Per molti anni Emanuel Swedenborg aveva cercato l’anima nel corpo.
L’aveva inseguita nei tessuti, nel sangue, nel cervello, nella respirazione, nei rapporti fra gli organi e nelle leggi che sembravano governare la materia vivente. Aveva studiato meccanica, astronomia, mineralogia, metallurgia e anatomia con la convinzione, tipicamente settecentesca e insieme profondamente personale, che la natura non fosse un ammasso disordinato di fenomeni, ma un sistema intelligibile nel quale ogni effetto rimandava a una causa e ogni struttura poteva essere ricondotta a un ordine. Poi, nel corso degli anni Quaranta del Settecento, mentre era ormai un uomo maturo, qualcosa cambiò. I sogni divennero più intensi, l’esperienza religiosa invase progressivamente il territorio che fino ad allora era appartenuto alla ricerca scientifica e Swedenborg arrivò ad affermare che i propri sensi spirituali erano stati aperti, permettendogli di vedere e frequentare direttamente quel mondo invisibile che aveva tentato così a lungo di raggiungere attraverso l’osservazione della natura.
Non abbandonò però il metodo con cui aveva imparato a pensare.
Questo è forse il primo elemento necessario per comprendere l’enorme stranezza della sua opera. Swedenborg non descrive il cielo come un poeta colpito da una visione momentanea, né parla degli spiriti con il linguaggio esitante di chi abbia sperimentato un evento inspiegabile. Li osserva, li distingue, li classifica, discute le loro condizioni, descrive le società nelle quali vivono e cerca di stabilire le leggi attraverso cui il mondo naturale e quello spirituale comunicano. Il naturalista sembra essersi trasferito dall’altra parte della realtà, continuando però a prendere appunti.
È proprio questa unione fra razionalità illuministica e certezza visionaria a rendere Emanuel Swedenborg una figura difficilmente assimilabile a qualsiasi categoria semplice. Fu scienziato, funzionario pubblico, filosofo della natura, esegeta biblico, teologo e visionario; non fondò personalmente una Chiesa, non costruì un ordine iniziatico e non propose un sistema di magia cerimoniale, eppure la sua influenza sulla storia dell’esoterismo occidentale fu enorme. La dottrina delle corrispondenze, l’idea di una continuità strutturata fra mondo visibile e invisibile, la descrizione degli stati post mortem, il rapporto diretto con angeli e spiriti e la convinzione che la Scrittura nascondesse un senso spirituale oggettivo avrebbero attraversato il Romanticismo, l’occultismo, lo spiritualismo e numerose correnti religiose ed esoteriche dell’Ottocento.
Prima del visionario, lo scienziato
Emanuel Swedberg nacque a Stoccolma nel 1688, figlio di Jesper Swedberg, ecclesiastico luterano che sarebbe divenuto vescovo di Skara. Studiò all’Università di Uppsala e, dopo la laurea, trascorse diversi anni viaggiando in Europa, soprattutto in Inghilterra, nei Paesi Bassi e in Francia, entrando in contatto con alcuni dei principali ambienti scientifici dell’epoca. La sua curiosità era quasi enciclopedica e comprendeva matematica, astronomia, meccanica, geologia, chimica e metallurgia. Tornato in Svezia, collaborò con il celebre inventore Christopher Polhem e ottenne successivamente un incarico presso il Collegio delle Miniere, istituzione fondamentale in un paese la cui economia dipendeva in misura considerevole dall’industria mineraria. Quando la famiglia fu nobilitata nel 1719, il cognome Swedberg divenne Swedenborg.
Sarebbe quindi sbagliato immaginare che la sua successiva attività visionaria nasca dalla vita appartata di un mistico estraneo alla cultura scientifica. Swedenborg apparteneva pienamente al mondo intellettuale dell’Europa illuministica. Nel 1734 pubblicò i tre volumi delle Opera Philosophica et Mineralia, dedicati alla filosofia naturale e alla metallurgia, e negli anni successivi orientò sempre più decisamente la propria ricerca verso l’organismo umano, convinto che lo studio del corpo potesse condurlo alla comprensione del rapporto fra anima e materia. Le opere anatomiche e fisiologiche che precedono la svolta spirituale mostrano un pensatore ossessionato dalla questione del collegamento: come può ciò che è spirituale agire attraverso ciò che è materiale? In quale punto il movimento diventa sensazione, l’organismo diventa coscienza, il corpo diventa esperienza?
Questa domanda non scomparirà dopo la trasformazione religiosa.
Cambierà scala.
