L’immagine non era stata cercata. Questo, almeno, era ciò che la rendeva difficile da ignorare. Non apparteneva al genere di scene che si costruiscono deliberatamente quando qualcuno invita a immaginare una spiaggia, una scala, una luce che attraversa il corpo. Era comparsa con una propria ostinazione: una porta socchiusa in fondo a un corridoio, una figura seduta di spalle, un animale che continuava a tornare ogni volta che l’attenzione si avvicinava a un certo ricordo. Bastava provare a correggerla perché perdesse consistenza; lasciandola invece continuare, introduceva dettagli che la coscienza non aveva previsto e, qualche volta, rispondeva.
È da questa differenza apparentemente minima che conviene partire.
La parola immaginazione viene utilizzata per attività interiori molto diverse. Possiamo immaginare volontariamente il volto di una persona, costruire mentalmente una stanza, anticipare una conversazione, lasciarci trascinare da una fantasia, seguire una visualizzazione guidata, rivedere una scena del passato oppure assistere alla comparsa spontanea di immagini che sembrano svilupparsi secondo una logica almeno parzialmente indipendente dalla nostra intenzione. La lingua ordinaria raccoglie tutto questo sotto lo stesso verbo, ma per il percorso che stiamo costruendo la distinzione è essenziale, perché da essa dipende il modo in cui interpreteremo sogni, intuizioni, meditazioni immaginative, figure interiori e, più avanti, quelle esperienze nelle quali una immagine può essere percepita come presenza.
Carl Gustav Jung chiamò immaginazione attiva uno dei modi attraverso cui la coscienza può entrare deliberatamente in rapporto con materiali che emergono dall’inconscio durante la veglia. La pratica maturò durante il periodo della sua intensa confrontazione con le immagini interiori iniziata negli anni successivi alla rottura con Freud e documentata in ciò che sarebbe diventato Il Libro Rosso. Nella formulazione junghiana e post-junghiana non si tratta di inventare una storia desiderata, ma di creare le condizioni affinché immagini, figure, dialoghi e configurazioni possano svilupparsi con una certa autonomia, mantenendo contemporaneamente una presenza cosciente capace di interagire con esse. L’International Association for Analytical Psychology insiste proprio su questo punto: l’atteggiamento richiesto è insieme ricettivo e attivo, perché l’Io non produce semplicemente ciò che vuole vedere, ma neppure scompare davanti al materiale che emerge.
È una posizione molto diversa sia dal sogno sia dalla fantasia volontaria. Nel sogno la coscienza ordinaria non mantiene la stessa possibilità di intervento; nella fantasia costruita deliberatamente siamo invece noi a stabilire gran parte della scena. Nell’immaginazione attiva viene cercato un equilibrio assai più instabile: lasciare accadere senza diventare passivi, partecipare senza diventare registi.
Questa formula, apparentemente semplice, apre un territorio molto più vasto di quanto il termine tecnico lasci supporre.
L’immagine che continua dopo di noi
Se qualcuno ci chiede di immaginare una casa bianca sul mare, possiamo costruirla con relativa facilità. Possiamo scegliere il colore delle finestre, aggiungere un albero, decidere che sia mattina oppure sera. Se un particolare ci disturba, lo modifichiamo. La scena rimane in larga misura dipendente dalla nostra intenzione.
Nell’immaginazione spontanea accade talvolta qualcosa di diverso. La casa appare, ma ha una porta che non avevamo previsto. Tentiamo di immaginarla aperta e continua a presentarsi chiusa. Dietro una finestra compare una figura. Vorremmo avvicinarci, ma l’immagine si modifica e ci troviamo improvvisamente in un altro luogo.
