La voce cambia appena. Non abbastanza perché chi ci ascolta possa accorgersene, ma abbastanza perché noi, qualche volta, possiamo sorprenderci mentre accade. Parliamo in un modo con chi amiamo, in un altro durante una riunione; alcune parole diventano possibili fra amici e quasi impensabili davanti alla famiglia; entriamo in uno studio professionale, in una chiesa, in un gruppo spirituale o in una stanza piena di sconosciuti e, prima ancora di averlo deciso, qualcosa nella postura, nello sguardo e nel modo di occupare lo spazio si modifica.
Potremmo chiamare tutto questo falsità.
Sarebbe una spiegazione molto povera.
Ogni vita sociale richiede una capacità di modulazione. Non diciamo tutto a tutti, non mostriamo ogni emozione in qualunque circostanza, non ci comportiamo nello stesso modo davanti a un bambino, a un amante, a un collega e a una persona che abbiamo incontrato da pochi minuti. La possibilità stessa di vivere insieme dipende in parte dalla capacità di costruire forme attraverso cui diventiamo leggibili agli altri.
Carl Gustav Jung chiamò Persona una delle strutture attraverso cui questo rapporto fra individuo e mondo sociale prende forma. Il termine richiama la maschera teatrale: qualcosa che presenta un volto riconoscibile, permette di assumere una parte e rende possibile una relazione con chi osserva. Nella psicologia analitica la Persona appartiene soprattutto alla relazione con il mondo esterno e svolge una funzione necessaria di adattamento.
Il problema comincia quando dimentichiamo che la maschera è una maschera.
Ma ne nasce uno altrettanto serio quando, dopo averlo scoperto, decidiamo che ogni maschera debba essere strappata.
Fra queste due possibilità si apre uno dei territori più delicati dell’identità.
La maschera necessaria
La parola maschera possiede per noi una sfumatura sospetta. La associamo alla simulazione, alla menzogna, alla volontà di nascondere ciò che realmente siamo. Dire che qualcuno «porta una maschera» difficilmente viene percepito come un complimento.
La Persona junghiana è qualcosa di più complesso.
Essa nasce dall’incontro fra due esigenze: da una parte ciò che una determinata società, professione, famiglia o ambiente richiede all’individuo; dall’altra ciò che l’individuo è disposto o capace di mostrare per trovare un posto all’interno di quel mondo. Jung la concepisce come una sorta di compromesso fra individuo e collettività, un sistema attraverso cui la coscienza entra in relazione con l’ambiente sociale.
Un medico ha bisogno di poter assumere il proprio ruolo professionale senza riversare sul paziente ogni preoccupazione personale. Un insegnante deve costruire una presenza differente da quella che possiede nell’intimità della propria casa. Una persona che parla in pubblico organizza inevitabilmente un modo di presentarsi; perfino chi sostiene di essere sempre «esattamente se stesso» ha sviluppato una forma riconoscibile attraverso cui mette in scena quella spontaneità.
Non c’è nulla di necessariamente patologico.
La Persona protegge anche l’intimità.
Se fossimo costretti a mostrare continuamente l’intera gamma dei nostri sentimenti, ricordi, desideri e contraddizioni, la vita sociale diventerebbe quasi impossibile. La riservatezza non è automaticamente repressione. Il confine non è automaticamente falsità.
Una maschera sufficientemente flessibile permette di entrare in relazione senza consegnare l’intera interiorità a qualunque ambiente attraversiamo.
Il problema non è quindi possedere una Persona.
È non sapere più dove finisce.
Quando il ruolo comincia a dire «io»
Un ruolo può essere svolto per così tanto tempo da smettere di apparire come un ruolo.
La professione offre un esempio particolarmente evidente. Per anni una persona può essere identificata come medico, insegnante, fotografo, ricercatore, imprenditore, terapeuta. Gli altri si rivolgono a lei attraverso quel ruolo; il riconoscimento sociale arriva in gran parte da ciò che quel ruolo permette di fare; competenze, abitudini e relazioni vengono organizzate attorno ad esso.
