L’Io arriva sempre un poco in ritardo. Quando pronuncia la frase «ho deciso», molto di ciò che ha reso possibile quella decisione si è già mosso altrove; quando afferma «io sono fatto così», sta spesso descrivendo soltanto la parte di sé che ha imparato a riconoscere; quando costruisce una storia coerente della propria vita, lascia inevitabilmente fuori ciò che non riesce ancora a comprendere. Eppure senza quella piccola provincia illuminata non avremmo memoria autobiografica, continuità, scelta, responsabilità. Il problema comincia soltanto quando la provincia dimentica di appartenere a un territorio più vasto e si convince di esserne la capitale assoluta.
È uno dei punti dai quali la psicologia di Carl Gustav Jung prende le distanze tanto dall’idea di un Io sovrano quanto dalla fantasia opposta secondo cui l’Io dovrebbe essere dissolto, sconfitto o eliminato. Nella psicologia analitica la coscienza ha bisogno di un centro relativamente stabile. Quel centro è l’Io, il complesso attraverso cui riconosciamo qualcosa come appartenente alla nostra esperienza cosciente e possiamo dire io penso, io ricordo, io scelgo, io desidero.
Ma l’Io non coincide con la totalità della psiche.
Attorno a esso, e in larga misura fuori dalla sua disponibilità immediata, si estende un insieme di processi, immagini, disposizioni e contenuti che partecipano alla nostra vita senza attendere il permesso della volontà cosciente. Jung chiamò Sé, Selbst, il principio attraverso cui questa totalità psichica può essere pensata: non semplicemente l’inconscio, non un secondo Io nascosto dietro il primo, e neppure un’immagine ideale di ciò che dovremmo diventare, ma il paradossale centro e insieme la totalità della personalità, comprendente coscienza e inconscio.
La distinzione sembra semplice finché rimane una definizione.
Diventa molto meno semplice quando comincia a riguardarci.
L’Io necessario
La parola ego ha subito, nella spiritualità contemporanea, una sorte curiosa. Da termine tecnico è diventata quasi un’accusa. Avere ego significa essere vanitosi, materialisti, competitivi, incapaci di amare; «superare l’ego» viene proposto come requisito della crescita spirituale, e non è raro incontrare l’idea che la maturità consista nella sua progressiva dissoluzione.
Non è questo l’Io di cui parla Jung.
L’Io non è un vizio del carattere. È una funzione strutturale della coscienza. Senza un Io sufficientemente differenziato non avremmo un punto dal quale osservare ciò che accade dentro di noi, né una continuità capace di collegare l’esperienza di ieri a quella di oggi. Non potremmo assumere una posizione, distinguere un impulso da un'azione, confrontare un contenuto interiore con la realtà esterna o riconoscere che una fantasia è nostra senza per questo doverle obbedire.
Una coscienza fragile non diventa automaticamente spirituale perché possiede confini meno definiti. Talvolta accade precisamente il contrario: quanto meno l’Io è capace di differenziarsi dai contenuti che lo attraversano, tanto più facilmente una paura può essere vissuta come certezza, un'immagine come comando, un desiderio come destino.
Per Jung il problema non è dunque diminuire l’Io fino a renderlo irrilevante, ma modificarne la posizione.
All’inizio della vita psichica l’Io tende inevitabilmente a comportarsi come se fosse l’intera personalità. Non potrebbe fare altrimenti. Deve imparare a separare se stesso dal mondo, organizzare un'identità, riconoscere desideri, costruire competenze, scegliere appartenenze, stabilire un rapporto abbastanza stabile con la realtà. Gran parte della prima metà della vita, nel modello junghiano, è necessariamente impegnata in questa costruzione.
Soltanto in seguito può diventare possibile una domanda più inquietante.
Ciò che sono riuscito a diventare coincide davvero con tutto ciò che sono?
La domanda non annulla ciò che l’Io ha costruito. Lo relativizza.
Ed è qui che comincia il problema del Sé.
Il Sé: totalità, non perfezione
Poche idee junghiane sono state assorbite dalla cultura spirituale contemporanea quanto quella del Sé, e poche sono state trasformate altrettanto profondamente durante il passaggio.
Nel linguaggio New Age il Sé superiore viene spesso immaginato come una parte spiritualmente più evoluta dell’individuo: sapiente, autentica, connessa a una realtà superiore, libera dalle distorsioni dell’ego e in grado di conoscere quale strada dovremmo percorrere. Può diventare una guida interiore, un nucleo divino, una coscienza trascendente o una dimensione dell’essere che contemplerebbe la nostra vita da una prospettiva più ampia.