Naturalmente tutto questo continua ad avvenire nella psiche. Non è necessario postulare un agente esterno per riconoscere che l’esperienza soggettiva può possedere una qualità di autonomia. Anche la creatività ordinaria conosce bene il fenomeno: romanzieri e drammaturghi descrivono personaggi che, una volta sufficientemente sviluppati, sembrano “rifiutarsi” di compiere ciò che l’autore aveva inizialmente previsto. La psicologia analitica utilizza questa caratteristica dell’immagine non come prova della sua esistenza indipendente, ma come occasione per confrontare l’Io con qualcosa che non coincide completamente con il proprio progetto cosciente. L’IAAP descrive l’immaginazione attiva proprio come un dialogo con immagini che emergono durante la veglia e che non dovrebbero essere semplicemente piegate al desiderio dell’Io.
Questo è anche il motivo per cui la parola attiva può trarre in inganno. Non significa produrre più immagini, renderle più vivide o controllarle con maggiore forza. L’attività consiste soprattutto nel mantenere una relazione cosciente.
Una figura appare.
Possiamo osservarla.
Possiamo chiederle qualcosa.
Possiamo reagire a ciò che accade.
Possiamo rifiutare ciò che propone.
L’immaginazione attiva non richiede che l’Io creda automaticamente alle figure interiori. Al contrario, Jung attribuiva al confronto con esse una dimensione di responsabilità: comprendere un’immagine non basta se ciò che abbiamo compreso non modifica il modo in cui ci rapportiamo alle nostre scelte e al mondo. La tradizione analitica sottolinea perciò che il lavoro con le immagini non dovrebbe terminare nell’incanto dell’esperienza stessa, ma tornare alla vita concreta e alla responsabilità dell’Io.
È un dettaglio importante, soprattutto oggi.
Perché la cultura spirituale contemporanea è diventata estremamente abile nel produrre immagini interiori.
Molto meno nel decidere che cosa farne.
Immaginazione attiva e visualizzazione non sono la stessa cosa
Il confine diventa particolarmente interessante quando confrontiamo l’immaginazione attiva con la visualizzazione, una pratica ormai presente in meditazione, coaching, sport, self-help, percorsi olistici e ritualità contemporanea.
La visualizzazione possiede generalmente un elemento intenzionale più forte. Viene proposta una scena o un obiettivo: immaginarsi mentre si raggiunge un risultato, percorrere mentalmente un luogo, visualizzare una luce che entra nel corpo, costruire un santuario interiore, incontrare una guida in un ambiente preparato in precedenza. La sequenza può essere più o meno aperta, ma esiste già una cornice all’interno della quale l’immaginazione viene orientata.
Questo non rende la visualizzazione inferiore.
Significa che svolge una funzione differente.
Se desidero preparare mentalmente una prestazione, posso avere ottime ragioni per visualizzarla nella forma desiderata. Se un rituale prescrive di immaginare un particolare simbolo in una determinata posizione, la precisione dell’immagine può essere parte della pratica. Se una meditazione guidata invita a percorrere una scala e incontrare una figura, la struttura predisposta consente di orientare l’attenzione verso un certo tipo di esperienza.
L’immaginazione attiva diventa qualcosa di diverso proprio quando la scena ha diritto di disobbedire.
Se avevamo intenzione di incontrare un maestro e compare un bambino arrabbiato, non sostituiamo il bambino con il maestro perché il copione prevedeva altro. Se una porta dovrebbe aprirsi ma rimane chiusa, la resistenza stessa diventa interessante. Se una figura alla quale abbiamo attribuito saggezza comincia a dire qualcosa che ci sembra assurdo o moralmente discutibile, non dobbiamo necessariamente considerarla una guida più profonda dell’Io.
Dobbiamo incontrare ciò che è comparso.
Questo rende l’immaginazione attiva assai meno rassicurante delle visualizzazioni finalizzate al benessere.
Non conduce necessariamente in un luogo piacevole.
Non produce necessariamente una risposta.
Non garantisce che la figura incontrata rappresenti una parte superiore della personalità.
E soprattutto non assume che ciò che emerge dall’interno sia vero soltanto perché emerge dall’interno.
La pagina sui complessi ci ha già preparato a questa cautela. Una parte interiore può parlare con enorme convinzione. Un complesso può assumere un volto. Una proiezione può trasformarsi in scena. Una paura può costruire immagini elaborate.
