Non sempre ciò che sappiamo di dover fare coincide con ciò che riusciamo a volere. Possiamo costruire una vita coerente e avvertire, senza una ragione immediatamente visibile, che qualcosa ha smesso di aderirvi; oppure desiderare con forza una direzione e scoprire che una parte di noi continua a opporvisi. Talvolta il conflitto è evidente, altre volte assume forme più discrete: perdita di interesse, inquietudine, sogni insistenti, decisioni continuamente rimandate, un senso di estraneità davanti a ciò che fino a poco tempo prima sembrava appartenere perfettamente alla nostra identità.
La spiritualità contemporanea possiede una parola pronta per descrivere molti di questi momenti: disallineamento.
Si dice che non siamo più allineati con il nostro vero Sé, con la nostra energia, con la nostra missione, con ciò che siamo venuti a fare. La soluzione, di conseguenza, sembrerebbe consistere nel ritrovare l’allineamento: ascoltare la voce interiore, rimuovere ciò che interferisce, tornare al centro e lasciare che la vita riprenda a scorrere nella direzione corretta.
L’immagine è intuitiva. Proprio per questo merita di essere interrogata.
Nella psicologia analitica esiste effettivamente un problema che, a prima vista, può ricordare molto questa idea: la relazione fra l’Io e il Sé. L’Io costituisce il centro della coscienza, mentre il Sé indica una totalità psichica più ampia che comprende coscienza e inconscio. Parlare della loro relazione significa quindi chiedersi quanto la vita cosciente sia capace di rimanere in contatto con ciò che la psiche produce oltre le intenzioni dell’Io.
L’espressione asse Ego-Sé non appartiene però semplicemente al vocabolario originario di Jung come una formula già conclusa. Fu sviluppata soprattutto nella tradizione post-junghiana, in particolare da Erich Neumann, e acquistò ulteriore rilievo nell’opera di Edward F. Edinger, che la utilizzò per descrivere il rapporto vitale fra il centro della coscienza e la personalità più vasta rappresentata dal Sé.
È precisamente questa relazione, più che una presunta armonia permanente, a interessarci.
Perché un asse non elimina la distanza fra due poli.
La rende percorribile.
Una connessione, non una fusione
Se l’Io e il Sé coincidessero, non sarebbe necessario parlare della loro relazione.
L’Io non è una piccola porzione difettosa della personalità destinata a essere assorbita da un centro spirituale più elevato. È il luogo dal quale la coscienza può riconoscere qualcosa, valutarlo, confrontarlo con la realtà e decidere come rispondervi. Il Sé, nella prospettiva junghiana, comprende invece una totalità che non può diventare integralmente cosciente.
Fra i due esiste dunque una differenza strutturale.
Questa differenza impedisce di pensare il processo interiore come una semplice fusione.
Quando l’Io incontra qualcosa che proviene da una regione più ampia della psiche, non dovrebbe né respingerlo automaticamente né identificarsi completamente con esso. Deve stabilire una relazione. Un sogno può contenere un’immagine capace di destabilizzare una convinzione, ma rimane necessario comprenderla. Un impulso può segnalare che una parte della personalità è stata esclusa, ma non per questo deve essere immediatamente agito. Una sensazione di chiamata può modificare profondamente una vita senza trasformarsi automaticamente in un ordine che sospende ogni giudizio.
Il rapporto Io-Sé vive precisamente di questa tensione.
L’Io dice: questa è la posizione che conosco.
La psiche risponde: non è tutto.
Ma il fatto che non sia tutto non significa che sia falso.
Una delle semplificazioni più frequenti della spiritualità contemporanea consiste invece nel costruire una gerarchia morale fra i due termini. L’ego sarebbe artificiale, impaurito, controllante; il Sé autentico, libero, intuitivo e connesso. Ogni conflitto diventa così il segnale che l’ego resiste a ciò che la parte più elevata di noi avrebbe già compreso.
È uno schema seducente perché assegna immediatamente i ruoli.
È anche uno schema pericolosamente semplice.
