancora una volta una convergenza di tecnologie differenti piuttosto che la semplice trasmissione di un sistema già completo.
Questo dovrebbe rendere sospetta ogni affermazione secondo cui una singola tecnica contemporanea costituirebbe “il metodo originario” per risvegliare Kuṇḍalinī.
Non possediamo un metodo originario.
Possediamo genealogie di pratiche.
Cakra: ciò che Kuṇḍalinī attraversa cambia secondo la mappa
Il viaggio della potenza viene quasi sempre rappresentato oggi attraverso sette chakra, ma la pagina successiva mostrerà quanto questa immagine sia storicamente recente nella forma standardizzata che conosciamo.
Per Kuṇḍalinī la conseguenza è immediata: se cambia la mappa dei chakra, cambia anche il viaggio.
Le tradizioni tantriche possiedono sistemi di centri differenti per numero, posizione e funzione. Alcune delle forme che contribuirono maggiormente alla successiva immagine della potenza ascendente emergono negli ambienti Kaula, compresa la tradizione di Kubjikā. È particolarmente significativo che Kubjikā stessa significhi “incurvata” o “gobba”: la dea e la potenza arrotolata partecipano di un medesimo campo simbolico della curvatura, della contrazione e del successivo dispiegamento.
Il sistema divenuto celebre in Occidente attraverso il Ṣaṭcakranirūpaṇa, composto nel XVI secolo da Pūrṇānanda, descrive sei chakra lungo l'asse corporeo e il sahasrāra, il loto dai mille petali, in posizione superiore. Sarà soprattutto la traduzione e interpretazione pubblicata da John Woodroffe, sotto lo pseudonimo di Arthur Avalon, in The Serpent Power, a trasformare questo particolare sistema in una delle rappresentazioni dominanti del Tantra occidentale. L'opera dedicava ampio spazio proprio al Ṣaṭcakranirūpaṇa, facendolo conoscere a un pubblico al quale sarebbe progressivamente apparso non come una mappa possibile ma come la mappa del corpo sottile.
In quella struttura Kuṇḍalinī riposa inferiormente e attraversa successivamente i centri, sciogliendo o superando i nodi che impediscono la completa ascesa. L'immaginario successivo aggiungerà ai chakra colori standard, qualità psicologiche, ghiandole endocrine, note musicali, pietre e frequenze; gran parte di queste attribuzioni non appartiene però al testo tantrico che rese famosa la struttura.
La potenza rimane.
Il corpo intorno a lei cambia quasi a ogni epoca che lo interpreta.
Il fuoco e il nettare
Il serpente è soltanto una delle immagini attraverso cui Kuṇḍalinī viene compresa. Un'altra, forse altrettanto importante, è il fuoco.
Il corpo yogico medievale è frequentemente organizzato attraverso polarità fra calore e freschezza, sole e luna, consumo e conservazione, fuoco digestivo e nettare immortale. In determinate concezioni, la vita ordinaria è già un lento processo di dissipazione: il principio solare consuma, il tempo divora, le sostanze vitali discendono e vengono perdute. Lo Yoga interviene invertendo questa economia.
Kuṇḍalinī può allora essere pensata come potenza ignea capace di risalire là dove normalmente qualcosa discende. L'analogia buddhista con caṇḍālī, “la focosa” o “la fiera”, mostra quanto profondamente l'immagine del calore appartenga alle fisiologie tantriche dell'ascesa; le tradizioni buddhiste svilupperanno tuttavia sistemi propri, che non devono essere semplicemente chiamati Kuṇḍalinī hindu con un altro nome.
Al vertice del processo compare spesso il nettare, amṛta, sostanza dell'immortalità associata alla sfera lunare e alle regioni superiori del corpo. Quando la potenza raggiunge la sommità, il nettare può essere descritto come liberato e fatto ridiscendere, irrigando il corpo trasformato. La direzione iniziale viene così invertita una seconda volta: prima la Śakti sale, poi l'immortalità discende.
Il corpo diventa alambicco.
Fuoco sotto.
Nettare sopra.
Fra i due, una via che deve essere aperta.