L’immaginazione non è un tribunale della verità.
È un luogo nel quale qualcosa diventa visibile abbastanza da poter essere interrogato.
Fantasia passiva e confronto con l’immagine
Jung distingueva anche fra l’immaginazione capace di trasformare e il semplice abbandonarsi alla fantasia. La differenza non dipende dal grado di stranezza delle immagini, ma dalla posizione dell’Io.
Possiamo trascorrere mezz’ora immaginando di essere ammirati, vendicandoci mentalmente di qualcuno, costruendo una relazione ideale o vivendo un’avventura impossibile. Queste fantasie possono rivelare desideri molto importanti, ma spesso funzionano in modo compensatorio: offrono temporaneamente ciò che la realtà non concede.
Non c’è nulla di scandaloso.
La fantasia svolge molte funzioni necessarie.
Ma l’immaginazione attiva richiede un passaggio ulteriore: la fantasia smette di essere semplicemente il luogo in cui l’Io ottiene ciò che desidera e diventa un territorio in cui la sua posizione può essere contraddetta.
Se nella fantasia sono sempre vincitore, posso chiedermi che cosa accade se permetto all’avversario di rispondere.
Se immagino continuamente una persona che finalmente comprende quanto valgo, posso lasciare che quella figura dica qualcosa che non avevo previsto.
Se compare una casa ideale, posso entrare nella stanza che spontaneamente evitavo.
Il gesto fondamentale non consiste nel rendere tutto più inquietante.
Consiste nell’interrompere il monopolio della coscienza sulla sceneggiatura.
È questo che lega l’immaginazione attiva alla funzione trascendente incontrata nella pagina precedente: immagini e dialoghi possono offrire una forma attraverso cui una posizione cosciente entra in rapporto con qualcosa che la contraddice, consentendo eventualmente la nascita di una configurazione nuova. L’IAAP colloca infatti l’immaginazione attiva fra le modalità attraverso cui il confronto fra coscienza e inconscio può generare trasformazione, anziché risolversi nella semplice vittoria dell’uno sull’altro.
L’immagine, allora, non serve soltanto a rappresentare un contenuto.
Serve a mantenerlo vivo abbastanza da poterci rispondere.
Quando l’esoterismo prende sul serio l’immaginazione
A questo punto il nostro percorso può finalmente uscire dal solo territorio junghiano.
Perché l’idea che l’immaginazione sia qualcosa di più di una produzione arbitraria della mente non nasce certamente con Jung. La storia dell’esoterismo occidentale contiene una lunga e complessa riflessione sulla facoltà immaginativa, alla quale sono state attribuite funzioni conoscitive, trasformative e perfino operative.
Antoine Faivre, uno dei maggiori studiosi moderni dell’esoterismo occidentale, ha ricordato come in diverse correnti esoteriche la vis imaginativa o “immaginazione magica” non venga intesa soltanto come fantasia. Può essere concepita in senso “intransitivo”, cioè come facoltà attraverso cui il soggetto accede a visioni, immagini o forme di conoscenza, oppure in senso “transitivo”, quando all’immaginazione viene attribuita la capacità di agire su realtà considerate esterne al soggetto; in alcune concezioni le due funzioni convivono.
Questa è una differenza enorme rispetto alla psicologia analitica.
Jung può studiare ciò che avviene quando una persona immagina una figura e dialoga con essa.
Una tradizione magica può sostenere che la medesima facoltà immaginativa sia capace di stabilire un rapporto con qualcosa che non appartiene esclusivamente alla psiche individuale.
Le due prospettive non diventano equivalenti solo perché entrambe utilizzano immagini.
Nella magia rituale occidentale moderna, per esempio, visualizzazione, concentrazione, simboli e stati modificati di coscienza possono entrare direttamente nella costruzione dell’operazione. La Golden Dawn e altre correnti dell’occultismo moderno documentarono pratiche nelle quali immaginazione rituale e stati di coscienza non ordinari assumevano un ruolo sistematico; la storiografia contemporanea della magia occidentale tratta queste tecniche come parte integrante della cultura rituale moderna, non come semplici esercizi decorativi.