Il problema non sarà più soltanto il rapporto fra anima e corpo, ma quello fra mondo spirituale e mondo naturale.
E la risposta sarà la corrispondenza.
La crisi degli anni Quaranta
Fra il 1743 e il 1744 Swedenborg cominciò a registrare in un diario privato una serie di sogni ed esperienze interiori di intensità crescente. Vi compaiono paura, desiderio, sessualità, umiliazione, immagini religiose, senso di colpa, aspirazione spirituale e la percezione di una lotta fra la propria ambizione intellettuale e una vocazione diversa che lentamente sembrava imporsi. Il documento, pubblicato soltanto molto tempo dopo la sua morte, è prezioso proprio perché mostra un passaggio ancora incompleto: non l’uomo che possiede già un sistema teologico perfettamente formato, ma qualcuno che tenta di comprendere ciò che gli sta accadendo. Le fonti swedenborgiane collocano nel 1745 l’apertura stabile di quella che Swedenborg chiamerà la propria vista spirituale, dopo la quale affermerà di poter entrare in relazione cosciente con angeli e spiriti anche nello stato di veglia.
Dal punto di vista storico possiamo documentare il mutamento dei suoi interessi, il diario dei sogni, la progressiva rinuncia alla carriera scientifica e amministrativa e la comparsa di una produzione teologica completamente nuova. Non possiamo invece trasformare in fatto storico indipendentemente verificato ciò che Swedenborg afferma di avere sperimentato nel mondo spirituale. Quando racconta che i suoi sensi interiori furono aperti, che conversò con angeli o che assistette a eventi nell’aldilà, stiamo entrando nella testimonianza religiosa e visionaria di Swedenborg, non in un dato accertato con gli stessi criteri con cui possiamo stabilire la data di pubblicazione di un libro.
Questa distinzione non diminuisce l’interesse della sua esperienza.
Al contrario, permette di prenderla sul serio senza dover scegliere preventivamente fra due semplificazioni opposte: considerarlo un profeta la cui testimonianza deve essere accettata letteralmente oppure un uomo le cui visioni possono essere liquidate con una diagnosi retrospettiva.
Swedenborg stesso non parla come chi stia offrendo metafore.
Sostiene di avere visto.
E questa pretesa va lasciata nella sua radicalità.
Nel 1747 ottenne di essere sollevato dai propri incarichi al Collegio delle Miniere e dedicò il resto della vita principalmente alla produzione teologica. Fra il 1749 e il 1756 pubblicò anonimamente gli otto grandi volumi latini degli Arcana Coelestia, nei quali interpretava sistematicamente Genesi ed Esodo secondo un senso interno o spirituale. Nel 1758 apparvero diverse opere destinate a rendere molto più accessibile il suo sistema, fra cui De Caelo et Ejus Mirabilibus et de Inferno, conosciuto comunemente come Heaven and Hell, “Cielo e Inferno”, il testo che più di ogni altro avrebbe costruito la sua fama di cartografo dell’aldilà.
Non un altro mondo, ma un altro livello del mondo
Il cielo di Swedenborg non è un grande palazzo collocato oltre le stelle, e l’inferno non è una cavità fisica nascosta da qualche parte sotto la superficie terrestre. Il mondo spirituale possiede forme, ambienti, distanze, abitazioni, paesaggi e società, ma queste realtà non funzionano secondo la stessa spazialità materiale del mondo naturale.
Qui comincia uno degli aspetti più originali della sua cosmologia.
Nel mondo spirituale, secondo Swedenborg, l’apparenza esterna corrisponde alla condizione interiore.
Ciò che nel mondo terrestre può essere dissimulato, nascosto o contraddetto dalle circostanze esterne diventa progressivamente visibile. Affetti, desideri, orientamenti della volontà e forme dell’intelligenza acquistano espressione nell’ambiente stesso in cui lo spirito vive. Vicinanza e distanza non sono determinate semplicemente dai metri che separano due corpi, ma dall’affinità o incompatibilità degli stati interiori.
Questa idea permette a Swedenborg di descrivere l’aldilà non come un regno arbitrariamente aggiunto al nostro universo, ma come la manifestazione visibile di ciò che nell’esistenza terrena rimane in gran parte nascosto.
Il mondo spirituale è, per così dire, interiorità diventata ambiente.
L’espressione è moderna e non appartiene a Swedenborg, ma permette di intuire il meccanismo della sua visione senza ridurlo alla psicologia. Per Swedenborg quegli ambienti sono realmente esistenti. L’affinità fra paesaggio e condizione dell’anima non significa che il paesaggio sia semplicemente immaginario; significa che materia spirituale e stato interiore obbediscono alla medesima legge.
