La cosa più insidiosa è che, all’inizio, può assomigliare perfettamente a una crescita. Una esperienza intensa ha modificato il modo di vedere il mondo, una pratica ha restituito significato dopo mesi di confusione, un sogno sembra aver aperto una regione interiore rimasta fino a quel momento muta; compaiono coincidenze, intuizioni, la percezione di una direzione e forse persino quella rara sensazione di essere finalmente arrivati vicino a qualcosa che per anni era stato cercato senza nome. Poi, quasi senza accorgersene, la persona comincia a cambiare il proprio rapporto con quell’esperienza. Non dice più soltanto di aver incontrato qualcosa di importante: comincia a pensare che quell’incontro dica qualcosa di particolare su chi lei sia. Non ha semplicemente avuto una intuizione; è intuitiva. Non ha vissuto una esperienza numinosa; è stata scelta. Non attraversa una trasformazione; sta ascendendo. Gli altri non stanno soltanto percorrendo strade differenti: alcuni sono meno consapevoli, meno risvegliati, ancora intrappolati nell’ego. Una esperienza che inizialmente aveva aperto il mondo comincia lentamente a restringerlo attorno alla persona che l’ha vissuta.
È uno dei paradossi più antichi della ricerca spirituale. Ciò che dovrebbe relativizzare l’Io può diventare materiale attraverso cui l’Io costruisce una versione più grande di sé stesso.
La psicologia analitica possiede per questo fenomeno un concetto particolarmente efficace: inflazione. Quando l’Io si identifica con contenuti molto più vasti della propria personalità individuale, quando assimila a sé qualcosa che appartiene a una dimensione archetipica o alla totalità psichica, perde la propria proporzione. Jung descrisse precisamente il pericolo dell’identificazione fra Io e Sé: quando l’uno viene assimilato all’altro, la conseguenza non è una superiore realizzazione spirituale, ma una forma di inflazione che altera l’equilibrio della personalità. La tradizione analitica ha continuato a considerare questa perdita di distinzione uno dei rischi dell’incontro con immagini e contenuti di particolare intensità.
Non serve però rimanere dentro il vocabolario junghiano per riconoscere il meccanismo. Le tradizioni religiose hanno conosciuto a lungo il problema dell’orgoglio spirituale, dell’illusione di santità, dell’identificazione con il messaggio ricevuto, della tentazione di considerarsi depositari privilegiati di una verità. Cambiano la cosmologia e le parole, ma la domanda rimane sorprendentemente simile: che cosa accade quando il contatto con qualcosa che consideriamo più grande di noi viene utilizzato per sentirci più grandi degli altri?
La spiritualità contemporanea ha aggiunto a questo problema una forma particolare, perché ha costruito molta della propria autorità attorno all’esperienza individuale. Abbiamo appena attraversato un percorso fatto di Sé superiore, guida interiore, intuizione, sincronicità, numinoso, immagini e segni. Era necessario farlo, perché queste esperienze costituiscono una parte reale del modo in cui moltissime persone vivono oggi la ricerca spirituale. Ma proprio nel momento in cui l’autorità passa dall’istituzione all’interiorità nasce una responsabilità nuova: non tutto ciò che sentiamo come elevato ci rende più elevati, e non tutto ciò che ci fa stare meglio ci sta necessariamente trasformando.
È qui che compare un secondo concetto, molto più recente e ormai quasi indispensabile per comprendere la spiritualità contemporanea: spiritual bypassing, il bypass spirituale.
John Welwood, psicoterapeuta e insegnante buddhista, introdusse l’espressione negli anni Ottanta per descrivere l’uso di idee e pratiche spirituali allo scopo di aggirare questioni emotive irrisolte, ferite psicologiche e compiti della maturazione personale. Non intendeva affermare che la spiritualità fosse una fuga in sé stessa; il problema nasceva precisamente quando ciò che dovrebbe approfondire il rapporto con la vita veniva utilizzato per non entrare in alcune sue regioni. Il concetto è stato successivamente studiato anche empiricamente, con strumenti che distinguono dimensioni come l’evitamento psicologico e la tendenza a “spiritualizzare” i problemi.
L’immagine del bypass è efficace perché non descrive una strada completamente falsa. Un bypass conduce realmente da qualche parte. Permette di evitare un tratto difficile e raggiungere più rapidamente un punto successivo. Il problema è ciò che rimane non attraversato.
