Swedenborgianesimo e geografia del mondo spirituale

Swedenborgianesimo e geografia del mondo spirituale

Cieli, inferni e mondo degli spiriti nella Nuova Chiesa: dalla visione di Swedenborg alla costruzione di una delle più articolate cartografie dell’invisibile dell’esoterismo moderno

La morte, nella geografia spirituale descritta da Emanuel Swedenborg, non conduce immediatamente davanti a un tribunale divino e neppure spalanca, con la teatralità delle immagini medievali, una porta oltre la quale attendano già il paradiso o l’inferno. L’essere umano si ritrova invece ancora cosciente di sé, capace di pensare, ricordare, riconoscere e desiderare, immerso in un ambiente che può conservare una sorprendente familiarità con quello appena lasciato. Soltanto gradualmente comincia ad accorgersi che qualcosa di fondamentale è cambiato: lo spazio non obbedisce più alla medesima rigidità, la distanza sembra dipendere dall’affinità fra gli esseri, gli ambienti rispondono alla qualità interiore di chi li abita e quella separazione, tanto comune durante la vita terrena, fra ciò che una persona mostra e ciò che realmente desidera diviene sempre più difficile da mantenere. L’aldilà swedenborgiano comincia proprio qui, non nell’esplosione dello straordinario, ma nella lenta perdita della possibilità di nascondersi.

Questa concezione rende il mondo spirituale di Swedenborg radicalmente diverso tanto dall’aldilà teologico tradizionale quanto da molte delle successive cosmologie occultistiche. Cieli, inferni, città, giardini, abitazioni, comunità angeliche e regioni spirituali possiedono per lui una realtà effettiva, ma la loro forma non è indipendente dagli esseri che li abitano: ciò che appare esternamente corrisponde a ciò che esiste interiormente. Il principio delle corrispondenze, che nella pagina precedente abbiamo incontrato come chiave fondamentale della sua cosmologia, diventa qui una vera legge geografica. Una casa non è soltanto una casa, una luce non è soltanto una luce e persino la distanza fra due individui non può più essere misurata come se appartenesse semplicemente alla geometria terrestre. Ogni forma esprime uno stato e ogni stato tende a produrre la forma che gli corrisponde.

Dopo la morte di Swedenborg, avvenuta a Londra nel 1772, questa straordinaria topografia dell’invisibile smise inoltre di essere soltanto la testimonianza di un singolo visionario. I suoi libri continuarono a circolare, vennero tradotti, commentati e discussi, attorno a essi si formarono comunità di lettori e, nel giro di pochi decenni, nacquero organizzazioni religiose che riconobbero nelle sue dottrine l’annuncio di una nuova fase del cristianesimo. Swedenborg non aveva fondato personalmente una Chiesa né indicato un successore destinato a guidarla; furono i suoi seguaci a trasformare la sua interpretazione della Nuova Gerusalemme in una tradizione organizzata, dando origine a quella costellazione di comunità che verrà generalmente indicata come Swedenborgianesimo o New Church. La distinzione è importante, perché Swedenborg e lo Swedenborgianesimo non coincidono perfettamente: il primo è l’autore di una rivelazione teologica e visionaria, il secondo è la storia delle persone che quella rivelazione cercarono di vivere, istituzionalizzare, discutere e trasmettere.

Il mondo degli spiriti e la lenta rivelazione di ciò che siamo

Fra cielo e inferno Swedenborg colloca il mondo degli spiriti, una regione intermedia che non deve essere confusa con il purgatorio cattolico e neppure con una sorta di anticamera neutrale dell’eternità. Tutti gli esseri umani, secondo la sua concezione, vi entrano dopo la morte e vi attraversano un processo nel quale la struttura profonda della loro personalità diviene progressivamente manifesta. La morte fisica non annulla infatti l’identità e non trasforma improvvisamente una persona in qualcosa di completamente diverso: memoria, desideri, inclinazioni, convinzioni e affetti continuano a esistere, mentre ciò che viene progressivamente meno è la possibilità di farli convivere indefinitamente con una personalità esteriore costruita per adattarsi alle convenzioni, alle aspettative degli altri o alla necessità di mantenere una determinata reputazione.