Quella legge è la corrispondenza.
Che cosa significa corrispondenza
La parola può ingannare perché oggi “corrispondenza” viene spesso utilizzata nell’esoterismo come sinonimo di associazione: Venere corrisponde al rame, Marte al ferro, la Luna all’argento, e così via.
In Swedenborg il concetto è molto più radicale.
La corrispondenza non è soltanto un elenco di cose simbolicamente simili. È il rapporto strutturale fra un livello spirituale e la sua manifestazione naturale.
Swedenborg afferma esplicitamente che l’intero mondo naturale corrisponde al mondo spirituale e che ciò che appare nella natura deriva dal livello spirituale come l’effetto deriva dalla propria causa. Una realtà naturale può quindi esprimere qualcosa di spirituale non per convenzione arbitraria, ma perché fra le due esisterebbe una relazione ontologica.
Il corpo umano offre uno degli esempi più importanti. Le sue parti e funzioni possiedono corrispondenze con realtà spirituali; l’uomo stesso è luogo d’incontro fra naturale e spirituale. Ma il principio si estende all’intera natura: animali, piante, luce, calore, acqua, montagne, città, alimenti, colori e movimenti possono diventare forme nelle quali una qualità spirituale trova espressione.
Questo non significa che Swedenborg proponga un dizionario simbolico nel quale a ogni cosa corrisponda una sola definizione meccanica.
La relazione dipende dal contesto, dall’uso e dall’ordine al quale una cosa appartiene.
Ed è precisamente il concetto di uso a diventare centrale.
Per Swedenborg l’ordine divino è un ordine di fini, funzioni e utilizzazioni. Le realtà naturali costituiscono forme attraverso cui determinati usi diventano effettivi; la corrispondenza collega quindi il fine spirituale con la forma mediante la quale esso si manifesta nel mondo.
È una concezione molto diversa dall’idea moderna secondo cui un simbolo significherebbe qualcosa semplicemente perché una tradizione ha deciso di attribuirgli quel significato.
Per Swedenborg la natura significa perché deriva.
Il simbolismo diventa cosmologia.
Il mondo visibile come veste dell’invisibile
Le conseguenze esoteriche di questa concezione sono enormi.
Se la natura corrisponde al mondo spirituale, allora il visibile non costituisce la realtà completa. È una superficie, ma non una superficie ingannevole; è piuttosto la forma terminale attraverso cui qualcosa di più interno diventa percepibile.
Il rapporto fra visibile e invisibile non è quindi di opposizione.
La materia non è semplicemente una prigione dalla quale lo spirito deve fuggire.
È un livello della manifestazione.
Questo punto distingue Swedenborg da molte forme di dualismo radicale. Il mondo naturale possiede un valore precisamente perché può esprimere ciò che lo trascende. Le forme materiali sono finite, temporanee e subordinate, ma proprio attraverso di esse l’ordine spirituale raggiunge il proprio livello più esterno.
Potremmo dire che la realtà swedenborgiana è costruita come una profondità.
Ciò che appare all’esterno possiede un interno.
Quell’interno ne possiede un altro.
E la comprensione procede riconoscendo la relazione fra i livelli.
È uno dei motivi per cui la sua dottrina avrebbe esercitato un’influenza così forte su poeti e artisti. Non occorre accettare l’intero sistema teologico per essere affascinati dall’idea che ogni oggetto visibile possa essere contemporaneamente se stesso e la manifestazione di una realtà più profonda.
Il Romanticismo troverà terreno fertile precisamente qui.
La Bibbia come cosmo di corrispondenze
La dottrina assume però il proprio significato più propriamente religioso quando Swedenborg la applica alla Scrittura.
La Bibbia, secondo lui, possiede un senso letterale e uno o più livelli interiori. Gli eventi narrati sono reali nel loro livello storico quando appartengono alla storia, ma il testo è contemporaneamente organizzato in modo tale da esprimere realtà spirituali attraverso corrispondenze. L’interpretazione non consiste quindi nel trasformare arbitrariamente ogni personaggio in una metafora, ma nel ritrovare il rapporto sistematico fra ciò che viene raccontato esteriormente e ciò che avviene interiormente nell’ordine spirituale.
Negli Arcana Coelestia, Swedenborg applica questo metodo con una meticolosità quasi estrema, procedendo lungo Genesi ed Esodo e interpretando parole, immagini, personaggi e azioni secondo il loro senso interno. La creazione, per esempio, può essere letta non soltanto come racconto cosmologico, ma come descrizione della rigenerazione spirituale dell’essere umano, il progressivo passaggio da una condizione dominata dall’esteriorità verso una vita organizzata dall’amore e dalla sapienza divina. La Swedenborg Foundation sintetizza questo principio indicando precisamente nel sistema delle corrispondenze la chiave del senso spirituale che Swedenborg attribuiva alla Scrittura.