È una costruzione spirituale legittima all’interno dei sistemi che la adottano.
Ma non è sufficiente chiamarla Sé per renderla identica al Selbst junghiano.
Il Sé di Jung non coincide con la nostra parte migliore. Non rappresenta tutto ciò che è luminoso contrapposto a un Io inferiore e difettoso. Se indica la totalità della psiche, deve comprendere anche ciò che l’Io non desidera riconoscere, ciò che contraddice la sua immagine morale, ciò che non può essere integrato semplicemente attraverso una decisione positiva.
In questo senso il Sé non è una medaglia ricevuta alla fine del percorso.
È piuttosto il problema che rende possibile il percorso.
Si manifesta attraverso il fatto che la psiche non rimane perfettamente confinata entro ciò che l’Io sa di se stesso. Qualcosa eccede continuamente la rappresentazione cosciente: sogni, conflitti, attrazioni impreviste, immagini spontanee, comportamenti contraddittori, trasformazioni che arrivano prima della nostra comprensione.
Quando Jung definisce il Sé come totalità, introduce quindi una conseguenza scomoda. Conoscersi non può significare soltanto diventare maggiormente simili all’immagine che vorremmo avere di noi stessi.
Se il Sé comprende più dell’Io, il processo di conoscenza deve modificare anche l’idea di chi sta conoscendo.
È la differenza fra perfezionamento e trasformazione.
Il perfezionamento parte da un modello già stabilito: so che cosa dovrei diventare e cerco di eliminare ciò che mi impedisce di esserlo. La trasformazione autenticamente junghiana è più ambigua, perché non conosce interamente in anticipo la forma verso cui si sta muovendo.
Il Sé non consegna all’Io un progetto esecutivo.
Lo costringe, piuttosto, a scoprire che il progetto che aveva elaborato per se stesso era incompleto.
Due centri, una relazione
Descrivere l’Io come centro della coscienza e il Sé come centro e totalità della psiche può produrre un’immagine fuorviante: due sovrani collocati in luoghi differenti, dei quali il secondo sarebbe semplicemente più potente.
La dinamica è più sottile.
L’Io è il centro a partire dal quale possiamo fare esperienza cosciente di qualsiasi cosa, persino del Sé. Non possiamo semplicemente uscire dall’Io per osservare la totalità psichica dall’esterno. Anche quando sperimentiamo qualcosa che interpretiamo come proveniente da una dimensione molto più vasta della coscienza ordinaria, è comunque l’Io a dover ricevere, ricordare, interpretare e infine decidere che cosa farne.
Il Sé, per contro, indica precisamente ciò che impedisce a quella prospettiva cosciente di considerarsi definitiva.
La relazione fra i due è stata descritta nella tradizione post-junghiana attraverso l’immagine dell’asse Io-Sé. Non si tratta di un oggetto anatomico della psiche, ma di un modello utile per pensare la relazione fra la coscienza individuale e quella totalità che la contiene e nello stesso tempo la eccede.
La maturità non consisterebbe allora nell’obbedienza dell’Io al Sé come un suddito a un monarca. Consisterebbe nella progressiva possibilità di instaurare una relazione.
Questa parola è decisiva.
Una relazione richiede differenza. Se l’Io si identifica completamente con ciò che percepisce come Sé, la relazione scompare. Se invece rifiuta sistematicamente qualunque contenuto incompatibile con la propria immagine, la relazione non può nemmeno cominciare.
Il lavoro si svolge in mezzo.
L’Io deve diventare abbastanza solido da sostenere l’incontro con ciò che non controlla e abbastanza flessibile da modificarsi quando quell’incontro rende insufficiente la vecchia posizione.
Non è una resa.
È una forma più complessa di responsabilità.
Individuazione: diventare ciò che non conosciamo ancora
Jung utilizzò il termine individuazione per indicare il processo attraverso cui una persona tende a diventare psicologicamente più indivisa, più distinta dalle identificazioni collettive e più capace di riconoscere la molteplicità della propria psiche.
Anche questa parola è stata facilmente trasformata.
Individuarsi non significa diventare individualisti. Non significa coltivare la propria unicità fino a considerarsi indipendenti dagli altri, né abbandonare convenzioni e legami perché «non appartengono al proprio vero Sé». Il processo non consiste nel celebrare indiscriminatamente tutto ciò che ci rende differenti.
L’individuazione riguarda piuttosto la possibilità di diventare un individuo nel senso più difficile del termine: una configurazione relativamente intera, capace di assumere la propria specificità senza essere completamente determinata né dalle aspettative collettive né dalle forze inconsce che agiscono dentro di lei.