L’Io può certamente irrigidirsi, difendere identità ormai insufficienti e resistere a trasformazioni necessarie. Ma può anche svolgere la funzione opposta: proteggere la capacità di giudizio davanti a un impulso travolgente, impedire che un’immagine interiore venga scambiata per una verità assoluta, ricordare che una decisione possiede conseguenze reali.
La relazione fra Io e Sé non si costruisce quindi attraverso la vittoria di uno sull’altro.
Richiede che entrambi conservino la propria funzione.
Che cosa significa essere “in contatto”
Nella tradizione junghiana e post-junghiana l’asse Ego-Sé può essere pensato come una metafora della possibilità di comunicazione fra coscienza e totalità psichica. Edinger arrivò a considerare questo rapporto centrale nel lavoro analitico: l’Io non dovrebbe vivere come se fosse isolato dalla matrice più vasta della psiche, ma neppure venire sommerso da essa.
Che cosa significa, però, concretamente, essere in contatto con il Sé?
Non significa necessariamente ricevere indicazioni chiare.
Spesso accade il contrario.
Un contatto più profondo con la propria complessità può rendere una decisione inizialmente più difficile, perché ciò che appariva semplice finché veniva osservato da una sola prospettiva acquista improvvisamente altri significati. Una scelta professionale può smettere di essere soltanto una questione di successo. Una relazione può mostrare contemporaneamente bisogno, proiezione, desiderio e paura. Una convinzione spirituale può rivelare, insieme alla propria forza, anche la funzione difensiva che ha svolto.
La coscienza non riceve necessariamente una risposta.
Riceve più materiale.
È una differenza enorme.
Il linguaggio contemporaneo dell’allineamento tende invece a suggerire che esista uno stato nel quale i segnali diventano chiari: mente, corpo, emozioni e spirito convergono; ciò che è giusto produce espansione, ciò che è sbagliato contrazione; la strada corretta possiede una particolare qualità interiore che potremmo imparare a riconoscere.
Questa idea può contenere un’intuizione utile.
Una vita completamente costruita contro i propri valori, bisogni e disposizioni profonde produce spesso una frizione riconoscibile. Prestare attenzione a quella frizione può essere importante. È altrettanto vero che alcune decisioni coerenti con ciò che siamo possono provocare paura, disagio, lutto e resistenza.
Non tutto ciò che “fluisce” è giusto.
Non tutto ciò che oppone resistenza è sbagliato.
Talvolta la scelta che corrisponde maggiormente alla nostra direzione richiede precisamente di tollerare una quantità considerevole di tensione.
La relazione Io-Sé non ci offre quindi un misuratore universale attraverso il quale distinguere immediatamente ciò che è allineato da ciò che non lo è.
Ci offre qualcosa di meno spettacolare e forse più utile: la possibilità di osservare quanto della psiche stiamo includendo nella decisione.
L’alchimia della connessione
La parola alchimia nel titolo non va intesa come una decorazione.
Jung trovò nel simbolismo alchemico una delle grandi rappresentazioni storiche dei processi di trasformazione della psiche. Gli interessava soprattutto il modo in cui gli alchimisti proiettavano sulla materia un dramma fatto di separazioni, unioni, morti, dissoluzioni e ricomposizioni che poteva essere letto psicologicamente come immagine di processi interiori.
In questo senso la relazione fra Io e Sé possiede qualcosa di alchemico.
Non perché debba produrre un essere perfetto.
Perché trasforma entrambi i termini della relazione così come vengono vissuti.
L’Io che comincia il processo non è identico a quello che emerge dopo essersi confrontato ripetutamente con ciò che non controlla. Ma anche il Sé, dal punto di vista dell’esperienza cosciente, non rimane una nozione astratta: acquista forme differenti attraverso sogni, immagini, conflitti, simboli e momenti della vita.
L’alchimia procede spesso attraverso l’unione di ciò che inizialmente appare incompatibile.
Sol e Luna, maschile e femminile, fisso e volatile, zolfo e mercurio: il linguaggio alchemico è ossessionato dagli opposti non perché debbano semplicemente cancellarsi a vicenda, ma perché dalla loro tensione possa emergere una configurazione nuova.
Qualcosa di simile accade nel lavoro psicologico.