Non sorprende che la storia di Kuṇḍalinī si intrecci in alcuni ambienti con l'alchimia indiana. Il processo di perfezionamento del corpo e quello attraverso cui sostanze minerali vengono purificate possono rispecchiarsi: ciò che accade nel metallo può essere pensato come analogo a ciò che accade nello yogin. Il corpo, ancora una volta, non è semplicemente contenitore della pratica; è la materia che deve essere trasformata.
Siddhi e liberazione
La divulgazione contemporanea tende a presentare il risveglio di Kuṇḍalinī quasi esclusivamente come espansione della coscienza, ma le fonti tantriche e yogiche inseriscono il processo in un universo nel quale liberazione e potere non sono sempre rigidamente separati.
L'ascesa può essere associata a esperienze contemplative, conoscenza, beatitudine e riconoscimento della natura divina, ma anche all'emergere di siddhi, capacità straordinarie attribuite allo yogin. La tradizione indiana conosce numerose classificazioni di tali poteri, dall'acquisizione di conoscenze eccezionali al controllo di processi corporei o a facoltà apertamente sovrannaturali; la loro valutazione cambia secondo le scuole, perché possono essere considerati segni del progresso oppure distrazioni capaci di trattenere il praticante.
Kuṇḍalinī appartiene quindi a una cultura religiosa nella quale l'efficacia non deve essere necessariamente nascosta dietro una interpretazione puramente psicologica.
La potenza deve essere potente.
Questo non significa che le siddhi descritte dai testi siano scientificamente dimostrate. Significa che cancellarle per rendere Kuṇḍalinī più accettabile alla sensibilità contemporanea altera le fonti esattamente quanto trasformarla in un fenomeno elettromagnetico.
La tradizione afferma qualcosa di più ambizioso.
La ricerca storica deve permetterle di dirlo prima di decidere che cosa farne.
Quando il serpente incontrò l'elettricità
La modernità cambia radicalmente il linguaggio.
Fra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, quando concetti yogici e tantrici cominciano a circolare intensamente nel mondo anglofono, Kuṇḍalinī viene interpretata attraverso magnetismo, elettricità, sistema nervoso, evoluzione e psicologia. Non è soltanto l'Occidente a compiere questa trasformazione: intellettuali indiani impegnati nel dialogo con la scienza e con il pubblico coloniale partecipano attivamente alla costruzione di nuovi modelli.
Swami Vivekananda svolge un ruolo fondamentale. Nel suo Raja Yoga del 1896 presenta Kuṇḍalinī entro una fisiologia nella quale prāṇāyāma, correnti nervose ed elettricità possono essere accostati, contribuendo alla convinzione moderna che il linguaggio tantrico nascondesse una forma anticipata di neurofisiologia. La stessa tendenza porterà alcuni autori a identificare i chakra con plessi nervosi e i canali sottili con strutture del sistema nervoso; Vasant Rele arriverà nel XX secolo a identificare Kuṇḍalinī con il nervo vago, interpretazione storicamente significativa ma non confermata dall'anatomia o dalla fisiologia contemporanea.
È in questo stesso clima che The Serpent Power di Arthur Avalon assume una funzione decisiva. Pubblicato nelle prime decadi del Novecento e costruito anche grazie alla collaborazione con studiosi e praticanti bengalesi, il libro traduce e commenta testi śākta e tenta esplicitamente di opporsi ad alcune interpretazioni teosofiche che, secondo Woodroffe, avevano importato nelle categorie indiane significati propri dell'esoterismo occidentale. Il paradosso è che proprio quell'opera contribuirà enormemente alla successiva globalizzazione del modello di Kuṇḍalinī che desiderava presentare in modo più fedele alle fonti.
Il serpente tantrico era ormai entrato in un altro universo simbolico.
E lì incontrò il caduceo.
Il caduceo che non era Kuṇḍalinī
Poche immagini mostrano meglio la costruzione moderna delle corrispondenze.
Due serpenti si intrecciano attorno a un'asta centrale. Per chi conosce Suṣumṇā, Idā e Piṅgalā, la somiglianza sembra irresistibile. L'occultismo teosofico fra XIX e XX secolo cominciò così a leggere il caduceo di Ermes come rappresentazione occidentale della stessa anatomia sottile indiana: l'asta divenne Suṣumṇā, i serpenti laterali Idā e Piṅgalā, e la loro ascesa una versione mediterranea del viaggio di Kuṇḍalinī.