Durante la vita terrena un individuo può comportarsi correttamente per paura delle conseguenze, professare una fede che non modifica in alcun modo il proprio modo di vivere, nascondere ostilità dietro una cortesia perfettamente esercitata o costruire un’immagine pubblica che non corrisponde alle motivazioni reali da cui è guidato. Nella descrizione swedenborgiana del mondo degli spiriti, questa dissociazione comincia lentamente a dissolversi. L’esterno viene ricondotto all’interno e l’apparenza tende a conformarsi alla volontà profonda, fino a quando ciò che l’individuo mostra e ciò che realmente ama finiscono per coincidere.

È in questo passaggio che la concezione swedenborgiana del giudizio rivela tutta la propria originalità. Dio non appare principalmente come un sovrano che consulta un registro delle azioni compiute e assegna premi o condanne secondo una contabilità morale; il giudizio avviene piuttosto attraverso la rivelazione della qualità che l’essere umano ha costruito dentro di sé. Swedenborg attribuisce un’importanza decisiva all’amore dominante, cioè a quella configurazione dei desideri che, attraverso ripetute scelte, diventa progressivamente il centro della volontà. Una persona può conoscere molte verità e vivere contro di esse, oppure possedere una teologia imperfetta e tuttavia orientare la propria esistenza verso il bene. Nel mondo spirituale, dove le apparenze esteriori perdono progressivamente la loro forza, è l’orientamento effettivo della volontà a determinare verso quali comunità l’individuo si senta attratto.

Il punto è estremamente sottile perché, per Swedenborg, nessuno viene trascinato contro la propria natura verso il cielo o l’inferno. L’essere umano tende spontaneamente verso coloro che condividono il suo amore dominante e, proprio in questa attrazione, trova gradualmente il proprio luogo. Il cielo e l’inferno non sono pertanto soltanto destinazioni assegnate dall’esterno, ma mondi che corrispondono a ciò che una persona è diventata capace di amare.

Da un punto di vista psicologico moderno, è quasi inevitabile riconoscere in questa costruzione qualcosa che ricorda il progressivo cedimento della personalità sociale davanti alle strutture più profonde del desiderio; tuttavia, leggere il mondo degli spiriti esclusivamente in questi termini significherebbe alterare la posizione dello stesso Swedenborg. Egli non pensava di descrivere una metafora della psiche, ma un luogo reale dell’universo spirituale, e proprio questa distanza fra la sua interpretazione ontologica e le possibili letture psicologiche contemporanee deve essere preservata.

Quando lo spazio diventa affinità

La geografia dell’aldilà swedenborgiano appare ancora più singolare quando ci si accorge che i suoi luoghi non sono distribuiti secondo le stesse leggi dello spazio materiale. Nel mondo naturale, due persone possono trovarsi nella stessa stanza pur detestandosi, oppure sentirsi intimamente vicine pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza; nel mondo spirituale, secondo Swedenborg, la relazione fra spazio e interiorità diventa invece immediata. La somiglianza degli stati produce prossimità, la differenza produce distanza e una trasformazione della disposizione interiore può modificare perfino la percezione del luogo nel quale ci si trova.

Questo significa che città, società, montagne, valli e regioni spirituali possiedono una geografia reale ma non indipendente dagli esseri che la compongono. Le distanze sono distanze di stato e le direzioni possono esprimere orientamenti spirituali. Pensare intensamente a qualcuno con cui esiste una profonda affinità può rendere possibile una prossimità che, nel nostro mondo, richiederebbe invece un movimento materiale attraverso lo spazio. Allo stesso modo, esseri interiormente incompatibili tendono a separarsi e ad abitare regioni differenti.

Anche il tempo subisce una trasformazione analoga. Nel mondo spirituale non esistono giorni e anni nello stesso senso in cui li misuriamo sulla Terra, perché ciò che viene vissuto è soprattutto una successione di stati. L’esperienza continua, gli eventi accadono, le persone si incontrano e mutano, ma la temporalità non dipende dal movimento degli astri e dagli strumenti con cui gli uomini suddividono il giorno. Questa concezione rende l’universo swedenborgiano molto meno simile a un secondo mondo materiale nascosto accanto al nostro di quanto certe rappresentazioni popolari possano suggerire: è un ordine nel quale categorie come spazio e tempo rimangono riconoscibili, ma vengono ricondotte alla qualità della coscienza e dell’amore.