L’Io desidera chiarezza, mentre la psiche presenta ambiguità. L’Io vorrebbe conservare una continuità, mentre alcune esperienze chiedono trasformazione. Una parte cerca indipendenza, un’altra appartenenza. Una parte desidera sicurezza, un’altra movimento.
La soluzione più rapida consiste nel decretare quale dei due poli sia quello autentico.
Il lavoro più difficile consiste nel chiedere che cosa significhi la loro compresenza.
Non sempre sarà possibile conciliarli.
Ma la trasformazione può cominciare proprio quando smettiamo di pensare che uno debba necessariamente essere eliminato.
L’allineamento come metafora
A questo punto possiamo recuperare la parola contemporanea senza doverla accettare nella sua forma più ingenua.
Allineamento può essere una buona metafora se con essa intendiamo una relazione meno inconsapevole fra ciò che facciamo, ciò che sappiamo di noi stessi e ciò che continua a emergere dalla psiche.
Diventa invece problematica quando viene descritta come una condizione di perfetta concordanza.
Un essere umano perfettamente allineato sarebbe una creatura priva di ambivalenza, conflitto e trasformazione.
Probabilmente non sarebbe molto umano.
La psiche contiene interessi differenti, appartenenze multiple, memorie contraddittorie. Possiamo amare una persona e desiderare contemporaneamente di allontanarci; volere un cambiamento e temerlo; sapere che una scelta è necessaria e provare comunque nostalgia per ciò che stiamo lasciando.
L’allineamento maturo non elimina queste contraddizioni.
Potrebbe essere definito piuttosto come la capacità di non costruire la propria vita ignorandole sistematicamente.
Una persona può scegliere di rimanere in una situazione difficile e continuare a essere profondamente in contatto con se stessa. Un’altra può cambiare continuamente strada seguendo ogni nuova sensazione di espansione e restare sostanzialmente estranea ai propri conflitti.
La superficie del comportamento dice poco.
Conta la qualità della relazione interna che lo sostiene.
In questo senso la parola “allineamento” acquista un significato meno luminoso e molto più interessante. Non è il momento nel quale l’universo conferma le nostre scelte.
È il momento nel quale riusciamo a compierle conoscendo qualcosa di più di ciò che le muove.
Alienazione: quando l’Io perde il rapporto
La tradizione post-junghiana ha utilizzato il modello dell’asse Ego-Sé anche per pensare esperienze di alienazione e perdita di significato. Edinger descrisse la relazione fra Io e Sé come qualcosa di essenziale proprio perché un Io completamente separato dal proprio fondamento psichico può sperimentare una profonda condizione di estraneità.
Bisogna trattare questa idea con cautela.
Non significa che ogni depressione, crisi o perdita di senso sia semplicemente il risultato di una “connessione col Sé” interrotta. Sarebbe una generalizzazione psicologica e clinica impropria. L’alienazione può avere cause e forme molto differenti.
Come immagine del lavoro interiore, però, il concetto rimane potente.
Possiamo costruire un’identità così dipendente dall’adattamento esterno da non accorgerci più di ciò che viene continuamente sacrificato per mantenerla. Possiamo diventare molto efficienti in una vita che ci appare progressivamente estranea. Possiamo imparare a svolgere così bene i ruoli richiesti da non sapere più quale esperienza rimanga quando quei ruoli vengono sospesi.
L’alienazione dal Sé, in questa accezione, non è una punizione spirituale.
È la crescente distanza fra la vita che riusciamo a rappresentare coscientemente e la quantità di esperienza che quella rappresentazione è costretta a lasciare fuori.
All’inizio la distanza può essere funzionale.
Nessuno può vivere tenendo contemporaneamente presenti tutte le possibilità della propria psiche. Ogni scelta esclude qualcosa. Ogni identità seleziona. Ogni adattamento comporta una rinuncia.
Il problema nasce quando ciò che è stato escluso comincia a chiedere un posto e l’Io possiede soltanto una risposta: non appartiene a me.
A quel punto la connessione può manifestarsi inizialmente proprio attraverso il disturbo.
Non necessariamente perché il disagio nasconda un messaggio superiore, ma perché costringe la vecchia configurazione a non considerarsi più autosufficiente.