La differenza metodologica, per noi, deve rimanere visibile.
Quando un praticante costruisce mentalmente una figura, un tempio, una luce o una forma simbolica secondo istruzioni rituali, non sta necessariamente praticando immaginazione attiva junghiana.
Sta utilizzando l’immaginazione secondo una grammatica appartenente al proprio sistema.
La stessa parola può indicare operazioni molto diverse.
Costruire l’immagine e ricevere l’immagine
Possiamo forse comprendere meglio il problema distinguendo due movimenti che nella pratica reale spesso si intrecciano: costruire e ricevere.
Costruire significa utilizzare intenzionalmente l’immaginazione per dare forma a qualcosa. Disegniamo mentalmente un cerchio, visualizziamo una luce, evochiamo un paesaggio, costruiamo un’immagine divina secondo una iconografia nota. È una attività orientata.
Ricevere significa accorgersi che qualcosa compare con una forma che non avevamo completamente deciso.
Il confine non è assoluto.
Una immagine costruita può acquistare autonomia. Iniziamo visualizzando una stanza secondo istruzioni precise, poi compare un particolare inatteso. Una figura prevista assume un’espressione diversa. Un paesaggio comincia a modificarsi. A quel punto il problema non è più semplicemente quanto bene siamo capaci di visualizzare.
Il problema diventa che rapporto instaurare con ciò che eccede il copione.
È esattamente qui che molte pratiche esoteriche, immaginative e psicologiche possono avvicinarsi nell’esperienza pur continuando a divergere nell’interpretazione.
Uno psicologo potrebbe leggere il particolare inatteso come materiale spontaneo della psiche.
Un occultista potrebbe considerarlo una variazione significativa dell’esperienza rituale.
Un praticante religioso potrebbe attribuirlo a una presenza spirituale.
Le tre persone potrebbero persino descrivere una fenomenologia simile.
Non stanno necessariamente descrivendo la stessa ontologia.
Questa distinzione diventerà essenziale quando parleremo di intuizione e guida interiore, perché una delle tentazioni più forti consiste nel trasformare la spontaneità dell’immagine in prova della sua provenienza esterna.
«Non l’ho inventato io» non significa automaticamente «me l’ha inviato qualcuno».
Esiste molto più materiale nella psiche di quanto l’Io costruisca volontariamente.
È uno dei fatti sui quali l’intero percorso si regge.
Ma la cautela opposta è altrettanto necessaria. Dire che una immagine emerge dalla psiche non consente, da solo, di decidere che qualunque interpretazione religiosa o esoterica sia necessariamente priva di significato. Significa soltanto che l’esperienza può essere studiata psicologicamente senza che la psicologia possieda per questo il diritto di risolverne automaticamente ogni questione metafisica.
L’immaginale non è semplicemente “ciò che immaginiamo”
Esiste poi una parola che negli ultimi decenni è entrata con crescente frequenza nel vocabolario spirituale e psicologico: immaginale.
Spesso viene utilizzata come sinonimo elegante di “immaginativo”.
Storicamente è qualcosa di molto più preciso.
Il termine mundus imaginalis è legato soprattutto all’opera di Henry Corbin, filosofo e studioso dell’Iran islamico, che lo utilizzò per tradurre e interpretare concezioni dell’“intermondo” presenti in autori come Suhrawardī e Ibn ʿArabī. In queste tradizioni l’immaginazione non designa semplicemente la produzione soggettiva di fantasie, ma una facoltà capace di percepire forme appartenenti a un dominio intermedio fra realtà sensibile e intellegibile. La Stanford Encyclopedia of Philosophy descrive, nel caso di Suhrawardī, un vero e proprio “mondo delle immagini” intermedio, mentre nella cosmologia di Ibn ʿArabī questo piano possiede uno statuto ontologico reale e consente di pensare visioni, apparizioni e forme spirituali sensibili senza ridurle alla materia ordinaria.