La conseguenza esoterica di questa idea sarà enorme. L’occultismo dei secoli successivi elaborerà piani astrali, sfere spirituali, regioni post mortem e stati di coscienza organizzati secondo livelli sempre più complessi, e anche se sarebbe storicamente scorretto considerare queste dottrine semplici derivazioni di Swedenborg, il suo sistema contribuì certamente a rendere familiare l’idea di un invisibile organizzato non soltanto secondo una distanza cosmica, ma secondo gradazioni qualitative dell’essere.

I tre cieli, i due regni e la forma del Grande Uomo

Il cielo descritto da Swedenborg non costituisce una regione uniforme. Egli distingue tre grandi livelli, che solitamente vengono indicati come cielo celeste, spirituale e naturale o esterno, corrispondenti a differenti gradi di interiorità e a modi differenti di ricevere il divino. Il cielo più interno è associato alla forma più immediata dell’amore verso il Signore, quello intermedio a una modalità maggiormente legata all’amore verso il prossimo e alla comprensione della verità, mentre il cielo esterno rappresenta una condizione nella quale bene e verità assumono una forma più prossima alla manifestazione spirituale esteriore.

Accanto alla tripartizione dei cieli compare inoltre la distinzione fra regno celeste e regno spirituale, due grandi modalità della vita angelica che Swedenborg non sovrappone semplicemente ai tre livelli precedenti. La complessità è importante perché mostra quanto la sua cosmologia si allontani dalle successive semplificazioni che tendono a trasformare l’aldilà in una scala lineare composta da piani sovrapposti. Il cielo swedenborgiano è molto più simile a una struttura organica, e non è casuale che proprio l’immagine dell’organismo costituisca una delle chiavi più profonde della sua visione.

Secondo Swedenborg, l’intero cielo possiede infatti la forma di un Maximus Homo, un Grande Uomo. L’espressione non indica un gigante antropomorfo letteralmente sospeso nell’universo, ma una totalità nella quale innumerevoli comunità spirituali svolgono funzioni differenti analogamente agli organi di un corpo. Alcune società corrispondono simbolicamente al cuore, altre ai polmoni, altre agli occhi, alle membra e alle diverse funzioni dell’organismo umano. Ogni parte conserva la propria specificità, ma proprio attraverso quella differenza contribuisce alla vita del tutto.

Il tradizionale rapporto esoterico fra macrocosmo e microcosmo assume così in Swedenborg una forma particolarmente elaborata. L’uomo corrisponde al cielo perché la struttura celeste è anch’essa umana; il cielo è un organismo e l’individuo è un microcosmo di quell’organismo. La perfezione non consiste pertanto nell’abolizione delle differenze, ma nella loro capacità di cooperare senza trasformarsi in conflitto. In questo senso il concetto di uso, fondamentale nella teologia swedenborgiana, diventa essenziale anche per comprendere la vita angelica: ogni società e ogni individuo partecipano al cielo attraverso una funzione che contribuisce al bene dell’insieme.

Gli angeli non vengono quindi rappresentati come esseri eternamente immobili in adorazione, separati da ogni attività. Vivono in comunità, comunicano, apprendono, insegnano, accolgono e svolgono funzioni. Swedenborg descrive abitazioni, vesti, giardini, strade, palazzi e città con una concretezza che contribuì moltissimo alla fortuna dei suoi libri sull’aldilà; tuttavia, questi elementi non costituiscono una semplice copia spiritualizzata della vita terrestre. Una casa appare secondo la qualità interiore di chi la abita, l’abbigliamento corrisponde alla condizione spirituale e la bellezza di un ambiente manifesta l’ordine dell’amore che vi opera.

L’intero cielo diviene così una struttura nella quale niente è puramente decorativo, perché ogni forma manifesta qualcosa.

Luce, calore e il Sole spirituale

Nessuna immagine rende questo principio più evidente di quella del Sole del cielo. Gli angeli, secondo Swedenborg, non vedono il Sole naturale che illumina la Terra, ma un Sole spirituale dal quale procedono luce e calore. Ciò che sembra inizialmente una trasposizione poetica assume immediatamente un significato più profondo, perché nel sistema delle corrispondenze la luce spirituale è collegata alla sapienza e alla verità, mentre il calore spirituale corrisponde all’amore.

Il principio non viene presentato come semplice allegoria. Swedenborg ritiene che la luce naturale e quella spirituale appartengano a livelli differenti di un unico ordine e che la prima costituisca una manifestazione remota di ciò che, sul piano superiore, è intelligenza divina. Allo stesso modo, il calore fisico della natura può essere letto come corrispondenza esteriore di quella forza d’amore che, nel mondo spirituale, costituisce la vita stessa del cielo.