Poi qualcosa accade.
La pensione, una perdita di lavoro, una crisi professionale o semplicemente un cambiamento interiore interrompono quella continuità, e una domanda apparentemente banale diventa improvvisamente inquietante:
chi sono, se non posso più essere ciò per cui mi conoscevano?
La stessa dinamica può svilupparsi intorno alla maternità, alla paternità, al successo economico, alla capacità di accudire, alla bellezza, all’intelligenza, al ruolo della persona forte, ribelle, disponibile, razionale o spiritualmente evoluta.
Non tutti questi ruoli sono imposti dall’esterno.
Alcuni sono stati conquistati con fatica e ci hanno permesso di sopravvivere o di diventare autonomi. Proprio per questo possono diventare difficili da relativizzare.
L’identificazione con la Persona avviene quando l’Io comincia a trattare quella particolare modalità di adattamento come se coincidesse con l’intera personalità. Nella prospettiva junghiana, differenziare l’Io dalla Persona costituisce perciò uno dei compiti importanti del processo di individuazione.
La persona competente non può più sbagliare.
Quella forte non può chiedere aiuto.
Quella buona non può provare ostilità.
Quella spirituale non può essere meschina.
Quella anticonformista non può riconoscere di desiderare approvazione.
A questo punto la Persona non serve più soltanto a entrare nel mondo.
Comincia a selezionare ciò che siamo autorizzati a riconoscere di noi stessi.
Identità: ciò che raccontiamo per poter continuare
L’identità non è una fotografia.
È più simile a un racconto continuamente aggiornato, nel quale alcuni elementi vengono mantenuti perché permettono alla storia di conservare una certa continuità mentre altri vengono modificati, dimenticati o reinterpretati.
Diciamo: «sono una persona razionale», «sono timido», «non sono fatto per le relazioni», «sono sempre stato indipendente», «io non provo gelosia».
Frasi apparentemente descrittive possono diventare piccoli dispositivi di conservazione.
Quando un’esperienza contraddice il racconto, esistono almeno due possibilità. Possiamo modificare l’idea che abbiamo di noi stessi oppure reinterpretare l’esperienza affinché continui a entrare nella vecchia cornice.
La seconda soluzione è spesso molto più semplice.
Se mi considero una persona generosa, posso spiegare la mia ostilità come meritata severità. Se la mia identità dipende dall’essere indipendente, posso chiamare libertà l’incapacità di affidarmi. Se mi sono costruito come individuo profondamente intuitivo, posso essere tentato di definire intuizione anche ciò che nasce dalla paura.
La Persona partecipa a questa costruzione perché offre un’immagine relativamente coerente attraverso cui essere riconosciuti dagli altri e da noi stessi.
Ma l’identità non è necessariamente una prigione.
Senza una certa continuità non potremmo orientarci. Non saremmo costretti soltanto a reinventarci ogni mattina; dovremmo anche negoziare continuamente da zero ogni relazione.
Il problema sorge quando la continuità diventa immunità al cambiamento.
Una identità abbastanza viva deve poter sopportare la frase: pensavo di essere così, ma forse non lo sono più, oppure non lo sono mai stato completamente.
Non sembra una conquista particolarmente spettacolare.
Eppure buona parte dell’individuazione comincia proprio lì.
Dietro la maschera non c’è necessariamente un volto definitivo
La cultura contemporanea ama la metafora dello smascheramento.
Dobbiamo liberarci dai condizionamenti, smettere di compiacere gli altri, abbandonare i ruoli imposti e tornare finalmente a essere noi stessi. Il linguaggio spirituale vi aggiunge facilmente l’opposizione fra ego e vero Sé: da una parte identità sociale, paure, aspettative e programmi ricevuti; dall’altra una natura autentica che attenderebbe di essere riconosciuta.