Il suo obiettivo non era però dimostrare che il senso letterale fosse inutile.
Al contrario, il senso naturale costituisce la base e il contenitore attraverso il quale quello spirituale può esistere e diventare accessibile.
Ancora una volta, interno ed esterno non sono nemici.
Corrispondono.
Swedenborg arriva a sostenere che la conoscenza delle corrispondenze fosse posseduta dalle umanità più antiche e successivamente perduta, lasciandone tracce nei miti, nei rituali e nei simbolismi delle antiche religioni. È una componente della sua teologia della storia, non un fatto accettato dalla moderna storia delle religioni, ma avrà un’influenza significativa sull’immaginario esoterico successivo: l’idea che dietro le religioni dell’antichità sopravviva una conoscenza simbolica primordiale destinata a essere progressivamente dimenticata e infine recuperata. Swedenborg stesso identifica la conoscenza delle corrispondenze con una sapienza antichissima ormai quasi scomparsa.
Qui il suo pensiero si avvicina a uno dei grandi temi dell’esoterismo occidentale: la perdita di una lingua capace di leggere il cosmo.
Ma mentre altri autori cercano quella lingua nei geroglifici, nella Cabala, nell’ermetismo o nella magia naturale, Swedenborg ritiene di averne ricevuto nuovamente la chiave attraverso la rivelazione spirituale.
Angeli che erano uomini
Gli angeli di Swedenborg non appartengono alla tradizionale angelologia cristiana nel senso più comune.
Egli sostiene che gli angeli non costituiscano una specie creata separatamente dall’umanità. Sono esseri umani che hanno vissuto nel mondo naturale e, dopo la morte, sono entrati nella condizione celeste. Analogamente, gli spiriti infernali provengono dall’umanità e non rappresentano una razza ontologicamente distinta di esseri creata per il male.
Questa concezione modifica radicalmente la geografia cristiana tradizionale.
Gli angeli possiedono forma umana, abitano comunità, comunicano, lavorano, mantengono caratteristiche individuali e vivono in ambienti che Swedenborg descrive come pienamente reali. Egli insiste ripetutamente sul fatto di averli incontrati mentre era cosciente e desto e di averli percepiti come esseri dotati di completa forma umana.
Anche questo dato appartiene alla testimonianza di Swedenborg, naturalmente, non alla verifica storica delle sue visioni.
Ma all’interno del sistema produce conseguenze enormi.
Il cielo non è popolato da astrazioni.
È una società.
Anzi, molte società.
Gli esseri che vi abitano non perdono la propria individualità fondendosi in un’indistinzione mistica. Diventano invece sempre più pienamente ciò che il loro amore dominante li ha resi.
Swedenborg descrive il cielo come composto da innumerevoli comunità, organizzate secondo affinità di amore, funzione e intelligenza. Ogni comunità costituisce in piccolo una forma del cielo complessivo; l’intero cielo, a sua volta, può essere concepito come una forma umana immensa, quello che nella terminologia swedenborgiana viene spesso chiamato il Maximus Homo, il Grande Uomo.
Non è semplicemente una gigantesca figura antropomorfa sospesa nello spazio.
È una concezione organica.
Come gli organi e le parti di un corpo svolgono funzioni differenti mantenendo l’unità dell’organismo, così le società celesti partecipano a funzioni diverse all’interno di una totalità vivente.
L’antico principio del macrocosmo e del microcosmo viene così rielaborato in una delle forme più originali della modernità esoterica.
L’essere umano corrisponde al cielo.
Il cielo assume forma umana.
E l’ordine spirituale diventa organismo.
Gli spiriti e la soglia fra i mondi
Nel linguaggio di Swedenborg, “spirito” non significa necessariamente fantasma nel senso popolare.
Dopo la morte, l’essere umano entra nel mondo spirituale e continua a possedere una forma umana spirituale. Fra cielo e inferno esiste inoltre quello che Swedenborg chiama propriamente mondo degli spiriti, uno stato e ambiente intermedio nel quale la persona attraversa un processo attraverso cui la propria natura interiore diventa progressivamente manifesta.
La pagina dedicata allo Swedenborgianesimo e alla geografia del mondo spirituale entrerà più profondamente nella struttura di questi cieli, degli inferni e dello spazio intermedio. Qui è sufficiente comprendere un principio fondamentale: per Swedenborg la morte non trasforma magicamente il carattere morale di una persona.
