Il sangue scende nella fossa e, per un istante, l’Ade sembra ricordarsi dei vivi. Non c’è trionfo in questa scena, né dominio, né spettacolo. Odisseo non entra fra i morti come un conquistatore, ma come un uomo costretto a chiedere. Ha attraversato mari, isole, incanti, mostri, seduzioni divine; eppure, per tornare davvero a casa, deve fermarsi davanti a ciò che nessun navigante può governare: il regno delle ombre.
La Nekyia, il libro XI dell’Odissea, è uno dei testi fondamentali per comprendere la necromanzia greca e, più in generale, l’immaginario occidentale della discesa agli inferi. Il termine nekyia deriva da nékys, “morto”, “cadavere”, e indica propriamente un rito o un racconto di evocazione dei defunti. Non coincide perfettamente con la katabasis, la discesa agli inferi in senso pieno, perché Odisseo non percorre tutto il regno dei morti come faranno, in forme diverse, Eracle, Orfeo o Enea. Egli giunge ai confini dell’Ade, presso un luogo liminale, e da lì chiama le anime. Non abita il mondo infero: lo convoca alla superficie del rito.
Questo dettaglio è decisivo. Odisseo non scende semplicemente; apre un punto di contatto. È ancora vivo, ancora pienamente legato al suo corpo, alla sua nave, ai suoi compagni, al ritorno. Non cerca i morti per curiosità, né per compiacimento oscuro. Li cerca perché Circe gli ha detto che soltanto l’indovino Tiresia, anche da morto, può indicargli la via. La sapienza necessaria al ritorno non è più nel mondo dei vivi. È custodita da un’ombra.
La scena si prepara già nel libro X, quando Circe, dopo aver trattenuto Odisseo presso di sé, gli rivela che il viaggio non può proseguire direttamente verso Itaca. Prima occorre andare “alle case di Ade e della tremenda Persefone” per consultare l’anima del tebano Tiresia. La rivelazione ha qualcosa di crudele. L’eroe desidera casa, moglie, terra, focolare; la risposta del destino lo manda invece verso l’estremo opposto, là dove ogni casa terrena è stata perduta. Il ritorno passa dai morti. Nessuna immagine potrebbe essere più esatta.
Il luogo indicato da Circe appartiene a una geografia carica di segni: l’Oceano, i Cimmeri, la nebbia, l’oscurità, il limite del mondo abitato. Non siamo in una città, non in un santuario luminoso, non in uno spazio della vita ordinata. Odisseo deve raggiungere una regione dove il sole sembra non avere pieno diritto. Lì, in quel margine del cosmo, il rito può compiersi. La necromanzia greca, come abbiamo visto, non è separabile dal luogo. Per chiamare i morti bisogna arrivare dove il mondo dei vivi si assottiglia.
Circe prescrive il rito con precisione. Odisseo dovrà scavare una fossa, versare libagioni ai defunti, prima con miele e latte, poi con vino dolce, poi con acqua, spargendo infine bianca farina d’orzo. Dovrà pregare le ombre, promettere sacrifici al suo ritorno a Itaca, e sacrificare un ariete e una pecora nera, rivolgendo le vittime verso l’Erebo. Il colore nero degli animali non è un particolare decorativo: appartiene al registro ctonio. Le potenze inferie non ricevono come gli dèi olimpici. Il sacrificio si orienta verso il basso, verso la terra, verso la notte.
Odisseo obbedisce. Giunto al luogo stabilito, scava la fossa e compie le libagioni. Poi sgozza gli animali, e il sangue oscuro si raccoglie. Subito le anime dei morti si radunano: giovani spose, fanciulli, vecchi consumati dal dolore, guerrieri feriti, uomini trafitti dal bronzo. La folla delle ombre si avvicina con un’urgenza quasi famelica. Non è una processione ordinata. È una pressione. I morti desiderano il sangue, perché il sangue restituisce loro, per un momento, una forza che la morte ha sottratto.
Questo è il cuore arcaico della Nekyia. Le ombre non sono anime celesti, luminose, pacificate. Sono presenze indebolite, bisognose di nutrimento rituale. Non parlano pienamente finché non bevono. La memoria e la voce dipendono da una sostanza viva. In questa immagine c’è una concezione durissima della morte: il defunto sopravvive, ma in una condizione pallida, priva della pienezza corporea. Il sangue non lo resuscita, non lo restituisce alla vita; gli concede solo un’intensificazione provvisoria, abbastanza perché possa riconoscere, ricordare, dire.