Storicamente, l'identificazione non regge come testimonianza di un'origine comune dimostrata. Il caduceo possiede una propria storia greca e mediterranea, mentre i canali del corpo yogico appartengono a genealogie indiane differenti. Ciò che nasce nell'occultismo moderno è una comparazione simbolica, non la prova che Ermete insegnasse segretamente Kuṇḍalinī Yoga. La ricerca contemporanea sulla globalizzazione del concetto mostra quanto la sintesi fra serpenti indiani, simbolismo ermetico, alchimia e Teosofia abbia contribuito a creare l'immagine universale che oggi sembra precedere tutte le tradizioni da cui è stata invece costruita.
Lo stesso processo spiega perché Kuṇḍalinī venga ormai collegata così facilmente a DNA, campi elettromagnetici, frequenze cerebrali e sistemi endocrini. L'immagine del serpente è diventata una macchina comparativa: ogni struttura verticale o spiraliforme può essere letta come conferma del medesimo principio.
La somiglianza può essere suggestiva.
Non sostituisce la genealogia.
Jung e il serpente psicologico
Nel 1932 Carl Gustav Jung dedica a Kuṇḍalinī Yoga un celebre seminario che eserciterà una influenza enorme sulla lettura psicologica occidentale del sistema. Jung non cerca semplicemente di diventare commentatore di un Tantra indiano; utilizza la cosmologia dei chakra per pensare il proprio problema della trasformazione psichica.
Il movimento di Kuṇḍalinī diventa allora interpretabile come processo di individuazione. I diversi livelli del corpo sottile possono rappresentare regioni della psiche, e l'ascesa diventa un attraversamento di forme di coscienza progressivamente meno vincolate all'Io ordinario. Sonu Shamdasani ha mostrato come l'incontro con Kuṇḍalinī non servì soltanto a Jung per tradurre un sistema orientale in categorie occidentali già formate, ma contribuì anche a modificare il modo in cui egli stesso pensava la topografia psichica e il rapporto fra individuo e inconscio collettivo.
La lettura è importante.
Non è però la spiegazione storica del Tantra.
Kuṇḍalinī non nasce come metafora dell'individuazione junghiana, né i chakra sono stati costruiti per rappresentare archetipi della psicologia analitica. Jung realizza una interpretazione comparativa moderna, estremamente influente proprio perché consente al lettore occidentale di incontrare l'ascesa senza dover accettare letteralmente la fisiologia sottile.
Da quel momento il serpente può essere contemporaneamente Śakti e inconscio.
Il passaggio è decisivo perché prepara la successiva nozione di risveglio di Kuṇḍalinī come crisi psicospirituale.
Il “risveglio spontaneo” e la nascita di una nuova esperienza
La letteratura contemporanea abbonda di racconti nei quali Kuṇḍalinī si risveglia spontaneamente, talvolta senza alcuna formazione tantrica o yogica: calore che sale lungo il corpo, tremori, pressioni, movimenti involontari, alterazioni percettive, esperienze visionarie, cambiamenti emotivi improvvisi, sensazioni di espansione o perdita dei confini individuali vengono riuniti sotto un'unica interpretazione.
È importante distinguere nuovamente fenomenologia e cosmologia.
Esperienze corporee e psicologiche intense durante meditazione e altre pratiche contemplative sono documentate, e la ricerca contemporanea ha raccolto resoconti di sensazioni di energia, vibrazione, calore, movimenti e alterazioni percettive che i praticanti interpretano secondo differenti cornici religiose. Esistono anche casi nei quali esperienze definite Kuṇḍalinī risultano difficili da distinguere da stati psicopatologici o si accompagnano a notevole sofferenza; la letteratura clinica rimane tuttavia limitata e non dimostra l'esistenza di una specifica forza sovrafisica identificabile come causa.
La parola “Kuṇḍalinī” può quindi funzionare oggi anche come cornice interpretativa attraverso cui sensazioni insolite vengono organizzate in una narrazione coerente. Una persona che possiede già quella mappa può riconoscere come “energia che sale” ciò che un'altra descriverebbe come calore, attivazione autonoma, parestesia o esperienza meditativa. Ciò non significa che l'esperienza sia falsa; significa che l'esperienza e la spiegazione non sono la stessa cosa.