Ciò che è stato veramente amato continua.
Le apparenze cadono.
L’orientamento profondo rimane.
È una delle concezioni più potenti del suo pensiero.
Il giudizio non viene immaginato soprattutto come un tribunale esterno nel quale Dio attribuisce premi e punizioni secondo una contabilità morale. La persona tende invece verso la società spirituale corrispondente al proprio amore dominante. Chi trova la propria gioia nel bene, nella relazione e nell’uso tende verso forme celesti; chi trova piacere nel dominio, nella crudeltà, nell’inganno o nell’asservimento altrui cerca spontaneamente ambienti nei quali quelle stesse qualità possono essere vissute.
L’inferno diventa quindi, in un senso terribile, la libertà di continuare ad amare ciò che ci ha formati.
Non è il dolore a definire primariamente l’inferno.
È l’orientamento della volontà.
Questo permette a Swedenborg di conservare contemporaneamente giudizio divino e libertà umana: Dio non desidera la dannazione, ma l’ordine spirituale rende progressivamente visibile ciò che ciascuno ha scelto di diventare.
La sua escatologia possiede così una dimensione psicologica impressionante, pur rimanendo completamente religiosa.
Il cielo come amore organizzato
Se l’inferno manifesta l’amore deformato dalla centralità assoluta del sé, il cielo manifesta l’amore ordinato.
Per Swedenborg non basta possedere una dottrina teologicamente corretta per entrare in cielo. Ciò che conta è la qualità effettiva della vita interiore, espressa soprattutto nell’amore per Dio, nell’amore verso il prossimo e nell’uso, cioè nella capacità di realizzare concretamente qualcosa di buono.
Questo elemento rende il suo cielo sorprendentemente operativo.
Gli angeli non trascorrono l’eternità in contemplazione immobile.
Agiscono.
Svolgono funzioni.
Partecipano all’ordine del cielo attraverso ciò che fanno.
La beatitudine non è inattività, ma armonia fra amore, intelligenza e funzione.
È anche per questo che Swedenborg rifiuta l’idea secondo cui la vita spirituale richiederebbe necessariamente il ritiro dal mondo. L’esistenza terrena ordinaria, il lavoro, le relazioni e le responsabilità possono diventare il terreno nel quale si forma la qualità che proseguirà dopo la morte. La vita spirituale non richiede di fuggire dall’esistenza concreta, ma di trasformare il principio dal quale la si vive.
Ancora una volta, il visibile non viene eliminato.
Viene interiormente orientato.
Non esiste una morte dell’identità
Swedenborg rifiuta anche l’idea che l’individuo, morendo, venga assorbito in una coscienza universale priva di differenze.
L’identità continua.
La memoria profonda, gli affetti, la personalità e l’orientamento della volontà rimangono, anche se ciò che era stato semplicemente sovrapposto dall’educazione, dalla reputazione o dalla convenienza sociale perde progressivamente la capacità di nascondere la natura interiore.
Questo produce una concezione dell’aldilà estremamente concreta.
Gli esseri spirituali parlano, riconoscono, desiderano, ricordano, incontrano altri esseri e abitano ambienti.
Ma la concretezza non deve ingannare.
Una casa spirituale non è una casa costruita con mattoni spirituali analoghi a quelli terrestri. È una forma corrispondente allo stato di chi la abita. Lo stesso vale per abiti, paesaggi, giardini, città, luce e oscurità.
Tutto possiede forma.
Tutto significa.
E ciò che significa coincide con ciò che manifesta.
Nella nostra esistenza possiamo entrare in una stanza luminosa mentre siamo interiormente disperati, oppure nascondere l’ostilità dietro un volto cordiale. Nel mondo spirituale di Swedenborg questa dissociazione tende a scomparire.
La realtà esterna diventa progressivamente vera rispetto all’interno.
È uno dei motivi per cui la sua geografia dell’aldilà può essere letta, da una prospettiva moderna, quasi come una topografia della psiche.
Ma “quasi” è indispensabile.
Swedenborg non intendeva descrivere la psiche.
Intendeva descrivere l’aldilà.
Sole spirituale, luce e calore
Fra le immagini più suggestive della cosmologia swedenborgiana vi è quella del Sole del cielo.
Gli angeli, secondo Swedenborg, non vedono il Sole naturale che illumina il nostro mondo. Nel cielo appare un Sole spirituale che deriva dal Signore e dal quale procedono luce e calore.