Ascoltare non significa obbedire
Questa distinzione diventerà fondamentale quando entreremo più avanti nel territorio dell’intuizione e della guida interiore.
Se assumiamo che il Sé sia più vasto dell’Io, possiamo essere tentati di pensare che ciò che proviene dall’inconscio debba essere necessariamente più saggio della coscienza.
Non è così.
L’inconscio contiene possibilità di trasformazione, ma anche materiale arcaico, reazioni, conflitti, fantasie, desideri e configurazioni che non possono diventare criteri di azione soltanto perché non sono state prodotte consapevolmente.
Un sogno non è un decreto.
Un’immagine non è un ordine.
Un impulso non diventa autentico perché è intenso.
Il rapporto con il Sé richiede quindi una disciplina che potrebbe sembrare quasi contraddittoria: ascoltare profondamente senza rinunciare al giudizio.
L’Io deve imparare a ricevere ciò che non ha scelto, ma continua a essere responsabile della risposta.
Questa è forse una delle differenze più importanti fra una prospettiva psicologica e alcune versioni contemporanee dell’allineamento spirituale. Nel secondo caso può comparire l’idea che dobbiamo “lasciar andare il controllo” e permettere alla parte più profonda di guidarci.
A volte diminuire un eccesso di controllo è certamente necessario.
Ma esiste una differenza fra rinunciare alla pretesa di controllare ogni processo della psiche e rinunciare alla responsabilità di scegliere.
Il primo gesto può ampliare la coscienza.
Il secondo può semplicemente spostare altrove l’autore della decisione.
L’asse non è sempre tranquillo
Se immaginiamo la relazione Io-Sé come una linea stabile, potremmo supporre che il lavoro interiore consista nel mantenerla continuamente integra.
Ma una relazione viva attraversa inevitabilmente fasi differenti.
Esistono periodi nei quali l’identità cosciente sembra sostenuta da un forte senso di orientamento. Le decisioni possiedono una coerenza, i valori sembrano sufficientemente chiari, ciò che facciamo e ciò che sentiamo non sono troppo distanti.
Poi qualcosa cambia.
Una vecchia motivazione perde energia. Un sogno ripetuto introduce un’immagine incompatibile con la nostra storia. Una relazione mette in discussione convinzioni radicate. Una perdita distrugge riferimenti sui quali avevamo costruito parte dell’identità.
In questi momenti potremmo sentirci “disallineati”.
Eppure è possibile che il disallineamento costituisca precisamente la forma che assume, per un certo periodo, una nuova relazione con il Sé.
Ciò che prima era allineato potrebbe esserlo stato soltanto rispetto alla configurazione precedente.
Una bussola che comincia a muoversi non è necessariamente rotta.
Potrebbe avere incontrato un campo che la vecchia posizione non contemplava.
Questo non significa romanticizzare ogni crisi. Alcuni periodi difficili hanno bisogno di sostegno concreto, terapeutico, medico o sociale e non acquistano profondità solo perché li rivestiamo di significato simbolico.
Ma sul piano del percorso interiore dobbiamo conservare una possibilità: la perdita temporanea di orientamento non equivale sempre alla perdita del centro.
Talvolta è il vecchio orientamento a dover essere perduto.
Compensazione: la psiche risponde all’unilateralità
Uno dei concetti junghiani più utili per comprendere questa dinamica è quello di compensazione.
La coscienza tende inevitabilmente a sviluppare atteggiamenti relativamente definiti. Abbiamo valori, preferenze, modi abituali di interpretare le situazioni. Questa unilateralità non è patologica in sé: senza di essa sarebbe difficile agire.
La psiche, però, può produrre contenuti che compensano una posizione diventata troppo esclusiva.
Una persona estremamente razionale può cominciare a essere attraversata da immagini emotive e irrazionali. Chi ha costruito tutta la propria identità sulla forza può incontrare ripetutamente esperienze di vulnerabilità. Una coscienza ossessionata dalla sicurezza può produrre fantasie di viaggio, rottura, rischio.
Non dobbiamo trasformare queste compensazioni in prescrizioni letterali.
Sognare di abbandonare tutto non significa che dobbiamo realmente licenziarci il mattino dopo.