È un movimento di differenziazione e di relazione insieme.
Per diventare più propriamente se stessi è necessario distinguere ciò che appartiene alla nostra esperienza da ciò che abbiamo ereditato senza accorgercene: aspettative familiari, immagini sociali, ruoli, modelli di successo, valori assorbiti dal gruppo. Ma è altrettanto necessario riconoscere che ciò che chiamiamo me stesso non è una sostanza pura isolabile da ogni rapporto.
L’individuo nasce anche dalle relazioni che ha attraversato.
Per questo l’individuazione non può essere ridotta alla formula «segui la tua strada». Una persona può seguire ostinatamente la propria strada e rimanere completamente identificata con un complesso, una paura o una fantasia di eccezionalità.
L’individuazione non misura quanto siamo diversi dagli altri.
Misura, se così si può dire, quanto siamo diventati capaci di essere presenti alla complessità che ci costituisce.
Il processo non elimina le contraddizioni. In molti casi le rende più visibili.
Ciò che prima veniva risolto attraverso una scelta automatica deve ora essere sostenuto più a lungo: desiderio e responsabilità, appartenenza e differenziazione, libertà e limite, bisogno personale e legame con gli altri.
Da questo punto di vista l’individuazione non produce necessariamente una vita più facile.
Produce una vita meno delegabile.
Il primo compito non è trascendere
Le interpretazioni spiritualizzanti di Jung tendono talvolta a leggere l’individuazione come una progressiva ascesa: l’Io si rende conto della propria inferiorità, incontra il Sé e viene gradualmente guidato verso uno stato superiore di consapevolezza.
Una simile lettura contiene qualcosa di riconoscibile nel linguaggio junghiano, ma perde un elemento essenziale: non possiamo relativizzare seriamente ciò che non abbiamo ancora costruito.
Un Io incapace di prendere decisioni non diventa più maturo rinunciando alla volontà. Una persona priva di confini non compie un atto spirituale dissolvendoli ulteriormente. Chi non ha ancora sviluppato una propria posizione rispetto alle aspettative familiari o sociali non raggiunge necessariamente il Sé rinunciando all’identità personale.
Prima di poter diventare relativo, l’Io deve essere sufficientemente reale.
È uno dei paradossi più importanti del percorso.
La crescita interiore non procede sempre dalla rigidità verso l’apertura. Per alcune persone il passaggio necessario consiste precisamente nel costruire una maggiore delimitazione: imparare a dire no, distinguere ciò che pensano da ciò che gli altri si aspettano, riconoscere desideri propri, assumere una responsabilità personale che fino a quel momento era stata proiettata altrove.
Per altre, invece, il problema può essere l’opposto: un’identità diventata tanto compatta da non lasciarsi più modificare da nulla.
Non esiste dunque una singola quantità ideale di Io.
Esiste la questione della sua relazione con il resto della psiche.
Anche per questo la retorica contemporanea della «morte dell’ego» è poco utile quando viene applicata indiscriminatamente. Esperienze nelle quali i confini dell’identità sembrano momentaneamente dissolversi possono essere importanti in determinati contesti contemplativi, rituali o psicologici. Ma un’esperienza temporanea di perdita dei confini non equivale all’individuazione.
L’individuazione deve continuare quando si torna a casa.
Deve sopravvivere alla spesa, alle relazioni, alle conseguenze delle decisioni, alla capacità di tollerare che il mondo non confermi continuamente la nostra esperienza interiore.
Il Sé, se vogliamo conservare il rigore del concetto, non serve a liberarci dall’Io.
Serve a impedirgli di essere l’unica misura di se stesso.
La seconda metà della vita
Un tratto caratteristico della riflessione junghiana riguarda il cambiamento di orientamento che può verificarsi con il procedere della vita. Non esiste naturalmente un confine cronologico valido per tutti, ma Jung osservò che molti problemi psicologici assumono una forma differente quando gli obiettivi che avevano sostenuto la costruzione dell’identità perdono parte della loro forza.
Durante una lunga fase dell’esistenza gran parte dell’energia viene comprensibilmente rivolta verso l’esterno: formazione, lavoro, relazioni, autonomia, riconoscimento, famiglia, posizione sociale. Sono compiti reali e necessari. La personalità deve trovare un posto nel mondo.
Ma ciò che ha funzionato per costruire quel posto può non essere sufficiente per continuare ad abitarlo.
Può accadere che un successo desiderato per anni, una volta raggiunto, non produca il significato atteso. Una persona può avere organizzato una vita ragionevolmente riuscita e scoprire comunque una sensazione di estraneità. Oppure una perdita, una separazione, una malattia o semplicemente il trascorrere del tempo possono rendere improvvisamente inadeguati valori che fino a quel momento erano sembrati indiscutibili.