Corbin chiamò questo dominio imaginal proprio per distinguerlo dall’“immaginario” inteso nel senso comune di irreale o inventato; gli studi sulla sua opera sottolineano che il concetto rappresenta uno dei cardini della sua interpretazione della filosofia iranica.
È importante non compiere qui un’operazione molto frequente nella spiritualità contemporanea: prendere il mundus imaginalis e trasformarlo semplicemente in una versione poetica dell’inconscio collettivo.
Corbin non stava descrivendo il metodo di Jung con un lessico islamico.
Suhrawardī non stava anticipando la psicologia analitica.
Ibn ʿArabī non stava parlando metaforicamente di archetipi nel nostro cervello.
All’interno di quelle cosmologie, il mondo immaginale possiede una consistenza ontologica che la psicologia, in quanto psicologia, non ha bisogno di postulare.
Eppure il confronto rimane estremamente fertile.
Perché tanto l’immaginazione attiva quanto il concetto di immaginale rifiutano, in modi radicalmente differenti, l’equazione banale immagine = fantasia priva di realtà.
Qui il dialogo fra esoterismo e psicologia diventa finalmente adulto.
Non dobbiamo dire che sono la stessa cosa.
Possiamo domandarci perché sistemi tanto diversi abbiano attribuito all’immagine una funzione intermediaria fra livelli dell’esperienza che il pensiero ordinario tende a separare.
La figura interiore: parte di me, archetipo o presenza?
Immaginiamo che durante una pratica compaia una vecchia donna sconosciuta.
La figura ritorna più volte.
Possiede un volto stabile, un determinato abito, sembra avere un carattere e in alcuni momenti risponde alle domande in modi che la persona non sente di aver previsto.
Che cos’è?
È precisamente il genere di domanda al quale questa pagina non dovrebbe offrire una risposta troppo rapida.
Una prospettiva junghiana potrebbe domandarsi quale configurazione psichica si stia personificando. Potremmo esplorare associazioni, sogni, immagini archetipiche, relazioni biografiche e funzione che la figura assume nel processo.
Una tradizione esoterica potrebbe possedere criteri completamente differenti per distinguere una produzione psichica da una presenza spirituale, e potrebbe inserire la figura dentro una cosmologia già definita.
La spiritualità New Age contemporanea potrebbe chiamarla guida, antenata, maestra, aspetto del Sé superiore o entità appartenente a un altro piano.
Ciò che non dovremmo fare è utilizzare la vividezza dell’immagine come criterio sufficiente.
Una figura può apparire estremamente autonoma nella vita psichica senza essere per questo un essere indipendente.
E una tradizione religiosa può attribuire realtà a una figura senza che tale attribuzione possa essere semplicemente confutata dicendo che l’esperienza possiede anche una dimensione psicologica.
Il discernimento comincia quando l’Io resiste alla necessità di chiudere immediatamente la questione.
Che cosa fa la figura?
Come cambia?
Conferma sempre ciò che desideriamo?
Produce dipendenza?
Chiede comportamenti contrari alla nostra capacità di giudizio?
Diventa più grandiosa man mano che le attribuiamo autorità?
Oppure introduce prospettive che destabilizzano costruttivamente la posizione cosciente?
Le domande non stabiliscono da sole l’ontologia della figura.
Stabiliscono qualcosa di altrettanto importante: la qualità della relazione che stiamo costruendo con essa.
Non ogni figura saggia è una guida
La parola “guida” è diventata così comune che merita una particolare cautela.
Durante visualizzazioni guidate, meditazioni, pratiche sciamaniche reinterpretate in ambiente occidentale o percorsi New Age, l’incontro con una figura interiore benevola viene spesso presentato come accesso a una fonte di orientamento. Si invita a farle domande, ascoltare risposte, chiedere un simbolo, ricevere un messaggio.
L’esperienza può essere intensa e perfino trasformativa.
Ma non possediamo ancora alcuna ragione per considerare la figura infallibile.