Una persona può meditare sinceramente, pregare, lavorare con simboli, praticare Reiki, seguire una disciplina energetica, studiare astrologia o frequentare una tradizione esoterica e, nello stesso tempo, utilizzare quelle stesse pratiche per evitare qualcosa che non vuole incontrare. Non esiste contraddizione. Una pratica autentica e un meccanismo difensivo possono convivere nella stessa persona, persino nello stesso gesto.
È proprio questo che rende il bypass difficile da riconoscere.
Se fosse semplicemente una falsa spiritualità, sarebbe facile liquidarlo. Ma spesso nasce da qualcosa che ha realmente aiutato.
Una persona attraversa un lutto e trova nella meditazione un momento di pace. Non c’è nulla di patologico; può essere una risorsa importante. Il bypass comincia se quella pace diventa l’unico stato considerato spiritualmente legittimo e il dolore viene interpretato come incapacità di lasciare andare. Qualcuno subisce una ingiustizia e scopre nel perdono una possibilità di non rimanere imprigionato nell’odio; anche questo può essere profondamente trasformativo. Ma se il perdono viene imposto prima che la rabbia possa essere riconosciuta, oppure utilizzato per evitare di stabilire limiti, la stessa idea ha cambiato funzione.
Non è più uno strumento di trasformazione.
È diventata una via di fuga.
Quando la luce diventa un luogo dove nascondersi
Il linguaggio della spiritualità contemporanea possiede una straordinaria abbondanza di parole luminose. Amore, gratitudine, abbondanza, espansione, vibrazione elevata, perdono, accettazione, fiducia, allineamento. Nessuna di queste parole è problematica in sé. Molte indicano esperienze e qualità che possono realmente migliorare una vita.
Il problema comincia quando vengono trasformate in un sistema morale invisibile.
La tristezza diventa bassa vibrazione.
La rabbia energia negativa.
Il dubbio mancanza di fiducia.
Il conflitto resistenza dell’ego.
La paura un ostacolo alla manifestazione.
La persona non deve più soltanto affrontare ciò che sente: deve anche preoccuparsi che ciò che sente stia abbassando la propria frequenza, bloccando l’universo, attirando esperienze indesiderate oppure dimostrando di essere meno evoluta di quanto pensasse.
A quel punto il linguaggio della crescita produce una nuova forma di vergogna.
Non possiamo più essere semplicemente arrabbiati.
Siamo spiritualmente arrabbiati nel modo sbagliato.
Non possiamo attraversare un lutto.
Dovremmo comprenderne rapidamente il dono.
Non possiamo dire che una esperienza è stata ingiusta.
Dobbiamo forse riconoscere che «la nostra anima l’ha scelta».
È un passaggio particolarmente delicato, perché molte di queste idee possiedono una capacità consolatoria evidente. Pensare che ogni avvenimento faccia parte di un disegno può rendere sopportabile ciò che altrimenti apparirebbe assurdo. Attribuire a una crisi una funzione evolutiva può impedire che la sofferenza diventi completamente priva di senso.
Ma il significato diventa bypass quando viene imposto prima che l’esperienza abbia avuto il diritto di essere ciò che è.
Una perdita può diventare trasformazione.
Non deve esserlo immediatamente.
Un trauma può essere successivamente integrato in una storia di crescita.
Non significa che sia avvenuto perché dovevamo crescere.
Un fallimento può aprire una strada imprevista.
Non dimostra che l’universo abbia chiuso deliberatamente quella precedente.
La possibilità di costruire significato dopo un evento non implica che quell’evento sia stato organizzato allo scopo di produrre quel significato.
È una distinzione che abbiamo incontrato molte volte in questo percorso, e qui mostra finalmente la propria utilità.
Il bypass spirituale ama confondere interpretazione e causa.
Se da una malattia imparo a vivere diversamente, allora la malattia doveva insegnarmelo.
Se una relazione dolorosa mi ha trasformato, allora quella persona era destinata a incontrarmi.
Se una crisi mi conduce verso una pratica spirituale, allora la crisi era stata predisposta per il mio risveglio.
Forse alcune persone crederanno sinceramente che sia così, e una visione religiosa della realtà può legittimamente interpretare la vita attraverso provvidenza, karma, destino o piano dell’anima. Il problema non sta nella credenza. Sta nel momento in cui quella credenza diventa incapace di tollerare qualsiasi altra lettura, soprattutto quella più semplice e più dolorosa: alcune cose accadono e noi dobbiamo decidere che cosa farne.
A volte il significato non precede la ferita.
Viene costruito dopo, con materiali rimasti sul terreno.