La funzione può essere più sottile: introdurre nella coscienza una qualità che l’atteggiamento dominante non riesce più a contenere.
Questo è uno dei modi in cui possiamo immaginare concretamente l’asse Ego-Sé.
Non come un filo attraverso il quale il Sé invia istruzioni all’Io, ma come la possibilità che la coscienza venga continuamente messa in relazione con ciò che il proprio assetto tende a trascurare.
Quando questo dialogo funziona, l’Io non deve abbandonare la propria posizione ogni volta che emerge un contenuto opposto.
Deve imparare a interrogarla.
Decisione e orientamento interiore
Arriviamo così a una delle domande più concrete: come si prende una decisione quando si cerca una maggiore relazione con il Sé?
Non esiste un metodo infallibile.
La psicologia analitica non possiede una procedura capace di certificare che una decisione provenga dal Sé anziché dall’Io. E qualunque tradizione spirituale sostenga di possedere criteri semplici merita almeno un supplemento di cautela.
Possiamo però osservare alcuni movimenti.
Una decisione profondamente radicata tende a sopravvivere meglio alla variazione momentanea dell’umore. Può continuare a essere dolorosa senza perdere significato. Può tollerare il confronto con informazioni contrarie. Non ha bisogno di trasformare chi dissente in una persona “energeticamente incompatibile”. Non richiede necessariamente che ogni coincidenza venga interpretata come conferma.
Soprattutto, può essere assunta.
Questa parola conta.
Assumere una scelta significa poter dire: sono io che decido, anche quando riconosco che la decisione è stata preparata da processi che non controllo interamente.
È un atteggiamento diverso dal dire «il mio Sé superiore me lo ha detto», «l’universo mi sta portando lì» oppure «questa è la mia missione».
Forse quelle formulazioni esprimono sinceramente l’esperienza di chi le utilizza.
Ma possono anche sottrarre all’Io il peso di una frase più semplice: credo che questa sia la scelta che devo fare, e potrei sbagliarmi.
Il contatto con il Sé non dovrebbe diminuire questa capacità.
Dovrebbe renderla più profonda.
Il centro e la periferia
L’immagine geometrica dell’asse può farci dimenticare che il Sé è stato rappresentato da Jung anche attraverso simboli di centralità: mandala, cerchi, quaternità, figure che organizzano una molteplicità attorno a un centro.
Il centro, però, non coincide con l’immobilità.
Un sistema vivente conserva la propria organizzazione proprio perché può modificarsi. Il cuore rimane un centro essenziale del corpo, ma non perché stia fermo.
Allo stesso modo, l’esperienza di un centro psichico non dovrebbe essere confusa con una sensazione permanente di pace.
Esistono momenti nei quali essere in rapporto con se stessi significa riconoscere una contraddizione che avremmo preferito non vedere. Altri nei quali significa accettare una perdita. Altri ancora nei quali il gesto più coerente consiste nel mantenere una posizione anche quando una parte della psiche protesta.
Il centro non è necessariamente il luogo nel quale smettiamo di essere divisi.
Può essere quello dal quale diventiamo capaci di vedere la divisione senza dover immediatamente espellere una delle parti.
Questo modifica ancora una volta il significato dell’allineamento.
Essere allineati non significa che tutte le voci interiori cantino la stessa nota.
Significa forse riuscire a distinguere la musica dal rumore abbastanza a lungo da comprendere quale composizione stia cercando di formarsi.
Una spiritualità senza asse
Esiste un paradosso interessante nella cultura spirituale contemporanea.
Mai come oggi si parla di centro, autenticità, allineamento, intuizione e guida interiore; eppure lo stesso ambiente può favorire una continua dispersione dell’autorità personale.
Ogni evento diventa un segno. Ogni sensazione un messaggio. Ogni incontro una connessione karmica. Ogni difficoltà una prova predisposta dall’universo. Ogni decisione importante può essere delegata a carte, astrologia, canalizzazioni, numeri ricorrenti o operatori spirituali.
Gli strumenti non sono il problema.
In molte culture la divinazione possiede strutture rigorose e funzioni precise. Il problema nasce quando la ricerca di orientamento diventa impossibilità di scegliere senza una conferma esterna.