Non significa necessariamente che la vita precedente fosse falsa.
Può significare che era stata costruita per rispondere a domande che non sono più le stesse.
Nella prospettiva junghiana questi passaggi possono rappresentare momenti privilegiati dell’individuazione proprio perché la vecchia identità non riesce più a organizzare tutto ciò che emerge. L’Io viene costretto a negoziare con dimensioni della personalità che erano rimaste subordinate alle esigenze dell’adattamento.
La crisi, però, non contiene automaticamente una saggezza segreta.
Non ogni perdita è un’iniziazione, non ogni fallimento è «voluto dal Sé», non ogni deviazione dalla nostra pianificazione possiede una finalità spirituale nascosta.
Questa è una distinzione particolarmente importante per un percorso come il nostro.
Il pensiero simbolico può aiutarci a interrogare ciò che ci accade senza costringerci a credere che ciò che ci accade sia stato deliberatamente organizzato per insegnarci qualcosa.
Il significato può essere costruito anche dopo l’evento.
Non ha bisogno di essere stato programmato prima.
Il Sé non è il destino
Qui la distanza fra psicologia analitica e alcune forme di spiritualità contemporanea diventa ancora più evidente.
L’idea che esista un Sé più vasto dell’Io viene facilmente associata alla convinzione che esso conosca già la nostra destinazione: una vocazione, una missione, un progetto dell’anima o una traiettoria stabilita prima della nascita. Gli ostacoli diventano deviazioni o lezioni; le coincidenze indicazioni stradali; le persone che incontriamo strumenti di un disegno.
La psicologia junghiana consente di pensare una direzionalità della psiche senza obbligarci a immaginare un copione prestabilito.
Il processo di individuazione manifesta frequentemente una tensione verso configurazioni più ampie della personalità. Ciò che è stato escluso tende a ritornare; posizioni unilaterali producono compensazioni; immagini di totalità possono comparire nei sogni e nelle fantasie. Possiamo osservare un movimento senza concludere che esista un itinerario dettagliato già scritto.
Una ghianda possiede possibilità che un sasso non possiede, ma non contiene la fotografia dell’albero che diventerà.
L’essere umano è ancora più complicato.
Storia personale, ambiente, incontri, corpo, caso, decisioni e condizioni sociali partecipano continuamente a ciò che diventeremo. Parlare di individuazione significa riconoscere che la psiche non è soltanto un materiale passivo da modellare attraverso la volontà. Non significa negare il peso della contingenza.
Questa differenza diventerà essenziale quando il percorso incontrerà concetti come sincronicità, intuizione e guida interiore.
Per ora basta conservarne il principio: il Sé orienta il problema della totalità; non ci consegna necessariamente una sceneggiatura del futuro.
Essere se stessi non significa rimanere identici
L’espressione «essere se stessi» possiede una strana ambiguità.
Può significare smettere di recitare ruoli imposti, ma può anche diventare la più efficace giustificazione per non cambiare: «io sono così».
Se l’identità viene pensata come qualcosa di già esistente che dobbiamo soltanto scoprire, ogni trasformazione rischia di apparire come un tradimento della nostra autenticità. L’individuazione suggerisce un’immagine differente.
Il sé che incontriamo non è semplicemente quello che era nascosto fin dall’inizio sotto gli strati sociali.
Siamo anche ciò che diventiamo attraverso il confronto con ciò che non avevamo previsto.
Una persona può scoprire capacità che non riconosceva, valori che contraddicono quelli con cui era cresciuta, possibilità relazionali incompatibili con la vecchia immagine di sé. Può perfino dover rinunciare a un’identità che era stata conquistata con grande fatica perché ciò che un tempo rappresentava libertà si è trasformato, lentamente, in una nuova prigione.
L’individuazione contiene quindi una forma di continuità, ma non di immobilità.
Qualcosa rimane abbastanza stabile da permetterci di riconoscerci, mentre la forma attraverso cui quel qualcosa viene vissuto continua a cambiare.
È forse uno dei motivi per cui il Sé viene rappresentato simbolicamente attraverso immagini che combinano centro e molteplicità: cerchi, mandala, quaternità, pietre, figure regali, bambini divini. Non perché esista un dizionario nel quale il cerchio significhi sempre Sé, ma perché l’immaginazione umana ha spesso utilizzato forme di ordine e centralità per rappresentare l’esperienza di una totalità che tiene insieme elementi differenti.