L’immagine possiede una forza evidente.
Descrive bene molte esperienze reali. Possiamo effettivamente costruire una vita quasi interamente attorno alle aspettative degli altri. Possiamo scoprire di avere scelto una professione, un partner o un modo di vivere principalmente per ottenere approvazione. Possiamo accorgerci che alcuni comportamenti non corrispondono più a ciò che desideriamo.
Ma da tutto questo non segue necessariamente che, eliminando progressivamente ogni condizionamento, arriveremo a un vero io originario, puro e già formato.
La psicologia junghiana suggerisce un movimento più complicato.
L’individuazione non consiste semplicemente nel togliere strati fino a raggiungere qualcosa che era già completo sotto di essi. Ciò che diventiamo nasce anche attraverso il confronto con i ruoli, con la collettività, con le relazioni e con le parti di noi che emergono nel corso della vita.
Non siamo una statua nascosta nel marmo sociale.
Siamo anche il processo attraverso cui quella forma continua a trasformarsi.
Per questo la domanda «chi sono veramente?» può diventare meno utile di quanto sembri.
Presuppone che esista una risposta definitiva.
Forse una domanda più fertile è: quali parti della mia identità continuano a vivere e quali sto mantenendo soltanto perché ho paura di non sapere chi sarei senza di esse?
Autenticità senza culto della spontaneità
La ricerca dell’autenticità può produrre un altro equivoco: l’idea che ciò che nasce spontaneamente sia necessariamente più vero.
Se penso qualcosa, dovrei dirlo.
Se sento un impulso, dovrei seguirlo.
Se un ambiente mi richiede di modificare il mio comportamento, starei tradendo me stesso.
È difficile immaginare una società funzionante costruita interamente su questo principio.
La capacità di modulare ciò che esprimiamo non ci rende automaticamente inautentici. Può rappresentare una forma di responsabilità, empatia e maturità.
Una persona può provare rabbia e scegliere di non scaricarla su chi ha davanti.
La rabbia non diventa falsa per questo.
Può desiderare di lasciare una relazione e decidere di concedersi il tempo necessario per capire ciò che sta accadendo.
Il desiderio non viene tradito perché non diventa immediatamente azione.
Può adattare il proprio linguaggio a un ambiente professionale senza per questo trasformarsi in un impostore.
L’autenticità non consiste necessariamente nell’esprimere tutto.
Consiste anche nella possibilità di sapere che cosa stiamo scegliendo di non esprimere e perché.
La differenza fra Persona e falsità passa spesso proprio attraverso la coscienza.
Posso assumere un ruolo sapendo che è un ruolo.
Posso parlare attraverso una funzione professionale senza credere che essa esaurisca la mia identità.
Posso essere cortese con qualcuno che non amo senza dover convincermi di amarlo.
La maturità non distrugge la distanza fra esperienza interiore e comportamento sociale.
La rende meno inconsapevole.
Il teatro dei social media
Probabilmente nessun ambiente contemporaneo rende visibile il problema della Persona quanto i social network.
Per la prima volta una parte considerevole della popolazione possiede strumenti attraverso cui costruire quotidianamente una versione pubblica di sé davanti a un pubblico reale o immaginato. Fotografie, opinioni, luoghi frequentati, libri letti, relazioni, successi, indignazioni, vulnerabilità: quasi ogni elemento della vita può essere trasformato in materiale identitario.
Non significa che ciò che mostriamo online sia falso.
È selezionato.
E ciò che viene selezionato abbastanza a lungo comincia inevitabilmente a influenzare chi seleziona.
Una persona può costruire l’immagine di sé come competente, ironica, spirituale, provocatoria, felice, politicamente consapevole o emotivamente fragile. Il pubblico impara a riconoscerla attraverso quella forma e comincia a restituirgliela.