Il fenomeno diventa particolarmente delicato quando qualsiasi disagio psicologico viene interpretato automaticamente come purificazione spirituale. In presenza di sintomi intensi, persistenti o invalidanti, un'interpretazione religiosa non dovrebbe escludere una valutazione medica o psicologica. La tradizione stessa, del resto, non presentava il lavoro con Kuṇḍalinī come un esperimento casuale compiuto senza preparazione: maestro, disciplina, gradualità e conoscenza della pratica appartenevano al contesto che la rendeva intelligibile.
L'idea moderna secondo cui risvegliare Kuṇḍalinī il più rapidamente possibile sarebbe sempre desiderabile appartiene molto più al mercato contemporaneo dell'esperienza spirituale che alle cautele delle tradizioni iniziatiche.
Un'energia, ma non nel senso della fisica
La parola energia accompagna oggi Kuṇḍalinī con tale regolarità che sembra quasi impossibile definirla altrimenti. È comprensibile: Śakti significa potenza, capacità di agire, ed “energia” restituisce intuitivamente una parte di questa dinamica.
Il problema nasce quando il vocabolo cambia registro senza dichiararlo.
In fisica, energia indica una grandezza precisamente definita e misurabile. La Kuṇḍalinī delle tradizioni tantriche non è stata identificata come una forma di energia fisica separata, misurabile in joule, né esistono evidenze scientifiche condivise di una corrente che risalga attraverso Suṣumṇā o attraversi chakra anatomici. Le identificazioni con elettricità nervosa, nervo vago, liquido cerebrospinale o campi elettromagnetici appartengono a interpretazioni moderne e non hanno stabilito una equivalenza scientificamente accettata. La storia del concetto mostra anzi quanto tali letture siano state influenzate dalle scienze e dalle tecnologie disponibili nelle diverse epoche.
Questo non obbliga a espellere la parola energia dal linguaggio esoterico.
Richiede soltanto precisione.
Quando una tradizione parla di Śakti, sta formulando un'affermazione metafisica e rituale.
Quando un praticante riferisce una corrente di energia nel corpo, sta descrivendo un'esperienza.
Quando la fisica misura energia, utilizza un concetto quantitativo.
Le tre cose possono essere messe in dialogo.
Non diventano automaticamente la stessa cosa.
Una dea trasformata in processo evolutivo
Il Novecento aggiunge infine un'altra trasformazione. Kuṇḍalinī non è più soltanto forza di liberazione individuale all'interno di un sistema tantrico; diventa progressivamente energia evolutiva dell'umanità.
Vivekananda contribuisce a universalizzare il concetto interpretando differenti vie religiose come capaci, in modi diversi, di condurre al medesimo risveglio. Sivananda svilupperà ulteriormente questa visione, facendo di Kuṇḍalinī un principio centrale non soltanto del Tantra ma dell'intero percorso yogico. Paramahansa Yogananda inserirà un modello affine nella propria reinterpretazione del Kriyā Yoga, mentre altri maestri del XX secolo diffonderanno la nozione in ambienti molto lontani dalle linee tantriche medievali.
Gopi Krishna, attraverso il racconto della propria esperienza pubblicato e ripreso internazionalmente nel secondo Novecento, contribuirà poi in maniera decisiva all'immagine di Kuṇḍalinī come forza biologica ed evolutiva capace di produrre tanto trasformazioni straordinarie quanto crisi profonde. La psicologia transpersonale e la cultura alternativa degli anni Sessanta e Settanta raccoglieranno questa interpretazione, fino a trasformare il “Kundalini awakening” in una categoria quasi autonoma rispetto alle tradizioni da cui il termine proveniva. La ricerca storica più recente insiste precisamente sulla necessità di seguire queste trasformazioni globali invece di presupporre che il racconto moderno sia la semplice sopravvivenza di un'unica dottrina antica.
Persino ciò che oggi viene commercializzato sotto il nome Kundalini Yoga appartiene a questa storia moderna e non deve essere automaticamente identificato con le pratiche medievali attraverso cui Kuṇḍalinī entrò nello Haṭha Yoga. Il nome è rimasto, mentre il sistema rituale, l'autorità, le sequenze pratiche e la cornice teologica sono cambiati.
È un fenomeno che incontreremo più estesamente nell'ultima pagina della sezione.