La posizione degli angeli rispetto a questo Sole dipende quindi dalla qualità della loro relazione con il divino. L’orientamento non è semplice direzione astronomica, perché ciò che conta è ancora una volta lo stato. Swedenborg descrive il Signore come il centro spirituale verso cui il cielo si orienta e attribuisce alle differenti condizioni degli angeli anche differenti modalità di percezione della luce.

La geografia si trasforma continuamente in teologia, proprio perché nel suo sistema non esiste una vera separazione fra luogo e significato.

Angeli, demoni e origine umana degli esseri spirituali

Uno degli aspetti che più nettamente distinguono Swedenborg dall’angelologia cristiana tradizionale riguarda l’origine degli angeli. Secondo la sua dottrina, essi non appartengono a una specie creata separatamente dall’umanità: tutti gli angeli e tutti gli spiriti infernali sarebbero stati uomini e donne vissuti nel mondo naturale.

La conseguenza è enorme, perché il cielo e l’inferno cessano di essere popolati da due differenti razze soprannaturali impegnate in un conflitto cosmico e diventano invece le due grandi possibilità verso cui può orientarsi l’esistenza umana. Un essere umano che, attraverso la vita, ha costruito dentro di sé un amore rivolto al bene e al prossimo può essere progressivamente preparato alla vita angelica; chi ha trasformato il dominio, la crudeltà, l’inganno o l’autoaffermazione assoluta nel centro della propria volontà trova invece affinità con società infernali.

Nemmeno in questo caso la morte produce automaticamente una metamorfosi miracolosa. Non basta abbandonare il corpo per diventare angelo, così come non esiste una trasformazione istantanea in demone. Il mondo degli spiriti rappresenta precisamente la fase nella quale la natura profonda dell’individuo emerge e trova gradualmente la propria collocazione.

L’inferno stesso assume così un significato molto particolare. Swedenborg non lo descrive come un luogo creato da Dio per godere della punizione dei colpevoli, ma come una conseguenza dell’esistenza di esseri che trovano piacere in forme di amore incompatibili con l’ordine celeste. Una persona dominata dal desiderio di controllo non potrebbe percepire come gioiosa una società nella quale il bene degli altri conta quanto il proprio; la libertà del cielo le apparirebbe insopportabile perché non consentirebbe la forma di dominio che costituisce il centro della sua volontà. Lo spirito tende quindi verso ambienti nei quali può continuare a vivere secondo ciò che realmente desidera, anche se proprio tale condizione genera conflitto, paura e sofferenza.

L’inferno di Swedenborg è terribile proprio perché conserva una forma di libertà.

L’essere vi abita perché vi riconosce ciò che ama.

Bambini, religioni e salvezza oltre l’appartenenza confessionale

La cosmologia swedenborgiana conserva un cristocentrismo fortissimo, ma nello stesso tempo sviluppa una concezione della salvezza sorprendentemente ampia rispetto a molte formulazioni confessionali del Settecento. L’appartenenza formale a una Chiesa non garantisce il cielo, così come l’assenza di una conoscenza esplicita della dottrina cristiana non comporta automaticamente la condanna.

Swedenborg sostiene che gli esseri umani appartenenti a religioni differenti possano essere accolti nel cielo quando abbiano vissuto sinceramente secondo il bene e la verità accessibili alla loro coscienza. Questo non significa che egli consideri tutte le religioni dottrinalmente equivalenti; continua a interpretare l’intero ordine spirituale attraverso Cristo e la propria particolare comprensione del Signore, ma distingue fra la forma religiosa esteriore e il reale orientamento dell’esistenza. Un cristiano che conosca perfettamente la propria teologia e viva nell’odio non riceve alcun privilegio metafisico dalla correttezza della propria appartenenza confessionale, mentre chi appartiene a un’altra tradizione e orienta sinceramente la propria vita verso il bene può essere istruito spiritualmente dopo la morte.

Ancora più evidente è il caso dei bambini. Tutti coloro che muoiono nell’infanzia vengono, secondo Swedenborg, accolti in cielo, educati da angeli e accompagnati nel proprio sviluppo spirituale. La morte non li condanna a rimanere eternamente bambini, perché l’identità spirituale continua a crescere e maturare.

Dietro queste dottrine si trova ancora una volta la stessa convinzione: il cielo non viene assegnato sulla base di un’etichetta esteriore, ma attraverso la qualità effettiva della vita.