Ma anche in questo caso luce e calore sono corrispondenze.
La luce spirituale corrisponde alla sapienza e alla verità.
Il calore spirituale corrisponde all’amore.
La struttura dell’esperienza naturale diventa così una manifestazione della struttura spirituale: come il Sole terrestre permette materialmente vita, calore e visione, il Sole spirituale rappresenta l’origine dell’amore e dell’intelligenza attraverso cui il cielo esiste.
È difficile trovare un esempio più chiaro del modo in cui Swedenborg utilizza la corrispondenza.
Non dice semplicemente che “la luce simboleggia la sapienza” perché gli uomini hanno convenuto poeticamente di usarla in quel modo.
Dice che la luce naturale corrisponde realmente alla luce spirituale perché entrambe appartengono a livelli differenti di un unico ordine causale.
Il simbolo, ancora una volta, non viene inventato.
Viene scoperto.
Il Signore e il cristianesimo di Swedenborg
L’interesse esoterico per Swedenborg ha talvolta prodotto un curioso effetto: angeli, spiriti, corrispondenze e visioni vengono separati dalla teologia cristiana che ne costituisce il centro.
È impossibile comprendere Swedenborg in questo modo.
La sua cosmologia è radicalmente cristiana, anche se la sua interpretazione del cristianesimo si allontana su punti fondamentali dall’ortodossia luterana e dalle formulazioni trinitarie tradizionali.
Per Swedenborg, Gesù Cristo non è semplicemente una figura privilegiata all’interno di un più vasto pantheon spirituale. Il Signore costituisce il centro stesso del cielo. La divinità, l’umanità e l’azione spirituale vengono comprese attraverso una cristologia nella quale Padre, Figlio e Spirito Santo non sono tre persone divine separate, ma aspetti dell’unico Dio nel Signore Gesù Cristo.
Questa posizione contribuì alle accuse di eterodossia rivolte alle sue dottrine.
Swedenborg reinterpretò inoltre profondamente concetti come redenzione, giudizio e Seconda Venuta.
La redenzione non è soprattutto il pagamento giuridico di una pena attraverso il sacrificio vicario di Cristo; è la restaurazione dell’ordine fra mondi spirituali e umanità attraverso la vittoria del divino sulle potenze infernali.
La Seconda Venuta, analogamente, non viene concepita principalmente come il futuro ritorno fisico di Cristo sulle nuvole.
È una rivelazione spirituale, l’apertura di una nuova comprensione della Parola e l’avvento di una nuova fase religiosa.
In True Christian Religion, pubblicato nel 1771, Swedenborg presenta questa trasformazione come nascita della Nuova Chiesa simboleggiata dalla Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse. La sua storiografia teologica interpreta quindi la propria opera non come semplice commento personale, ma come parte di una nuova epoca nella relazione fra divino e umanità.
È una pretesa enorme.
E Swedenborg la formula con una tranquillità quasi disarmante.
Il Giudizio Universale che nessuno vide
Uno degli esempi più sorprendenti della distanza fra Swedenborg e il cristianesimo convenzionale riguarda il Giudizio Universale.
Secondo la sua interpretazione, il giudizio annunciato dall’Apocalisse non doveva avvenire attraverso la distruzione fisica del mondo. Era un evento spirituale, e Swedenborg sostenne addirittura di averlo osservato direttamente nel mondo degli spiriti durante le proprie esperienze visionarie. Le opere dedicate al Last Judgment descrivono quindi qualcosa che, secondo lui, si era già verificato nel piano spirituale senza che l’umanità terrestre potesse accorgersene attraverso i sensi ordinari.
È difficile immaginare una dichiarazione che esprima meglio la natura della sua posizione.
La storia visibile non esaurisce la storia.
Gli eventi decisivi possono verificarsi nel mondo spirituale e produrre conseguenze nel mondo naturale senza assumere immediatamente una forma percepibile.
Di nuovo, due livelli.
E fra essi, corrispondenza.
Swedenborg e l’esperienza degli spiriti
È inevitabile domandarsi quale rapporto esista fra Swedenborg e quello che nell’Ottocento diventerà lo spiritismo.
La somiglianza superficiale è evidente.
Un uomo afferma di comunicare con i morti.
Descrive spiriti.
Riferisce conversazioni con esseri ultraterreni.
Parla di un mondo post mortem organizzato.
Eppure sarebbe storicamente scorretto chiamarlo semplicemente spiritista ante litteram.