Inflazione: quando l’Io indossa il numinoso
Se il bypass utilizza la spiritualità per non scendere abbastanza nella realtà personale, l’inflazione produce un movimento apparentemente opposto: la coscienza sale troppo in alto e comincia a identificarsi con ciò che ha incontrato.
Un’esperienza numinosa può essere sconvolgente proprio perché ridimensiona l’Io. Per qualche momento la persona percepisce qualcosa che appare enormemente più vasto della propria identità ordinaria. Può essere una visione, una esperienza mistica, un sogno, un incontro rituale, una sincronicità particolarmente intensa, una percezione di unità.
Poi l’esperienza termina.
Ed è allora che comincia il problema più interessante.
L’Io deve darle un posto.
Può dire: «ho vissuto qualcosa che non comprendo interamente».
Oppure può dire: «ho avuto accesso a qualcosa che gli altri non vedono».
La differenza sembra piccola.
Non lo è.
Nel primo caso l’esperienza aumenta la quantità di mistero.
Nel secondo aumenta la quantità di identità.
È qui che l’inflazione spirituale diventa riconoscibile. La persona non si limita più a possedere una esperienza; diventa colui che ha avuto quella esperienza. Essa entra nella Persona, comincia a organizzare il rapporto con gli altri, stabilisce una gerarchia tacita fra chi ha visto e chi non ha visto, chi è sveglio e chi dorme, chi vibra alto e chi è ancora prigioniero della materia.
L’esperienza che avrebbe potuto relativizzare l’Io finisce per offrirgli un rango.
La spiritualità contemporanea rende questo movimento particolarmente facile perché dispone di un vocabolario quasi inesauribile dell’eccezionalità. Anime antiche, lightworker, starseed, guaritori, prescelti, empatici, esseri in ascensione, portatori di missioni particolari. Alcune di queste categorie appartengono a cosmologie specifiche e non devono essere liquidate con superficialità; possono offrire appartenenza, linguaggio e significato a persone che vi si riconoscono sinceramente.
Ma ogni categoria capace di spiegare perché siamo diversi dagli altri dovrebbe essere maneggiata con una cautela particolare.
Non perché essere diversi sia un problema.
Perché l’Io ama molto le cosmologie nelle quali scopre di occupare un posto privilegiato.
L’inflazione possiede inoltre una proprietà curiosa: può travestirsi perfettamente da umiltà. Una persona può dichiarare di non essere speciale, ma semplicemente «uno strumento dell’universo». Può affermare di non possedere alcun potere personale perché tutto proviene dalle proprie guide, dall’anima, dagli esseri di luce o da una intelligenza superiore.
Eppure rimane lei la persona scelta come strumento.
L’eccezionalità è stata semplicemente trasferita.
Non «sono potente».
Ma «qualcosa di immensamente potente ha scelto proprio me».
È una forma molto raffinata di grandiosità perché può convivere con una apparente rinuncia all’ego.
La perdita di proporzione si vede allora non tanto nella dottrina professata quanto nelle conseguenze. La persona diventa meno correggibile. Le critiche vengono interpretate come incomprensione da parte di chi non è ancora pronto, attacco energetico, invidia, resistenza alla propria luce. Le coincidenze diventano conferme. I fallimenti non mettono in dubbio la missione, ma vengono reinterpretati come prove destinate a rafforzarla.
Il sistema diventa progressivamente impermeabile.
E un sistema spirituale che non può mai essere contraddetto finisce per somigliare molto a una identità che non può più essere modificata.
La spiritualità usata contro gli altri
Il bypass non riguarda soltanto il rapporto con sé stessi.
Può diventare una forma particolarmente sottile di invalidazione dell’esperienza altrui.
Qualcuno perde una persona amata e gli viene ricordato che «la morte non esiste».
Una donna racconta una relazione abusante e qualcuno le domanda che cosa quella relazione le stia insegnando, oppure quale parte di lei l’abbia “attratta”.
Una persona economicamente in difficoltà viene invitata a lavorare sulla propria mentalità di scarsità.
Chi soffre di una malattia sente parlare di emozioni trattenute, vibrazioni, incapacità di perdonare, lezioni scelte dall’anima.
In ciascuno di questi casi una idea spirituale può contenere una riflessione interessante in un determinato contesto.
Il problema è il momento in cui viene utilizzata per saltare la realtà dell’altro.
L’interpretazione arriva prima dell’ascolto.
Spiega invece di incontrare.