L’asse Ego-Sé offre qui una prospettiva particolarmente interessante.
Se il Sé rappresenta la totalità della psiche e l’Io il centro della coscienza, il lavoro non può consistere nell’eliminare uno dei due affidando ogni decisione a una fonte esterna o presuntamente superiore.
Una pratica spirituale dovrebbe, idealmente, aumentare la capacità di relazione.
Non sostituirla.
Un Tarocco può diventare occasione di riflessione. Un sogno può modificare la nostra prospettiva. Una sincronicità può assumere un significato profondo.
Ma alla fine qualcuno deve tornare nella propria vita e decidere.
Quell’ultimo passaggio non è una sconfitta della spiritualità.
È il ritorno dell’Io al proprio posto.
Connessione non significa dipendenza
La relazione fra Io e Sé possiede infine un’altra caratteristica essenziale: deve poter tollerare anche periodi nei quali non percepiamo alcuna direzione.
La spiritualità basata sull’allineamento può produrre una sottile dipendenza dall’esperienza di connessione. Quando ci sentiamo intuitivi, centrati, sincronici, interpretiamo quello stato come prova di essere sulla strada giusta. Quando il senso di connessione scompare, iniziamo a cercare ciò che abbiamo fatto di sbagliato.
Ma una vita psichica profonda possiede anche stagioni opache.
Periodi nei quali i sogni non sembrano significare nulla, l’intuizione tace, le vecchie convinzioni non funzionano e le nuove non sono ancora disponibili.
Non è necessario chiamare tutto questo «notte oscura dell’anima».
A volte è semplicemente non sapere.
La capacità di tollerare questo non sapere potrebbe essere una delle forme più mature della relazione con il Sé.
Perché se il Sé diventa soltanto la fonte dalla quale pretendiamo continuamente orientamento, stiamo ancora trattandolo come uno strumento dell’Io.
La relazione autentica include anche il silenzio.
L’asse come pratica di relazione
Non possiamo vedere l’asse Ego-Sé.
Possiamo tuttavia osservare qualcosa del modo in cui viviamo la relazione che quella metafora tenta di descrivere.
Possiamo notare quanto rapidamente respingiamo ciò che contraddice la nostra immagine. Quanto bisogno abbiamo che ogni esperienza confermi ciò che pensiamo già. Quanto spesso trasformiamo un desiderio in intuizione perché chiamarlo desiderio ci obbligherebbe ad assumercene la responsabilità.
Possiamo osservare anche il movimento opposto: la tendenza a sospettare di qualunque desiderio personale, come se soltanto ciò che arriva contro la volontà potesse provenire da una regione più profonda.
Nemmeno questo è equilibrio.
L’Io non è necessariamente nemico del Sé.
Il desiderio non è automaticamente egoico.
La difficoltà non certifica profondità.
La facilità non dimostra superficialità.
La relazione è più complessa delle opposizioni attraverso cui cerchiamo di semplificarla.
Forse l’alchimia della connessione comincia proprio quando rinunciamo a una delle fantasie più persistenti della crescita spirituale: quella secondo cui esisterebbe, da qualche parte dentro di noi, una versione perfettamente coerente di noi stessi che attende soltanto di essere raggiunta.
Potrebbe non esserci nessuna versione definitiva.
Potrebbe esserci invece un centro attorno al quale continuiamo a riorganizzarci.
Ogni nuova esperienza sposta qualcosa. Ogni scelta rende altre possibilità più lontane. Ogni incontro aggiunge materiale. Ogni perdita modifica il peso degli elementi già presenti.
L’asse non impedisce questo movimento.
È ciò che permette al movimento di non diventare pura dispersione.
Da una parte rimane l’Io, con la sua necessità di scegliere una forma.
Dall’altra il Sé, che continua a ricordargli che nessuna forma contiene tutto.
Fra i due si costruisce una tensione che la spiritualità contemporanea chiama spesso allineamento, ma che forse potremmo chiamare con maggiore precisione fedeltà alla relazione.
Non sapere sempre dove stiamo andando.
Ma diventare progressivamente meno capaci di andarci lasciando indietro, senza accorgercene, parti decisive di ciò che siamo.