Lo Spiritualismo moderno che nascerà negli Stati Uniti nella metà dell’Ottocento e lo Spiritismo codificato successivamente da Allan Kardec appartengono a contesti differenti e sviluppano pratiche medianiche, forme organizzative e dottrine proprie. Swedenborg non organizza sedute, non insegna un metodo per far parlare i defunti attraverso medium e non considera la propria esperienza un fenomeno che chiunque dovrebbe cercare di riprodurre.
Anzi, la sua posizione verso il contatto deliberato con gli spiriti è spesso prudente.
La sua capacità, sostiene, gli sarebbe stata concessa per una missione particolare legata alla rivelazione del senso spirituale della Scrittura.
È proprio questa eccezionalità che rende più interessante la sua successiva ricezione.
Gli spiritualisti dell’Ottocento troveranno in Swedenborg un precedente importante per l’idea che il mondo dei morti non sia lontano, che gli spiriti mantengano individualità e relazioni e che esista una continuità fra condizioni terrene e post mortem. Ma trasformeranno profondamente il modo di concepire e praticare il contatto.
Fra Swedenborg e le sorelle Fox passa più di un secolo.
In quel secolo cambierà il modo stesso in cui l’Occidente immagina l’invisibile.
Visione o fenomeno della mente?
Naturalmente, una figura come Swedenborg ha attirato interpretazioni psicologiche quasi dal momento stesso in cui le sue esperienze divennero note.
Che cosa vide?
Visioni religiose?
Stati dissociativi?
Fenomeni ipnagogici?
Esperienze mistiche?
Allucinazioni?
Forme eccezionali di immaginazione?
Il problema è legittimo, ma le risposte troppo sicure raramente lo sono.
Il suo Journal of Dreams dimostra che la trasformazione spirituale fu preceduta e accompagnata da un periodo di intensa attività onirica e da una profonda crisi personale. È perfettamente possibile studiare questi materiali con gli strumenti della psicologia della religione, della storia della coscienza e della fenomenologia degli stati visionari.
Ciò che non possiamo fare seriamente è diagnosticare Swedenborg a distanza di quasi tre secoli disponendo soltanto dei suoi scritti.
E nemmeno il fatto che un’esperienza possa possedere una spiegazione psicologica decide automaticamente il suo significato religioso.
Questa distinzione è importante.
Una visione può essere studiata come fenomeno della mente e contemporaneamente essere interpretata dal soggetto come incontro con una realtà trascendente. I due discorsi rispondono a domande differenti.
Swedenborg, naturalmente, non avrebbe esitato.
Per lui gli angeli non erano contenuti della propria mente.
Erano angeli.
Gli spiriti non erano personificazioni inconsce.
Erano spiriti.
Il cielo non era una metafora della condizione morale.
Era una dimensione reale nella quale la condizione morale assumeva forma.
È proprio mantenendo intatta questa distanza che una lettura psicologica diventa più interessante: non quando sostituisce il sistema originale, ma quando osserva come un uomo dell’Illuminismo abbia costruito una cosmologia nella quale interiorità e ambiente diventano inseparabili.
Kant davanti al visionario
La fama di Swedenborg divenne abbastanza grande da attirare l’attenzione di Immanuel Kant.
Il rapporto è storicamente affascinante proprio perché mette uno di fronte all’altro due modi quasi opposti di affrontare il problema dell’invisibile. Kant si interessò alle notizie sulle presunte capacità straordinarie di Swedenborg e lesse parte delle sue opere, ma nel 1766 pubblicò Träume eines Geistersehers, Sogni di un visionario spiegati con i sogni della metafisica, un testo ironico e corrosivo nel quale Swedenborg diventa occasione per interrogare le pretese della metafisica e la possibilità di conoscere realtà che oltrepassano l’esperienza sensibile.
Il significato preciso di questo confronto continua a essere discusso dagli studiosi. Esiste una linea interpretativa che attribuisce all’incontro con Swedenborg un ruolo importante nello sviluppo della successiva filosofia critica kantiana, mentre altri studiosi ritengono eccessivo derivare la svolta critica direttamente da quell’episodio. Ciò che non è controverso è che Kant si confrontò seriamente con il problema posto da Swedenborg: con quali criteri possiamo affermare di conoscere un mondo che non appartiene all’esperienza sensibile ordinaria?
La domanda non appartiene soltanto alla filosofia del Settecento.
È ancora la domanda centrale di ogni esoterismo responsabile.
Blake e il cielo che non resta immobile
William Blake avrebbe reagito in modo completamente diverso.