Il processo si chiude.
Non mostriamo più soltanto ciò che siamo.
Cominciamo a essere ciò che abbiamo imparato a mostrare.
La questione non riguarda esclusivamente influencer o personaggi pubblici. Anche un profilo seguito da poche decine di persone può diventare un piccolo teatro della Persona.
Il problema diventa particolarmente interessante quando entra in gioco l’autenticità.
La cultura digitale ha trasformato perfino lo smascheramento in una forma di rappresentazione.
Possiamo mettere in scena la spontaneità.
Possiamo curare accuratamente un’immagine di vulnerabilità.
Possiamo costruire un’identità basata sul rifiuto delle identità costruite.
Il «mostrarsi senza filtri» può diventare esso stesso un filtro.
Non c’è necessariamente malafede.
La Persona non è una cospirazione organizzata dall’Io. È una funzione relazionale, e ogni ambiente produce le forme che permettono di abitarlo.
La domanda interessante non è quindi se il profilo pubblico corrisponda perfettamente alla persona reale.
Nessun profilo potrebbe farlo.
La domanda è quanto spazio rimanga per essere qualcosa che non può essere mostrato, misurato, approvato o trasformato in narrazione.
La Persona spirituale
Esiste poi una maschera particolarmente insidiosa proprio perché si presenta come superamento delle maschere.
La Persona spirituale.
Ogni ambiente spirituale possiede implicitamente un'immagine di ciò che significa essere sufficientemente evoluti. Cambiano i dettagli, non il meccanismo.
Bisogna essere compassionevoli.
Non giudicanti.
Centrati.
Consapevoli.
Capaci di perdonare.
Distaccati dal materialismo.
In contatto con l’intuizione.
Liberi dall’ego.
La maggior parte di queste qualità può essere desiderabile.
Il problema nasce quando smettono di essere direzioni del lavoro interiore e diventano requisiti identitari.
La persona non può più riconoscere gelosia perché «ha lavorato molto su di sé». Non può ammettere desiderio di riconoscimento perché lo considera egoico. Non può provare ostilità verso qualcuno senza trasformarla in un discorso sulle vibrazioni incompatibili. Non può dire semplicemente «voglio questa cosa» e deve invece spiegare che «l’universo la sta chiamando».
La Persona spirituale possiede un vantaggio particolare rispetto a molte altre: può utilizzare il proprio sistema di credenze per spiegare perché tutto ciò che la contraddice appartenga a un livello inferiore di coscienza.
La maschera diventa quasi impermeabile.
Non è più soltanto il volto attraverso cui entriamo in una comunità.
Diventa il criterio attraverso cui decidiamo quali parti di noi abbiano diritto di esistere.
Ed è precisamente qui che ciò che è stato escluso comincia ad acquistare importanza.
Non perché debba essere celebrato.
Perché non scompare semplicemente dopo essere stato dichiarato poco spirituale.
Adattamento non significa conformismo
Una Persona efficace permette di adattarsi all’ambiente.
La parola adattamento può però suggerire un'obbedienza passiva: conformarsi alle aspettative, diventare ciò che la società richiede, rinunciare alla propria differenza.
Non è necessario intenderla in questo modo.
Adattarsi significa anche imparare il linguaggio di un contesto abbastanza bene da poter interagire con esso.
Un artista deve confrontarsi con la materialità del proprio mezzo.
Un ricercatore deve apprendere criteri, metodi e convenzioni della propria disciplina.
Chi entra in una tradizione iniziatica deve impararne simboli, gesti e regole prima di poter comprendere che cosa significhi realmente abitarla.
La forma non è necessariamente nemica dell’individualità.
Può essere ciò che permette all’individualità di diventare comunicabile.
L’individuazione non chiede quindi di combattere ogni adattamento collettivo. Chiede che la relazione con il collettivo non consumi completamente ciò che non coincide con esso.
La differenza è sottile.