Dal punto di vista psicologico, il contenuto può essere profondamente significativo proprio perché condensa materiale non immediatamente disponibile all’Io. Ma l’inconscio non è un’enciclopedia onnisciente. Contiene anche paure, desideri, configurazioni collettive, conflitti e materiale che non deve essere trasformato automaticamente in consiglio.
Dal punto di vista esoterico, molte tradizioni storiche sono assai meno ingenue della moderna formula “fidati delle tue guide”. Sistemi rituali complessi hanno sviluppato criteri di identificazione, verifica, autorità e discernimento proprio perché l’apparizione di una figura non veniva automaticamente considerata prova della sua identità dichiarata.
La spiritualità contemporanea tende invece talvolta a saltare il passaggio.
Una figura appare.
Sembra amorevole.
Dice di essere una guida.
La crediamo.
È un modo sorprendentemente fragile di costruire autorità interiore.
L’immaginazione attiva offre qui un correttivo prezioso: la figura può essere ascoltata seriamente senza essere obbedita.
Il dialogo non richiede sottomissione.
Il rischio di diventare spettatori del proprio teatro interiore
Esiste un altro rischio, meno spettacolare ma altrettanto importante.
Lavorare con immagini interiori può diventare così interessante da rendere il mondo ordinario improvvisamente povero.
I sogni sembrano più profondi delle conversazioni.
Le figure interiori più affascinanti delle persone reali.
Ogni sera produce nuove scene, nuovi simboli, nuovi incontri. La vita quotidiana diventa quasi l’intervallo necessario fra due immersioni nel teatro psichico.
È precisamente qui che il richiamo junghiano alla responsabilità acquista peso.
L’immaginazione attiva non dovrebbe trasformare l’Io in un turista dell’inconscio. L’IAAP insiste sul fatto che, per Jung, il confronto con le immagini comporta conseguenze etiche: ciò che viene compreso deve tornare alla relazione con la vita e con le scelte, altrimenti l’immagine può diventare un altro modo attraverso cui l’Io accumula esperienze senza trasformarsi realmente.
Possiamo conoscere cento figure interiori e continuare a comportarci nello stesso modo.
Possiamo disegnare mandala, dialogare con il Vecchio Sapiente, incontrare la Madre, entrare in templi immaginativi e non diventare minimamente più capaci di riconoscere una proiezione nella relazione concreta.
In quel caso l’immaginazione è diventata ricchissima.
L’Io no.
Questo vale ancora di più per le pratiche esoteriche. Una visione può essere importante all’interno della tradizione che la produce, ma il suo splendore non rende automaticamente il praticante più maturo, più lucido o più affidabile. L’intensità fenomenologica non è una misura morale.
Anche la visione può nutrire la Persona.
Qualcuno può diventare “colui che vede”.
È un’identità molto seducente.
L’immagine non deve necessariamente essere vista
La parola visualizzazione ha favorito un altro equivoco: l’idea che il lavoro immaginativo richieda immagini interiori nitide, quasi proiettate su uno schermo mentale.
Non è questo il punto.
Un’immagine interiore può essere vaga. Può presentarsi come atmosfera, movimento, frase, dialogo, intuizione spaziale, sensazione di una scena di cui non vediamo ogni dettaglio. Ciò che conta non è la qualità cinematografica dell’esperienza, ma la capacità di entrare in rapporto con qualcosa che acquista una forma sufficientemente distinta dalla pura intenzione cosciente.
Questo spiega anche perché il lavoro junghiano con l’immaginazione non sia confinato alla contemplazione visiva. Nel corso della tradizione analitica immagini e contenuti possono essere sviluppati attraverso scrittura, disegno, modellazione, movimento e altre forme espressive; la definizione stessa di immaginazione attiva rimanda all’assimilazione dei contenuti inconsci attraverso forme di espressione e relazione, non alla semplice produzione di una fotografia mentale perfetta.
Una persona può dunque “immaginare” molto profondamente senza vedere quasi nulla.
Può sapere che una figura è lì.
Può sentirne la posizione.
Può ascoltare una frase.
Può disegnarla senza averla prima visualizzata in dettaglio.