Qui basta osservare ciò che è accaduto alla dea-serpente: da potenza cosmica di specifiche tradizioni tantriche è diventata, progressivamente, principio universale della spiritualità umana.
Ciò che sale non è sempre la stessa cosa
Forse il modo migliore di liberarsi dall'immagine troppo uniforme di Kuṇḍalinī consiste nel guardare alle altre cose che, nei testi yogici e tantrici, possono salire lungo il corpo.
Può salire il prāṇa.
Può salire il jīva.
Può essere invertito il bindu.
Può essere guidata la potenza del mantra.
Il Buddhismo tantrico può lavorare con Caṇḍālī.
Alcune tradizioni parlano di Śakti-Kuṇḍalinī.
Altre organizzano il processo senza fare di lei il centro assoluto.
La sovrapposizione moderna di tutti questi modelli ha prodotto una narrazione semplice, nella quale ogni tecnica yogica sarebbe in fondo destinata a risvegliare la stessa energia serpentina. Le fonti mostrano invece tecnologie differenti del corpo, capaci nel tempo di influenzarsi e convergere.
Questa pluralità non indebolisce Kuṇḍalinī.
Le restituisce profondità.
Significa che non stiamo guardando una credenza fossilizzata, ma un simbolo capace di attraversare secoli di trasformazioni perché può tenere insieme questioni molto diverse: creazione del cosmo, potenza della parola, respirazione, sessualità, morte, immortalità, conoscenza, corpo, estasi e liberazione.
Il serpente è riuscito a contenere tutte queste cose proprio perché non è mai stato soltanto un serpente.
L'ascesa come inversione
Rimane infine il gesto fondamentale.
Qualcosa che abitualmente rimane raccolto comincia a salire.
Il corpo ordinario è organizzato dalla dispersione: i sensi si dirigono verso gli oggetti, il respiro sostiene l'attività, il desiderio procede verso ciò che manca, la coscienza si frammenta fra percezioni e pensieri, la vita consuma lentamente le proprie risorse. Le tecnologie yogiche intervengono su questa direzione e tentano di invertirla, costringendo ciò che normalmente si espande verso l'esterno a raccogliersi lungo un asse interno.
Kuṇḍalinī rende visibile questa inversione.
Il serpente arrotolato si distende.
La potenza che aveva prodotto molteplicità ritorna verso l'unità.
Gli elementi vengono riassorbiti.
Il corpo diventa cosmo e il cosmo viene dissolto dentro il corpo.
La Śakti inferiore raggiunge Śiva superiore, soltanto perché il praticante possa comprendere che inferiore e superiore appartenevano già alla stessa realtà.
È qui che l'immagine acquista una forza che la sua trasformazione in semplice “energia” rischia di attenuare. Kuṇḍalinī non rappresenta soltanto qualcosa che possediamo e che sarebbe desiderabile avere in quantità maggiore. È un modello della condizione umana: una potenza immensa contratta nella forma limitata dell'individuo, capace di prendere per definitiva proprio quella limitazione finché un processo radicale non ne modifica l'orientamento.
Nella lettura psicologica, si può vedere in questa immagine la trasformazione di strutture inconsce, l'emergere di contenuti profondi, la riorganizzazione dell'identità o il passaggio attraverso stati di coscienza differenti. Sono interpretazioni possibili e talvolta feconde, purché non vengano attribuite retroattivamente ai maestri tantrici.
Nella lettura religiosa ed esoterica, invece, il processo è più forte: non si tratta soltanto di rappresentare una trasformazione interiore, ma di operare realmente sulla potenza divina presente nel corpo, facendo della fisiologia sottile il luogo nel quale liberazione e cosmologia coincidono.
La scienza contemporanea non dispone di evidenze che confermino l'esistenza di Kuṇḍalinī come forza fisica misurabile. La storia, al contrario, può mostrare con notevole precisione come questa potenza sia stata immaginata, praticata e trasformata.
Ed è forse proprio mantenendo entrambe le cose che il simbolo conserva il proprio spessore.
Il serpente non ha bisogno di diventare elettricità per essere preso sul serio.
La domanda più interessante rimane quella che i testi avevano collocato nel corpo molto prima che qualcuno tentasse di identificarne il voltaggio: che cosa accade quando la potenza attraverso cui siamo diventati ciò che crediamo di essere viene costretta a percorrere la strada nella direzione opposta?