Una persona può rispettare profondamente una tradizione senza identificarsi integralmente con l’immagine del «buon appartenente» che quella tradizione produce.
Può occupare un ruolo professionale con serietà senza credere che il proprio valore umano dipenda interamente dal successo in quella professione.
Può riconoscere le aspettative della propria famiglia senza permettere che esse decidano ogni elemento della propria vita.
Il contrario dell’identificazione con la Persona non è l’assenza di forma.
È la capacità di muoversi fra le forme senza diventare completamente prigionieri di una sola.
Persona e individuazione
È qui che la Persona torna a incontrare il percorso delle pagine precedenti.
Se l’individuazione implica una relazione progressivamente più consapevole fra l’Io e una totalità psichica più vasta, la Persona rappresenta uno dei primi territori nei quali l’Io deve imparare a distinguere ciò che è da ciò che mostra.
Non per scegliere quale dei due sia vero.
Per impedire che coincidano senza residui.
L’International Association for Analytical Psychology colloca proprio la differenziazione della Persona fra i problemi fondamentali attraverso cui il lavoro analitico incontra il rapporto fra individuo e collettività. La Persona protegge e rende possibile l’adattamento, ma la sua identificazione con l’Io restringe inevitabilmente la quantità di psiche che può essere riconosciuta.
L’individuazione comincia allora a produrre un movimento apparentemente paradossale.
Da una parte diventiamo più capaci di svolgere consapevolmente i nostri ruoli.
Dall’altra smettiamo di dipendere completamente da essi per sapere chi siamo.
Un individuo meno identificato con la Persona non deve necessariamente apparire più eccentrico.
Può persino diventare più capace di adattamento, perché non vive ogni modifica del comportamento come una minaccia alla propria autenticità.
Può essere autorevole senza dover essere sempre autorevole.
Competente senza dover sapere tutto.
Forte senza considerare ogni fragilità una sconfitta.
Spirituale senza trasformare ogni esperienza ordinaria in un segno.
La maschera torna a essere uno strumento.
Non più il volto.
Quando la maschera si rompe
Esistono momenti nei quali la Persona non viene relativizzata attraverso una scelta cosciente.
Viene semplicemente spezzata dalla vita.
Un fallimento può distruggere l’identità della persona di successo.
Una separazione quella del partner indispensabile.
La crescita dei figli può mettere in crisi chi aveva organizzato gran parte della propria identità intorno alla funzione genitoriale.
Una malattia può interrompere improvvisamente l’immagine di efficienza e autonomia.
Un cambiamento culturale può rendere inutile una competenza attorno alla quale avevamo costruito valore e riconoscimento.
Questi passaggi possono essere profondamente dolorosi proprio perché non perdiamo soltanto qualcosa che facevamo.
Perdiamo una delle strutture attraverso cui sapevamo chi eravamo.
La tentazione spirituale consiste nel chiamare immediatamente questa rottura «opportunità di rinascita».
Forse lo diventerà.
Ma la trasformazione non rende retroattivamente indolore la perdita.
Quando una Persona crolla, ciò che appare sotto di essa non è necessariamente un Sé autentico pronto a prendere il controllo.
Può apparire soprattutto disorientamento.
Una parte importante del lavoro consiste nel tollerare per un certo tempo l’impossibilità di rispondere con sicurezza alla domanda «chi sono adesso?».
Riempire immediatamente quello spazio con una nuova identità può essere comprensibile.
Può anche significare costruire troppo rapidamente una nuova maschera.
Quante Persone possiamo avere?
Parlare della Persona al singolare non deve indurci a immaginare che ciascuno possieda un’unica faccia sociale.
La vita contemporanea rende particolarmente evidente la molteplicità dei ruoli.
Possiamo avere una Persona professionale, familiare, sentimentale, digitale, politica, spirituale. Alcune si sovrappongono facilmente; altre sembrano appartenere quasi a individui differenti.