Il linguaggio dell’immagine è più ampio della vista.
Ed è forse questa una delle ragioni per cui continua a essere così difficile da tradurre in una teoria unica.
Immaginazione e desiderio
C’è un criterio che merita di accompagnare tutto il percorso successivo: quanto più una immagine coincide perfettamente con ciò che desideriamo, tanto meno dovremmo sentirci obbligati a considerarla falsa, ma tanto più dovremmo sentirci autorizzati a esaminarla con attenzione.
Una persona desidera disperatamente che una relazione sia destinata.
Durante una visualizzazione incontra una figura che le dice che quella relazione appartiene al suo cammino.
Che cosa è accaduto?
Forse la scena ha semplicemente dato voce al desiderio.
Forse ha personificato una parte della psiche.
Forse, nel sistema spirituale adottato dalla persona, l’esperienza possiede un altro significato.
Non dobbiamo scegliere immediatamente.
Ma certamente non possiamo trasformare l’immagine in una prova soltanto perché è arrivata spontaneamente.
La psiche sa costruire conferme con sorprendente eleganza.
Ed è proprio per questo che il confronto autentico con l’immagine richiede la possibilità di lasciarla diventare scomoda.
Se la figura dice sempre ciò che vogliamo sentire, forse vale la pena chiederle qualcosa che non abbiamo interesse a sentirci rispondere.
Se il paesaggio immaginativo è sempre luminoso, forse possiamo domandarci che cosa rimanga fuori.
Non per introdurre artificialmente oscurità.
Per verificare se stiamo davvero incontrando qualcosa oppure soltanto arredando l’interno secondo il gusto dell’Io.
Dal sogno all’immaginazione, dall’immaginazione al mondo
Il sogno ci consegna immagini senza chiederci il permesso.
L’immaginazione volontaria produce immagini attraverso una intenzione.
L’immaginazione attiva tenta di creare un territorio nel quale queste due polarità possano incontrarsi: la coscienza rimane presente mentre qualcosa che non controlla interamente prende forma.
Le pratiche esoteriche possono utilizzare l’immaginazione secondo un’altra logica ancora, trasformandola in facoltà rituale, conoscitiva o intermediaria.
Le filosofie dell’immaginale arrivano perfino a postulare un dominio nel quale l’immagine possiede uno statuto di realtà irriducibile tanto alla materia quanto alla fantasia soggettiva.
Questi modelli non coincidono.
Ma metterli uno accanto all’altro rivela qualcosa che la modernità più disincantata ha spesso faticato a comprendere: l’immaginazione non è semplicemente il contrario della realtà.
Immaginare non significa necessariamente credere a qualcosa che non esiste.
È anche una delle facoltà attraverso cui anticipiamo, ricordiamo, creiamo, simbolizziamo e trasformiamo ciò che viviamo. Ogni progetto nasce in qualche misura da qualcosa che ancora non esiste. Ogni memoria è ricostruzione. Ogni opera d’arte richiede una relazione con forme non ancora incarnate.
L’esoterismo ha spinto questa facoltà molto più lontano, attribuendole in alcune correnti un potere di mediazione con realtà sovrasensibili o perfino una efficacia operativa.
La psicologia analitica la conduce invece verso l’interiorità, chiedendoci che cosa accade quando l’Io incontra immagini che non riconosce come proprie creazioni volontarie.
Fra questi due territori la spiritualità contemporanea ha costruito una zona ibrida vastissima, nella quale visualizzazione, meditazione, channeling, immaginazione guidata, lavoro archetipico e linguaggio energetico vengono spesso sovrapposti senza precisarne le origini.
È proprio ciò che in questo percorso dobbiamo evitare.
Non per impoverire l’esperienza.
Per restituirle profondità.
L’immagine come interlocutore, non come sovrano
Possiamo allora conservare una formula semplice.
L’immagine interiore merita di essere presa sul serio senza essere automaticamente presa alla lettera.
Questo principio protegge da due riduzioni opposte.
La prima dice: è soltanto immaginazione, quindi non significa nulla.