L’amore coniugale e la continuità delle relazioni

La concretezza dell’aldilà swedenborgiano emerge anche nella concezione delle relazioni affettive. La morte non dissolve necessariamente il legame fra due persone e non trasforma l’identità individuale in una coscienza impersonale. Gli esseri umani continuano a essere uomini e donne spirituali, conservano la propria individualità e possono vivere relazioni personali.

Swedenborg dedica particolare attenzione all’amore coniugale, che considera una delle più alte forme di corrispondenza fra amore e sapienza quando nasce da una reale unione interiore. Le coppie che durante la vita furono unite soltanto da convenienza, abitudine, pressione sociale o attrazione esteriore possono separarsi quando la loro reale incompatibilità emerge nel mondo spirituale; coloro che possedevano invece una profonda concordanza possono continuare a vivere insieme, mentre chi non abbia incontrato durante l’esistenza terrena una persona realmente affine può incontrarla successivamente.

Queste idee contribuirono molto al fascino esercitato dallo Swedenborgianesimo nell’Ottocento, perché offrivano un’immagine dell’aldilà nella quale l’amore non veniva cancellato dall’eternità, ma sottoposto a una verità più profonda.

La morte non conserva automaticamente ogni rapporto.

Conserva ciò che nel rapporto era reale.

Gli spiriti sono già vicini

Il mondo spirituale, tuttavia, non comincia soltanto quando moriamo. Swedenborg sostiene che gli esseri umani viventi siano già in rapporto con esseri spirituali e che spiriti buoni e cattivi possano essere associati a una persona secondo affinità con i suoi stati interiori. Questa presenza non significa necessariamente comunicazione cosciente: la maggior parte degli uomini non vede gli spiriti e, secondo Swedenborg, è bene che normalmente sia così.

Qui emerge una differenza fondamentale rispetto allo Spiritualismo ottocentesco. A prima vista Swedenborg potrebbe apparire come un precursore diretto delle sedute medianiche: afferma di parlare con i morti, descrive comunità spirituali, ritiene che il mondo degli spiriti circondi quello naturale e racconta incontri con esseri defunti. Eppure egli non incoraggia affatto la comunicazione indiscriminata con gli spiriti, non organizza sedute e non insegna tecniche destinate a rendere riproducibile la propria esperienza. Al contrario, ritiene pericoloso un contatto privo di discernimento e presenta la propria apertura visionaria come una condizione eccezionale legata alla missione religiosa che crede di avere ricevuto.

Lo Swedenborgianesimo storico conserverà frequentemente questa prudenza. Lo Spiritualismo che nascerà nella metà dell’Ottocento trasformerà invece la comunicazione con i defunti in una pratica pubblica, sperimentabile e collettiva, facendo dei medium il punto di contatto fra i due mondi.

Le influenze esistettero.

Le identità non coincidono.

Dai lettori di Swedenborg alla New Church

Quando Swedenborg morì, lasciò quindi una rivelazione senza struttura ecclesiastica. Furono soprattutto i lettori britannici delle sue opere a cominciare a interrogarsi su quale forma concreta dovesse assumere la “Nuova Chiesa” annunciata nei suoi scritti. Alcuni, come l’ecclesiastico anglicano John Clowes, pensavano che le dottrine swedenborgiane potessero diffondersi all’interno delle confessioni cristiane esistenti, agendo come principio di rinnovamento spirituale senza richiedere la nascita di una nuova istituzione. Altri ritenevano invece che la distanza teologica fosse ormai troppo grande e che la Nuova Gerusalemme dovesse possedere forme di culto e organizzazioni proprie.

Prevalse progressivamente anche questa seconda tendenza. Negli anni Ottanta del Settecento cominciarono a formarsi in Gran Bretagna comunità organizzate e nel 1787 venne celebrato a Londra un culto riconoscibile come espressione autonoma della New Church. Robert Hindmarsh divenne una delle figure principali della prima organizzazione swedenborgiana e nel 1789 si tenne una prima conferenza generale dedicata alla vita della nuova comunità.

È significativo che tutto ciò avvenisse soltanto dopo la morte di Swedenborg. La New Church non nasce pertanto dalla volontà di un fondatore che stabilisce una struttura e nomina successori, ma dal tentativo dei suoi lettori di comprendere che cosa significhi trasformare in vita comunitaria una teologia che affermava l’inizio di una nuova epoca spirituale.