E soprattutto restituisce a chi parla una posizione privilegiata: io vedo il significato spirituale della tua esperienza mentre tu sei ancora intrappolato nel dolore.
Il bypass può quindi diventare una forma di potere.
Chi possiede la spiegazione trascendente si colloca involontariamente sopra chi sta vivendo la realtà concreta.
Il lutto diventa meno evoluto della comprensione della reincarnazione.
La rabbia meno spirituale del perdono.
La protesta meno consapevole dell’accettazione.
Ma una spiritualità incapace di sedersi accanto a qualcuno senza spiegargli immediatamente perché sta soffrendo rischia di essere molto più interessata alla propria cosmologia che alla persona che ha davanti.
Esiste una forma di compassione che non ha bisogno di interpretare.
Qualche volta basta riconoscere che qualcosa fa male.
Senza trasformarlo subito in un insegnamento.
Accettazione non significa passività
Un altro territorio delicato riguarda il concetto di accettazione.
Molte pratiche contemplative insegnano, in forme differenti, a osservare l’esperienza senza reagire automaticamente, a lasciare emergere pensieri ed emozioni senza identificarsi completamente con essi. Si tratta di discipline profonde, elaborate in contesti storici specifici e spesso assai più esigenti delle versioni semplificate circolate nella cultura del benessere.
Nel passaggio contemporaneo, però, accettazione può diventare sinonimo di non conflitto.
Se accetti, non dovresti arrabbiarti.
Se hai davvero lasciato andare, non dovresti più essere ferito.
Se sei spiritualmente maturo, non dovresti aver bisogno di stabilire limiti così duri.
È una deformazione pericolosa.
Accettare che una situazione esista non significa approvarla.
Accettare la propria rabbia non significa agirla indiscriminatamente.
Accettare che qualcuno sia come è non obbliga a continuare a frequentarlo.
Una persona può comprendere perfettamente le ferite di chi le ha fatto del male e decidere comunque che non lo vuole più nella propria vita.
La comprensione non produce automaticamente riconciliazione.
Il perdono non elimina necessariamente il confine.
La compassione non richiede prossimità.
Il linguaggio spirituale diventa bypass quando rende illegittimi proprio gli strumenti necessari per proteggere la realtà concreta dell’individuo.
Una pratica seria dovrebbe invece aumentare la capacità di vedere ciò che è.
E ciò che è, qualche volta, richiede un no.
Guarigione e fantasia della completezza
La parola guarigione possiede nella cultura olistica un’estensione enorme. Si guarisce il bambino interiore, il lignaggio, il karma, il femminile, la relazione con il denaro, l’energia, il corpo, l’anima. Qualunque regione dell’esperienza sembra poter essere trasformata in un progetto di healing.
È comprensibile. La metafora della guarigione restituisce speranza e suggerisce che ciò che soffre possa essere curato.
Ma porta con sé una aspettativa nascosta: ciò che viene curato dovrebbe, prima o poi, smettere di far male.
Non sempre accade.
Alcune esperienze vengono integrate senza scomparire.
Alcune perdite restano perdite.
Alcune cicatrici non diventano fonti di gratitudine.
La crescita non coincide necessariamente con l’eliminazione di ogni conflitto.
Possiamo diventare più capaci di vivere con qualcosa senza averlo “guarito” nel significato definitivo della parola.
Questo è un punto importante anche per i percorsi olistici che seguiranno. Entreremo più direttamente nel territorio del corpo, della presenza, delle pratiche di consapevolezza, dell’energia e della trasformazione personale. Alcune tecniche possono migliorare concretamente il benessere, altre appartengono a specifiche tradizioni spirituali ed energetiche, altre ancora possiedono soprattutto un valore simbolico o esperienziale.
Non dovremo chiedere a nessuna di esse di promettere la completezza.
Una pratica può aiutare senza salvare.
Può aprire senza risolvere.
Può modificare il rapporto con una ferita senza cancellarne la storia.
Forse proprio questa modestia permette al lavoro olistico di diventare più serio.
Il bypass non significa che la spiritualità sia il problema
Qui occorre una cautela decisiva, soprattutto perché l’espressione spiritual bypassing è diventata a sua volta una formula estremamente popolare.
Esiste il rischio di utilizzarla per psicologizzare qualunque risposta religiosa al dolore. Una persona trova conforto nella preghiera? Bypass. Crede che la morte non rappresenti la fine? Bypass. Medita durante una crisi? Bypass. Attribuisce un significato spirituale a ciò che le è accaduto? Bypass.