La seconda dice: non l’ho costruita volontariamente, quindi viene da una realtà esterna e devo crederle.
Entrambe chiudono troppo presto il lavoro.
Fra le due rimane una regione più difficile nella quale possiamo domandarci che cosa l’immagine faccia, quale relazione stabilisca con la nostra storia, quale parte della psiche mobiliti, quali tradizioni culturali la abbiano resa possibile e, se adottiamo una prospettiva religiosa o esoterica, quale interpretazione quella tradizione sarebbe disposta ad attribuirle.
Una figura non deve essere ridotta a sintomo.
Non deve nemmeno essere immediatamente consacrata come guida.
Può rimanere figura abbastanza a lungo da mostrarci qualcosa.
È un atteggiamento sorprendentemente esigente perché ci priva della ricompensa più immediata: sapere subito che cosa abbiamo visto.
Ma è proprio questa sospensione a rendere possibile il discernimento.
Quando arriveremo alla sincronicità, incontreremo la stessa difficoltà davanti agli eventi esterni: qualcosa accade e sembra possedere un significato che eccede la causalità evidente. Più avanti, parlando di intuizione e guida interiore, la domanda diventerà ancora più delicata: da dove viene ciò che sentiamo di sapere?
L’immaginazione attiva prepara entrambe le questioni perché insegna una disciplina preliminare.
Qualcosa può essere nostro senza essere stato volontariamente prodotto dall’Io.
Può essere intensamente significativo senza possedere automaticamente autorità.
Può sembrarci altro da noi senza che siamo costretti a decidere immediatamente se quell’alterità sia psicologica, spirituale o entrambe le cose secondo sistemi differenti.
La relazione viene prima del verdetto.
La stanza che cambia mentre la osserviamo
Forse possiamo terminare tornando alla porta del corridoio.
All’inizio era soltanto una immagine.
Poi abbiamo deciso di avvicinarci.
Avremmo potuto costruire ciò che volevamo trovare dietro di essa: un giardino, una figura benevola, una luce. Sarebbe stata una visualizzazione.
Possiamo invece lasciare che la porta conservi per un momento il proprio silenzio.
Forse non si apre.
Forse, quando finalmente lo fa, dietro non c’è nulla di ciò che avevamo previsto.
La differenza non riguarda soltanto il contenuto dell’immagine.
Riguarda il tipo di rapporto che abbiamo accettato di instaurare con ciò che non controlliamo.
È qui che l’immaginazione diventa realmente attiva: non quando l’Io produce più intensamente, ma quando rimane abbastanza presente da incontrare qualcosa senza annetterlo immediatamente al proprio progetto.
La psicologia può chiamare quel qualcosa contenuto inconscio.
Una tradizione esoterica può attribuire alle immagini uno statuto differente.
Corbin e le filosofie dell’immaginale ci ricordano perfino che esistono sistemi nei quali l’immagine occupa ontologicamente una regione intermedia fra sensibile e intellegibile, non riducibile alla semplice fantasia soggettiva.
Non abbiamo bisogno di trasformare queste prospettive in una sola teoria.
La loro differenza è precisamente ciò che rende il confronto fecondo.
Ci obbliga a riconoscere quanto la parola immaginazione sia insufficiente se viene utilizzata come sinonimo di invenzione.
Una immagine può essere costruita.
Può emergere.
Può essere contemplata.
Può essere ritualizzata.
Può diventare simbolo.
Può essere interpretata come presenza.
Può modificare il modo in cui comprendiamo qualcosa senza dirci mai definitivamente che cosa essa sia.
E forse il rapporto cosciente con l’immagine comincia proprio quando smettiamo di chiederle soltanto di mostrarci ciò che vogliamo vedere e accettiamo che, per qualche tempo, possieda il diritto di sorprenderci.
Non perché tutto ciò che appare dentro di noi venga da più lontano di noi.
Ma perché anche ciò che appartiene profondamente alla nostra psiche può provenire da una distanza che l’Io, fino a quel momento, non aveva ancora imparato a misurare.