Il movimento si diffuse presto fuori dalla Gran Bretagna e trovò terreno particolarmente fertile nel Nord America. Nel 1817 venne organizzata la General Convention of the New Jerusalem, dalla quale discende la moderna Swedenborgian Church of North America, mentre ulteriori divergenze sull’autorità degli scritti, sull’organizzazione ecclesiastica e sulla natura della rivelazione portarono nel tardo Ottocento alla formazione di altri rami, fra cui la General Church of the New Jerusalem.

Queste differenze mostrano che non è mai esistito uno Swedenborgianesimo completamente uniforme. Una delle questioni più delicate riguardava, e continua a riguardare, lo statuto degli scritti di Swedenborg: fino a che punto devono essere considerati rivelazione? Quale rapporto possiedono con la Bibbia? Quanto spazio resta all’interpretazione? La diversa risposta a queste domande ha prodotto comunità con sensibilità differenti, ma tutte riconoscono nel senso spirituale della Scrittura, nella rigenerazione dell’uomo e nella particolare cristologia swedenborgiana alcuni dei propri nuclei fondamentali.

Quando la visione diventa una mappa dell’occulto moderno

Al di fuori delle Chiese swedenborgiane, la parte della sua eredità destinata a esercitare l’influenza più vasta fu probabilmente proprio la geografia dell’invisibile. Swedenborg aveva offerto qualcosa di molto più dettagliato della generica affermazione religiosa secondo cui l’anima sopravvive alla morte. Aveva descritto che cosa accade subito dopo il passaggio, in quale ambiente ci si trova, come avviene la separazione fra esteriorità e interiorità, perché gli spiriti si avvicinano o si allontanano, come sono organizzate le società angeliche, quale rapporto esiste fra paesaggio e stato della coscienza, come vengono educati i bambini, che cosa succede alle relazioni coniugali e perché il cielo e l’inferno possiedono strutture differenti.

Era una vera cartografia.

Non nel senso moderno di una mappa verificabile attraverso coordinate, naturalmente, ma nel senso di una descrizione coerente di territori invisibili governati da leggi riconoscibili.

Nel corso dell’Ottocento l’idea che il mondo spirituale possedesse regioni, livelli e condizioni differenti sarebbe diventata sempre più comune. Lo Spiritualismo avrebbe elaborato proprie sfere post mortem, la Teosofia avrebbe costruito una complessa cosmologia di piani astrali e mentali, l’occultismo avrebbe combinato strutture neoplatoniche, cabalistiche, teosofiche e medianiche dando origine a mappe dell’invisibile sempre più articolate. Nessuna di queste tradizioni può essere ridotta allo Swedenborgianesimo, ma è difficile ignorare quanto la presenza, già nel Settecento, di una cosmologia tanto minuziosa avesse contribuito a modificare l’immaginario occidentale dell’aldilà.

Dopo Swedenborg, non bastava più dire che gli spiriti esistevano.

Si poteva cominciare a chiedere dove vivessero, secondo quali leggi e in quale rapporto con gli stati della coscienza.

Il paesaggio che non può mentire

È tuttavia nella relazione fra paesaggio e interiorità che la geografia swedenborgiana raggiunge probabilmente la propria maggiore potenza simbolica.

Un giardino celeste, per Swedenborg, non è soltanto un luogo piacevole assegnato come ricompensa a un’anima virtuosa. La sua bellezza, la disposizione delle piante, la luminosità e l’armonia delle forme manifestano spiritualmente la condizione degli esseri che vi abitano. Una casa esprime la loro interiorità, gli abiti corrispondono alla verità attraverso cui vivono, la luce manifesta intelligenza, il calore manifesta amore e persino la distanza fra due comunità esprime quanto esse siano simili o differenti.

Nel mondo naturale, la realtà può nascondere.

Una facciata splendida può appartenere a una persona corrotta, una stanza povera a qualcuno interiormente ricchissimo, un sorriso nascondere disprezzo e una dichiarazione di fede nascondere totale indifferenza.

Nel mondo spirituale di Swedenborg questa possibilità si riduce progressivamente fino quasi a scomparire.

La forma diventa trasparente al contenuto.

Da una prospettiva psicologica moderna, è difficile non vedere la forza di questa immagine. Potremmo interpretarla come rappresentazione di un’esistenza nella quale la personalità non può più dissociarsi indefinitamente dalle proprie motivazioni, oppure come una metafora del modo in cui ciascuno tende a costruire intorno a sé ambienti, relazioni e narrazioni coerenti con ciò che desidera.