Odisseo, però, non lascia che le ombre bevano subito. Con la spada le tiene lontane dalla fossa. Questo gesto è fondamentale. L’eroe non è passivo davanti ai morti; deve custodire l’ordine del rito. Le ombre sono molte, il bisogno è grande, il confine è instabile. Ma il responso principale deve venire da Tiresia. La necromanzia, qui, non è abbandono all’aldilà. È governo difficile di una comunicazione pericolosa. Senza disciplina, il contatto con i morti diventa confusione.
Prima di Tiresia, però, appare Elpenore. È uno dei compagni di Odisseo, morto poco prima nell’isola di Circe, cadendo dal tetto della casa dopo essersi svegliato stordito dal vino. La sua presenza interrompe la tensione oracolare con una nota dolorosamente concreta. Elpenore non porta profezie grandiose. Chiede sepoltura. Chiede che il suo corpo non resti insepolto, che venga bruciato con le armi, che un tumulo ricordi il suo nome, che il remo con cui remava sia piantato sulla tomba. Prima della sapienza del profeta, Odisseo incontra il dovere verso il morto dimenticato.
Questo passaggio è di una potenza enorme. L’Odissea ci dice che non si può interrogare il mondo dei morti senza prima riconoscere il debito verso i propri defunti. La necromanzia non è soltanto domanda sul futuro; è anche responsabilità verso chi non ha ricevuto il rito dovuto. Elpenore rappresenta il morto recente, trascurato, non pacificato, ancora bisognoso di essere collocato. La sua richiesta è semplice e terribile: non lasciarmi senza tomba, non lasciarmi senza nome.
Solo dopo questo incontro giunge Tiresia. L’indovino tebano porta uno scettro d’oro, segno della sua autorità mantica conservata oltre la morte. Egli può bere il sangue e parlare. A differenza delle altre ombre, possiede una lucidità speciale. Persefone gli ha concesso, dice il poema, di mantenere la mente salda anche fra i morti, mentre gli altri si muovono come ombre erranti. Tiresia è dunque una figura eccezionale: morto, ma ancora veggente; ombra, ma ancora capace di orientare i vivi.
Il suo responso è il centro rituale della Nekyia. Tiresia annuncia a Odisseo le difficoltà del ritorno, il pericolo rappresentato dalle vacche del Sole, la possibilità di perdere tutti i compagni, l’arrivo tardivo e doloroso a Itaca, la vendetta contro i pretendenti, e infine un ultimo viaggio. Dopo aver riconquistato la casa, Odisseo dovrà portare un remo sulle spalle fino a giungere presso uomini che non conoscono il mare, che scambieranno quel remo per un ventilabro. Là dovrà offrire sacrifici a Poseidone. Solo allora potrà venire per lui una morte mite, lontana dal mare, in una vecchiaia circondata da prosperità.
Tiresia non offre una consolazione facile. Il ritorno è possibile, ma non indolore. Itaca non viene restituita come premio senza prezzo. Il morto profetico mostra a Odisseo che la via verso casa passa attraverso perdita, disciplina, rinuncia, sacrificio. Soprattutto, gli rivela che il nostos, il ritorno, non si conclude semplicemente rientrando nella propria terra. Anche dopo Itaca ci sarà un altro cammino, un’ultima riconciliazione con Poseidone, una correzione del rapporto con il mare. Il destino di Odisseo non termina nella casa: deve ancora attraversare una forma di espiazione simbolica.
Dopo Tiresia appare Anticlea, la madre di Odisseo. Qui il tono cambia ancora. Non siamo più nel dovere verso Elpenore, né nella profezia di Tiresia, ma nel dolore familiare. Odisseo non sapeva che sua madre fosse morta. La vede fra le ombre e tenta di parlarle. Prima però, secondo l’ordine ricevuto, deve lasciar bere Tiresia. Soltanto dopo potrà permettere alla madre di avvicinarsi al sangue e riconoscerlo. La scena è trattenuta, quasi crudele nella sua disciplina: l’amore deve attendere il compimento del rito.
Anticlea racconta a Odisseo ciò che accade a Itaca: la fedeltà di Penelope, la sofferenza di Telemaco, la solitudine di Laerte, e soprattutto la propria morte, non per malattia o violenza, ma per nostalgia del figlio. La madre è morta consumata dal dolore dell’assenza. Odisseo cerca allora di abbracciarla, ma per tre volte l’ombra gli sfugge dalle braccia come sogno o fumo. È forse uno dei momenti più dolorosi dell’intero poema. Il contatto con i morti può dare parola, ma non restituisce il corpo. Può dare conoscenza, ma non scioglie la separazione. Il sangue permette alla madre di parlare, non di tornare.