Il poeta e artista inglese lesse Swedenborg, ne annotò le opere, partecipò nel 1789 a una delle prime conferenze della futura New Church londinese e rimase profondamente colpito da alcuni elementi della sua visione. Ma non divenne un discepolo obbediente. The Marriage of Heaven and Hell, scritto poco dopo, è anche un confronto ironico e polemico con Swedenborg: Blake ne assorbe alcune intuizioni e contemporaneamente ne attacca la sistematicità, come se quel visionario che aveva aperto le porte dell’aldilà avesse finito per sistemarlo con troppa precisione.
È una critica paradossalmente adatta.
Swedenborg è visionario, ma ama l’ordine.
Vede l’invisibile, ma lo classifica.
Attraversa i cieli, ma continua a pensare come un uomo che ha passato decenni fra diagrammi, anatomia, meccanica e miniere.
Forse è precisamente questa contraddizione ad averlo reso tanto fertile per il Romanticismo e per l’esoterismo successivo. Blake, Emerson e numerosi autori dell’Ottocento incontrarono nella sua opera l’idea di un universo nel quale il visibile possiede profondità spirituale e l’immaginazione può diventare strumento di accesso a relazioni che la ragione ordinaria non vede, anche quando si distanziarono profondamente dalla sua teologia.
Una rivoluzione esoterica senza magia
Swedenborg occupa così una posizione singolare nella storia dell’esoterismo.
Non costruisce pentacoli.
Non propone evocazioni.
Non fonda un ordine magico.
Non elabora rituali destinati a produrre visioni.
Eppure compie qualcosa che influenzerà profondamente il modo moderno di immaginare l’occulto: trasforma l’invisibile in un mondo strutturato e continuamente adiacente al nostro.
Il suo universo non necessita di una frattura spettacolare per manifestarsi.
Il mondo spirituale è già presente.
Gli esseri umani possiedono già una dimensione spirituale.
Gli stati della volontà sono già orientati verso cielo o inferno.
La natura sta già esprimendo realtà spirituali attraverso corrispondenze.
La Bibbia sta già parlando simultaneamente su più livelli.
La morte non inaugura una realtà completamente estranea.
Rimuove progressivamente ciò che impediva di vedere pienamente quella nella quale eravamo già inseriti.
Questo spostamento è fondamentale.
L’occulto non si trova necessariamente in un luogo segreto.
È il livello interno del reale.
In questo senso Swedenborg si colloca perfettamente fra la teosofia cristiana e l’occultismo moderno pur non appartenendo pienamente a nessuno dei due mondi così come li definiremo in seguito. Conserva il cristianesimo come centro assoluto, ma costruisce una cosmologia spirituale enormemente più dettagliata di quella offerta dalla teologia confessionale ordinaria. Mantiene un linguaggio razionale e sistematico, ma lo applica a esperienze che eccedono completamente il campo riconosciuto dalla scienza. Parla di spiriti, ma non fonda lo spiritismo. Costruisce corrispondenze, ma non pratica la magia rinascimentale. Descrive cieli e inferni, ma li trasforma da luoghi di ricompensa e pena in manifestazioni della qualità della volontà.
È proprio questa posizione intermedia a renderlo uno degli snodi decisivi dell’esoterismo europeo.
Il segreto delle corrispondenze
Alla fine tutto torna alla stessa intuizione.
Due cose possono apparire distanti e appartenere invece alla stessa struttura.
Il corpo e l’anima.
La natura e il cielo.
La parola biblica e il suo senso spirituale.
La luce e la sapienza.
Il calore e l’amore.
La casa e lo stato di chi la abita.
Il paesaggio e l’interiorità.
L’uomo e il cosmo spirituale.
La corrispondenza non cancella la distanza fra questi livelli. È precisamente ciò che permette loro di rimanere differenti senza diventare estranei.
Forse per questo il sistema di Swedenborg esercita ancora oggi un fascino particolare anche su chi non condivide la sua fede. Esiste qualcosa di profondamente esoterico nell’idea che il mondo non debba essere sostituito con un altro per diventare misterioso, perché potrebbe possedere già una dimensione che l’occhio ordinario non riconosce.
Swedenborg dedicò la prima metà della propria vita a studiare le forme.
Nella seconda affermò di averne trovato l’interno.
Lo scienziato che aveva cercato l’anima nel corpo finì per descrivere un universo nel quale ogni corpo, ogni immagine e ogni forma naturale possedevano un rapporto con qualcosa che li superava.
Da quel momento, per lui, una montagna non era soltanto una montagna, la luce non era soltanto luce e la distanza fra due esseri non poteva più essere misurata semplicemente nello spazio.
Il cielo stesso cessava di essere un luogo lontano.
Diventava una qualità dell’essere.