Ma Swedenborg va molto oltre.

Per lui il paesaggio spirituale non rappresenta la condizione dell’anima come farebbe un sogno.

La manifesta realmente perché appartiene alla stessa struttura.

Ed è questa distinzione a mantenere la sua cosmologia dentro il territorio dell’esoterismo e della religione, anziché trasformarla semplicemente in psicologia simbolica.

Il pericolo di confondere la mappa con una prova

Una cosmologia così dettagliata pone inevitabilmente un problema di metodo. Quanto più una descrizione dell’invisibile diventa precisa, tanto più può assumere agli occhi del lettore la solidità di un resoconto geografico verificato, soprattutto quando l’autore afferma di avere personalmente osservato ciò che racconta.

Nel caso di Swedenborg è quindi indispensabile distinguere livelli differenti senza impoverirli.

Possiamo stabilire storicamente che egli scrisse queste opere, che affermò di aver vissuto per decenni un rapporto diretto con il mondo spirituale, che descrisse cieli, inferni e comunità angeliche e che le sue dottrine produssero movimenti religiosi e influenze culturali documentabili. Possiamo anche ricostruire con precisione la sua teologia e comprendere come il sistema delle corrispondenze renda coerente la sua geografia dell’aldilà.

Ciò che non possiamo fare storicamente è trasformare l’esistenza oggettiva dei tre cieli o delle società angeliche in un dato dimostrato.

Queste appartengono alla visione religiosa di Swedenborg.

Esattamente come non sarebbe corretto liquidarle con una diagnosi psicopatologica costruita a distanza, non sarebbe corretto presentarle come cartografia verificata dell’universo.

L’esoterismo maturo non ha bisogno di confondere la distinzione fra testimonianza e prova per conservare il mistero.

Può permettersi di mantenerla aperta.

L’eredità di una geografia interiore e reale

Esiste infine un paradosso che rende lo Swedenborgianesimo particolarmente interessante all’interno della storia dell’occulto. Il termine stesso “occulto” richiama ciò che rimane nascosto, mentre il mondo spirituale di Swedenborg è un luogo nel quale ciò che è nascosto tende inevitabilmente a manifestarsi.

L’interiorità prende forma.

Le intenzioni diventano visibili.

Gli affetti producono vicinanze.

Le incompatibilità costruiscono distanze.

Il desiderio trova la propria comunità.

Le convinzioni esteriori vengono private del potere di mascherare ciò che la volontà realmente cerca.

Il mistero non deriva dunque da un segreto che qualcuno custodisce intenzionalmente, ma dalla limitazione della nostra condizione terrena, nella quale il livello esteriore del mondo non rende ancora completamente visibile quello spirituale.

La morte, in questa prospettiva, non aggiunge semplicemente un universo sconosciuto al nostro.

Rende leggibile ciò che prima era soltanto parzialmente visibile.

Per questo la geografia di Swedenborg procede curiosamente verso l’interno proprio mentre sembra descrivere mondi sempre più vasti. Il cielo più alto è anche quello più interiore, la distanza è qualità dello stato, la città è comunità di amore, il paesaggio manifesta l’anima e persino l’inferno diventa il luogo nel quale una volontà trova infine l’ambiente corrispondente alla forma che si è data.

La New Church trasformò queste convinzioni in una tradizione religiosa e cercò di viverle come parte di un cristianesimo rinnovato. Lo Spiritualismo successivo avrebbe accolto alcune suggestioni di Swedenborg modificandone profondamente il rapporto con la comunicazione dei morti, mentre l’occultismo ottocentesco avrebbe moltiplicato sfere e piani dell’invisibile fino a costruire cosmologie ormai molto lontane dalla teologia originaria.

Ma sotto tutte queste trasformazioni continua a sopravvivere una delle immagini più perturbanti lasciate dal visionario svedese: quella di un uomo che muore, continua a essere se stesso e scopre progressivamente che l’ambiente nel quale vive possiede una relazione esatta con ciò che ha costruito dentro di sé.

Nessuno gli domanda quale personaggio abbia interpretato.

Nessuno si lascia impressionare dal nome che possedeva, dalla reputazione che aveva costruito o dalle parole con cui aveva imparato a definire se stesso.

Il paesaggio ha già risposto.

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