Questa triplice impossibilità dell’abbraccio è essenziale per comprendere il significato profondo della Nekyia. La necromanzia non abolisce la morte. Non la vince. Non annulla la distanza fra vivi e defunti. Crea soltanto un passaggio temporaneo, fragile, governato da regole. Odisseo può sapere, può ascoltare, può piangere; non può trattenere. In questo senso la scena è più vera di molte fantasie moderne sull’evocazione dei morti. La voce arriva, ma il corpo no. La presenza si concede, ma non si possiede.
Dopo Anticlea, Odisseo vede una serie di donne illustri, madri ed eroine della tradizione mitica: Tiro, Antiope, Alcmena, Megara, Epicasta, Clori, Leda, Ifimedia, Fedra, Procri, Arianna, Maira, Climene, Erifile. Questa sequenza ha una funzione genealogica e mitografica. Attraverso le donne morte, il poema ricapitola linee eroiche, nascite, unioni divine, tragedie familiari. L’Ade diventa archivio della memoria mitica. I morti non sono soltanto individui perduti; sono nodi della storia sacra dei Greci. Interrogarli o contemplarli significa entrare in una biblioteca d’ombre.
Nella seconda parte dell’episodio, dopo una pausa narrativa presso i Feaci, Odisseo racconta l’incontro con i compagni d’armi della guerra di Troia: Agamennone, Achille, Aiace. Con Agamennone la Nekyia assume un tono politico e domestico insieme. Il re assassinato dalla moglie Clitennestra e da Egisto racconta il tradimento della casa, ammonendo Odisseo sulla prudenza verso le donne e sulla fragilità del ritorno. Per lui il nostos è fallito nel modo più tragico: è sopravvissuto alla guerra per morire nella propria dimora. L’Ade custodisce dunque anche i ritorni spezzati, i destini che fanno da controcanto a quello di Odisseo.
L’incontro con Achille è ancora più celebre. Odisseo tenta di consolarlo ricordandogli la gloria eterna di cui gode fra i vivi. Achille risponde con una delle frasi più amare della letteratura greca: preferirebbe essere servo di un povero contadino sulla terra piuttosto che regnare su tutti i morti. In questa risposta crolla ogni retorica eroica della gloria postuma. La fama non consola chi ha perduto la luce del sole. L’Ade omerico non è un paradiso di eroi soddisfatti. È una condizione pallida, inferiore alla più umile vita terrena.
Eppure Achille si illumina quando Odisseo gli parla del figlio Neottolemo. La gloria del figlio restituisce per un momento consistenza al padre morto. Anche qui appare il tema della continuità. Il morto sopravvive non solo come ombra, ma nella memoria dei vivi e nella discendenza. L’antenato eroico riceve forza dal fatto che la propria linea non si sia interrotta. La Nekyia unisce così necromanzia e culto degli antenati, interrogazione e genealogia, aldilà e trasmissione.
Aiace, invece, tace. Ancora offeso per la disputa sulle armi di Achille, non rivolge parola a Odisseo e si allontana fra le ombre. Questo silenzio è importante quanto una profezia. Non tutti i morti vogliono parlare. Non ogni conflitto viene risolto dalla morte. L’Ade conserva rancori, fratture, identità. La morte non trasforma automaticamente tutti in presenze pacificate. Anche qui il poema resta severo: i morti non diventano saggi per il solo fatto di essere morti.
Odisseo vede poi figure di giudizio e punizione: Minosse che amministra giustizia fra le ombre, Orione che caccia, Tizio, Tantalo, Sisifo, Eracle nella sua immagine infera. Questa parte amplia la visione dell’Ade da luogo delle ombre a spazio di ordine mitico, dove alcuni destini assumono forma esemplare. I grandi puniti incarnano colpe cosmiche: desiderio sacrilego, empietà, inganno, sfida agli dèi. La morte non è più soltanto indebolimento, ma anche rivelazione della struttura morale del mito.
Alla fine, Odisseo teme che Persefone gli mandi incontro la testa della Gorgone e fugge verso la nave. È un finale brusco, quasi improvviso. Il rito non deve durare troppo. L’eroe ha ricevuto ciò che cercava, ha visto più di quanto forse avrebbe dovuto vedere, e ora deve tornare fra i vivi. Il confine, una volta aperto, non può restare spalancato. La conoscenza dei morti ha un limite. Oltre quel limite non c’è più sapienza, ma terrore paralizzante.