Approfondiremo altrove il problema delle immagini e degli archetipi.
Qui interessa soltanto una conseguenza.
La totalità non equivale all’uniformità.
Una personalità più individuata non è quella nella quale tutte le parti hanno finalmente cominciato a pensare la stessa cosa. È quella capace di sostenere una maggiore differenziazione senza frammentarsi immediatamente.
Individuazione e collettività
C’è infine un equivoco che vale la pena eliminare prima che diventi parte del percorso: l’individuazione non è una fuga dal collettivo.
Jung attribuisce grande importanza alla differenziazione dalla psiche collettiva, perché un individuo completamente identificato con i valori, le aspettative e le immagini del proprio gruppo difficilmente può riconoscere quali posizioni appartengano realmente alla propria esperienza. Ma distinguersi dal collettivo non significa diventare autosufficienti.
Anzi, una maggiore differenziazione può rendere possibile una relazione più reale.
Finché ho bisogno che l’altro confermi la mia identità, la relazione rimane continuamente gravata da quella funzione. Finché considero qualsiasi differenza una minaccia, posso incontrare soltanto chi mi rispecchia. Quando qualcosa della mia posizione diventa più stabile, posso sopportare meglio l’esistenza di una posizione diversa.
L’individuazione possiede quindi anche una dimensione etica.
Più riconosciamo che la nostra coscienza non coincide con l’intera psiche, più dovrebbe diventare difficile considerare le nostre interpretazioni come assolute. La scoperta dell’inconscio non ci rende onniscienti: dovrebbe renderci, almeno in teoria, meno sicuri di esserlo.
E questo vale particolarmente nella ricerca spirituale.
La persona che ritiene di avere trovato il proprio centro può essere tentata di utilizzarlo come misura universale. La propria esperienza diventa verità sulla struttura del cosmo; la propria intuizione diventa criterio per giudicare il cammino degli altri; una trasformazione personale viene convertita in dottrina.
Sarebbe una conclusione curiosa per un processo nato precisamente dalla scoperta che l’Io non possiede l’intera verità su se stesso.
L’individuazione non costruisce un individuo più grande del mondo.
Costruisce, quando riesce, una relazione meno inconsapevole fra l’individuo e il mondo che continua a contenerlo.
Il centro che non possediamo
Arrivati a questo punto potremmo essere tentati di rappresentare il Sé come una sorta di pilota nascosto: qualcosa dentro di noi conosce la direzione, invia sogni e coincidenze, corregge le deviazioni dell’Io e attende soltanto di essere ascoltato.
È un’immagine seducente.
Va trattata con cautela.
Il Sé può essere pensato come principio ordinatore della totalità psichica senza trasformarlo in un piccolo dio personale che conosce ogni risposta. La sua funzione teorica diventa anzi più interessante quando resistiamo alla tentazione di antropomorfizzarlo.
La psiche produce configurazioni che l’Io non ha deliberatamente costruito. Compensa unilateralità. Genera immagini capaci di modificare un atteggiamento cosciente. Mostra attraverso sogni e fantasie possibilità che non avevamo formulato.
Ma tutto questo necessita ancora di interpretazione.
E l’interpretazione rimane umana, fallibile, situata.
Il fatto che un sogno provenga da un processo inconscio non rende automaticamente corretta la prima spiegazione che gli attribuiamo. Il fatto che un contenuto sembri più vasto dell’Io non gli conferisce automaticamente autorità morale. La relazione con il Sé non ci libera dal compito della discriminazione.
Al contrario, lo rende più necessario.
Forse è proprio questa la modifica più significativa che il concetto introduce nella nostra idea di crescita interiore.
Il centro della psiche non coincide con il centro della coscienza.
Eppure non possiamo vivere senza quel centro cosciente.
Siamo costretti a mantenere entrambi.
Da una parte un Io abbastanza definito da scegliere, rispondere, dubitare e dire no. Dall’altra la consapevolezza che ciò che sappiamo di noi stessi rimane inevitabilmente parziale.
Fra i due non esiste una pace definitiva.
Esiste una relazione da costruire, perdere e ricostruire.
È questo, più che una misteriosa energia nascosta o una voce superiore che impartisce indicazioni, il motore dell’essere di cui parla questa pagina: la tensione attraverso cui la coscienza incontra continuamente qualcosa che la obbliga a diventare più ampia senza permetterle mai di coincidere completamente con la totalità che cerca di comprendere.
L’individuazione non termina quando finalmente scopriamo chi siamo.
Forse comincia davvero quando quella domanda smette di avere una risposta abbastanza piccola da poter essere posseduta.