Sarebbe una caricatura.
La religione e la spiritualità possono costituire risorse potenti nella gestione della sofferenza, offrendo appartenenza, pratiche, significato, speranza e forme di regolazione emotiva. Il problema non è utilizzare la spiritualità per affrontare il dolore; è utilizzarla in modo tale che il dolore non possa più essere affrontato.
La distinzione è sostanziale.
Ricerche recenti sul bypass spirituale hanno infatti suggerito di non considerarlo semplicemente un difetto fisso della persona. In alcuni contesti può funzionare temporaneamente come risposta protettiva davanti a una sofferenza difficile da sostenere; il problema emerge quando quella protezione diventa rigida e impedisce una successiva elaborazione. Alcuni lavori recentissimi propongono proprio di pensare il superamento del bypass non come abbandono della spiritualità, ma come capacità di differenziare l’uso difensivo della spiritualità dalla spiritualità stessa.
È una distinzione preziosa.
Una difesa non è necessariamente un errore morale.
A volte è ciò che siamo capaci di fare in un determinato momento.
Dire a una persona «stai facendo spiritual bypassing» può diventare esso stesso un modo sofisticato per sentirsi più consapevoli di lei.
Anche il concetto nato per denunciare l’inflazione può diventare materiale per una nuova inflazione.
La vita psichica possiede una certa ironia.
La prova della quotidianità
Esiste forse un criterio più semplice per osservare ciò che una pratica spirituale sta producendo, e non richiede alcuna teoria particolarmente sofisticata: che cosa accade quando torniamo alla vita ordinaria?
Dopo la meditazione.
Dopo il rituale.
Dopo il sogno.
Dopo la sincronicità.
Dopo la percezione della guida.
Dopo l’esperienza numinosa.
Come trattiamo le persone?
Come affrontiamo un errore?
Sappiamo ancora chiedere scusa?
Siamo diventati più capaci di ascoltare qualcosa che non conferma ciò che crediamo?
Possiamo modificare una opinione?
Tolleriamo che una persona non condivida la nostra cosmologia senza considerarla meno consapevole?
Il valore di queste domande non sta nel trasformare la spiritualità in moralismo. Una persona spiritualmente impegnata può continuare a essere impaziente, contraddittoria, vulnerabile, egoista in alcuni momenti. Non è necessario costruire un ideale di purezza.
Il punto è la direzione.
Una pratica che produce esperienze sempre più straordinarie e relazioni sempre più povere merita attenzione.
Una guida interiore che ci rende incapaci di ascoltare chi è fuori di noi merita attenzione.
Una concezione energetica che ci porta a evitare sistematicamente chiunque susciti disagio merita attenzione.
Una spiritualità nella quale il mondo viene progressivamente diviso fra chi vibra con noi e chi deve essere escluso rischia di trasformare il discernimento in una macchina di auto-conferma.
Il ritorno alla quotidianità è difficile proprio perché toglie glamour alla trasformazione.
Il Sé superiore deve fare i conti con le scadenze.
Il guaritore con la propria irritazione.
Chi parla di compassione con la persona che gli è antipatica.
Chi ha compreso l’unità del tutto con qualcuno che continua a contraddirlo.
Non c’è nulla di degradante in questo ritorno.
È dove l’esperienza spirituale incontra finalmente una materia resistente.
Perdere la proporzione
Inflazione e bypass sembrano due fenomeni differenti, ma condividono un nucleo: alterano la proporzione fra esperienza spirituale e realtà umana.
Nell’inflazione l’Io diventa troppo grande rispetto alla propria misura.
Nel bypass la dimensione spirituale diventa abbastanza grande da coprire ciò che non vogliamo vedere.
In entrambi i casi qualcosa viene sottratto alla relazione.
L’Io inflazionato non può più essere corretto facilmente.
La persona in bypass non può più essere raggiunta facilmente nel punto in cui soffre.
La proporzione non significa ridurre tutto alla banalità. Non vuol dire rinunciare al mistero, considerare ogni esperienza spirituale un prodotto mentale oppure smettere di parlare di invisibile.
Significa impedire che l’invisibile occupi tutto lo spazio.
Una esperienza può essere immensa e noi rimanere persone finite.
Un simbolo può essere potentissimo senza dirci che siamo speciali.
Una sincronicità può trasformarci senza diventare una prova del destino.
Una guida può essere ascoltata senza ricevere autorità assoluta.
Una pratica energetica può essere importante senza spiegare ogni malattia.