Non è necessariamente segno di incoerenza.
Una personalità complessa deve essere capace di adattare il proprio modo di presentarsi a contesti differenti.
La domanda diventa piuttosto quanto siano comunicanti queste diverse forme.
Se due ambienti richiedono versioni completamente incompatibili di noi, la tensione può diventare considerevole. Se devo nascondere in modo permanente elementi fondamentali della mia vita per conservare un’appartenenza, l’adattamento può avere un costo psichico molto elevato.
Al contrario, pretendere che ogni ambiente debba accogliere la totalità della nostra identità può essere altrettanto ingenuo.
Non tutto deve essere presente ovunque.
L’intimità esiste anche perché alcuni aspetti di noi vengono affidati soltanto a relazioni capaci di sostenerli.
Forse maturare significa anche imparare che la completezza non richiede esposizione totale.
Possiamo essere interi senza essere interamente visibili.
La maschera e ciò che rimane fuori
Ogni Persona seleziona.
E ogni selezione produce inevitabilmente un resto.
Se devo essere sempre razionale, qualcosa dell’irrazionale rimarrà fuori dall’immagine.
Se devo essere sempre gentile, l’aggressività avrà difficoltà a trovare riconoscimento.
Se la mia identità è fondata sulla forza, dipendenza e vulnerabilità diventeranno difficili da ammettere.
È proprio a partire da questo resto che la Persona comincia a confinare con un’altra grande configurazione junghiana: l’Ombra.
Non entreremo ancora in quel territorio. Avrà bisogno di uno spazio proprio.
È sufficiente riconoscere il movimento.
La maschera non crea necessariamente ciò che esclude, ma contribuisce a stabilire che cosa l’Io considera compatibile con la propria identità e che cosa invece viene collocato dall’altra parte del confine.
Più la Persona diventa rigida, più quel confine tende a irrigidirsi.
E più l’identità si presenta come impeccabilmente coerente, più può diventare interessante chiedersi quale prezzo sia stato necessario pagare per mantenerla tale.
Non perché ogni virtù nasconda necessariamente un vizio.
Ma perché nessun essere umano coincide senza residui con l’immagine attraverso cui si presenta.
Non togliere la maschera, imparare a indossarla
Forse il compito non è arrivare a un punto nel quale non possediamo più alcuna maschera.
Una vita priva di Persona non sarebbe necessariamente più autentica.
Potrebbe essere semplicemente incapace di mediazione.
Il movimento più maturo consiste nel riconoscere la maschera come maschera, sceglierla quando possibile, modificarla quando non serve più e soprattutto riuscire a toglierla senza avere la sensazione di scomparire insieme a essa.
Possiamo allora tornare alla domanda iniziale.
Che cosa rimane quando il ruolo si ferma?
Non necessariamente un vero Sé finalmente liberato.
Rimangono altre relazioni, altri desideri, immagini, memorie, contraddizioni, possibilità ancora poco sviluppate. Rimane una psiche più vasta della rappresentazione che avevamo costruito.
E rimane l’Io che deve imparare a stare davanti a quella molteplicità senza correre immediatamente a costruirne una nuova uniforme.
Forse l’autenticità comincia proprio qui.
Non nell’essere sempre uguali a se stessi.
Non nel dire tutto ciò che sentiamo.
Non nel trovare un nucleo incorrotto sotto le aspettative sociali.
Ma nella crescente capacità di riconoscere le forme che assumiamo senza scambiarle per la totalità di ciò che siamo.
La Persona continua allora a svolgere il proprio antico mestiere: ci permette di attraversare il teatro del mondo.
Soltanto che, qualche volta, ricordiamo di essere anche colui che indossa la maschera, colui che la osserva e qualcosa che nessuna delle due immagini riesce ancora a contenere completamente.
Ed è proprio quel residuo a mantenere aperto il percorso.