La Nekyia, letta in questa prospettiva, non è un episodio accessorio dell’Odissea. È il cuore oscuro del poema. L’intero viaggio di Odisseo può essere compreso come una lotta per tornare alla vita ordinata: casa, sposa, figlio, letto nuziale, terra, identità. Ma per ottenere tutto questo egli deve attraversare una conoscenza della morte. Non può rientrare davvero nel mondo dei vivi senza aver visto le ombre, senza aver ascoltato la madre, i compagni caduti, i re assassinati, gli eroi scontenti della propria gloria. Il ritorno non è innocenza recuperata. È vita riconquistata dopo aver guardato ciò che la vita nasconde.
Dal punto di vista necromantico, il testo stabilisce alcuni principi destinati ad attraversare tutta la tradizione occidentale. Primo: i morti possono essere chiamati, ma solo in condizioni rituali precise. Secondo: il sangue, o comunque una sostanza vitale, è necessario perché l’ombra parli. Terzo: non tutti i morti possiedono la stessa autorità. Quarto: il responso dei morti riguarda spesso il destino, il ritorno, la colpa, la casa, il futuro della stirpe. Quinto: il contatto con i defunti non elimina la distanza fra vivi e morti, ma la rende momentaneamente attraversabile. Sesto: chi apre il passaggio deve anche saperlo chiudere.
La grandezza della Nekyia sta anche nel suo rifiuto dell’eccesso spettacolare. Non vediamo demoni, non vediamo cadaveri animati, non vediamo un mago che comanda l’aldilà. Vediamo un uomo vivo che, con paura e disciplina, compie un rito per ottenere una risposta. L’orrore non nasce da effetti grandiosi, ma dalla sobrietà della distanza: la madre che non si può abbracciare, Achille che rimpiange la più povera delle vite, Aiace che conserva il silenzio, Elpenore che chiede solo sepoltura. Il mondo dei morti non è fantastico perché pieno di mostri; è terribile perché somiglia ancora troppo al mondo dei vivi, ma svuotato di calore.
Per The Witchcraft, questa pagina è fondamentale perché permette di distinguere la necromanzia antica dall’immaginario posteriore. La Nekyia non è negromanzia medievale, non è spiritismo moderno, non è culto sentimentale dei defunti. È un rito poetico e arcaico di interrogazione delle ombre, dove ogni gesto possiede una densità religiosa. Scavare la fossa, versare libagioni, sacrificare animali neri, custodire il sangue, attendere Tiresia, ascoltare i morti, fuggire al momento giusto: tutto parla di una civiltà che conosceva il valore del limite.
E forse è proprio questo il punto più attuale. Odisseo non va dai morti per sentirsi speciale. Non cerca conferme, non cerca spettacolo, non cerca consolazione immediata. Va perché deve sapere come tornare. La sua necromanzia è al servizio del ritorno alla vita, non della fuga dalla vita. Questo la rende, paradossalmente, meno mortifera di molte ossessioni contemporanee. Chi interroga i morti senza desiderare davvero di tornare fra i vivi ha già smarrito la via.
La Nekyia ci lascia quindi con un’immagine che non si consuma: un uomo armato accanto a una fossa piena di sangue, circondato da ombre che premono nel buio. Non può abbracciare sua madre, non può restituire vita ai compagni, non può convincere Achille che la gloria basti. Può solo ascoltare, ricordare, ricevere il responso, poi salire di nuovo sulla nave. Il morto parla, ma il mare aspetta. E finché il mare aspetta, Odisseo appartiene ancora ai vivi.
Consigli per la lettura ed approfondimenti
De negromancia. L’arte dell’evocazione dei morti di Ossian D’Ambrosio e Melissa D’Ambrosio
Magia, morte e letteratura. Etnografia della necromanzia di Patrizio Pezzana
Il libro dei morti degli antichi egiziani di Gregorio Kolpaktchy e D. Piantanida
The Archaeology of Ancestors: Death, Memory, and Veneration di Erica Hill e Jon B. Hageman
Richard Kieckhefer, Magic in the Middle Ages, Cambridge University Press.
Richard Kieckhefer, Forbidden Rites: A Necromancer’s Manual of the Fifteenth Century, Pennsylvania State University Press.
Daniel Ogden, Greek and Roman Necromancy, Princeton University Press.
Sarah Iles Johnston, Restless Dead: Encounters between the Living and the Dead in Ancient Greece, University of California Press.