Una esperienza di unità può convivere con il bisogno di andare dal medico, pagare le tasse, mettere un limite e riconoscere di aver sbagliato.
La proporzione è questa capacità di tenere insieme piani differenti senza permettere che uno colonizzi tutti gli altri.
È meno spettacolare dell’ascensione.
Probabilmente è molto più difficile.
Dal capire al praticare
Arrivati qui, il percorso compie quasi naturalmente un movimento.
Abbiamo trascorso queste pagine costruendo una mappa: Io e Sé, Persona, complessi e proiezioni, corpo simbolico, Ombra, immagini, archetipi, sincronicità, intuizione, numinoso, Higher Self e autorità interiore. Abbiamo imparato soprattutto a distinguere. Esperienza e interpretazione. Simbolo e cosa. Intuizione e certezza. Guida e obbedienza. Significato e causa.
Ma una mappa, per quanto accurata, rimane appesa al muro finché il corpo non comincia a muoversi.
Da questo punto i percorsi olistici possono assumere un carattere diverso.
Non avremo più bisogno di domandarci continuamente se ogni pratica sia psicologica oppure spirituale prima di poterla incontrare. Potremo chiederci che cosa fa, da dove proviene, che esperienza costruisce, quali limiti possiede e quale rapporto propone fra corpo, coscienza, energia, attenzione e trasformazione.
Il terreno diventerà più concreto.
Respirazione.
Postura.
Presenza.
Meditazione.
Percezione del corpo.
Pratiche energetiche.
Rituali di benessere.
Lavoro con emozioni e immagini.
Non perché il corpo sia finalmente una risposta dopo tante domande, né perché l’esperienza debba sostituire la riflessione.
Precisamente il contrario.
Tutto ciò che abbiamo costruito fin qui servirà a non consegnarci ingenuamente alla pratica.
Potremo entrare nel linguaggio olistico senza dover credere che ogni sensazione sia energia.
Utilizzare una visualizzazione senza scambiarla automaticamente per percezione extrasensoriale.
Prendere sul serio una pratica tradizionale senza riscriverne la storia.
Riconoscere quando un metodo produce benessere senza attribuirgli proprietà che non possiamo verificare.
E soprattutto imparare che la trasformazione non ha sempre bisogno di diventare una narrazione sulla persona che stiamo diventando.
Qualche volta consiste semplicemente nel vivere diversamente.
Tornare abbastanza piccoli
Forse il percorso doveva terminare proprio qui, non con un’immagine di compimento ma con una riduzione.
Non diventare più piccoli nel senso di svalutarci.
Diventare abbastanza piccoli da non dover contenere l’intero cosmo dentro la nostra biografia.
Abbastanza piccoli da poter avere una intuizione senza essere veggenti.
Vivere una esperienza numinosa senza diventare eletti.
Ricevere un simbolo senza considerarlo una investitura.
Avere una pratica senza trasformarla in identità.
Sentire qualcosa di profondo senza obbligare immediatamente l’universo ad avercelo inviato.
In questa riduzione non perdiamo il mistero.
Perdiamo soltanto la pretesa di esserne il centro.
Ed è una differenza enorme.
Perché allora possiamo tornare alla spiritualità senza doverle chiedere di proteggerci da tutto ciò che è sgradevole. La meditazione non deve cancellare l’ansia per essere significativa. Un rito non deve risolvere una vita. La ricerca interiore non deve produrre una persona continuamente serena.
Possiamo essere presenti senza essere pacificati.
Possiamo avere fede e continuare a dubitare.
Possiamo cercare il trascendente e avere ancora problemi estremamente terrestri.
Possiamo lavorare su noi stessi senza trasformarci in un progetto infinito da correggere.
La spiritualità smette così di essere la regione nella quale andiamo per diventare qualcosa di superiore e può tornare a essere una delle modalità attraverso cui impariamo a stare, con maggiore profondità, dentro ciò che siamo già.
È forse questo il passaggio che apre davvero ciò che viene dopo.
Finora abbiamo osservato l’architettura.
Da qui cominceremo ad abitarla.
Non servirà lasciare l’Io fuori dalla porta, né convincerci che ogni pratica possieda una verità nascosta. Servirà qualcosa di più semplice e più esigente: portare con noi il corpo, l’attenzione, il dubbio, l’esperienza e quella misura che abbiamo faticosamente recuperato.
Il resto non sarà più soltanto da comprendere.
Dovrà essere vissuto.

