La polvere non copriva tutto. Sotto le case, nelle tombe familiari, nelle tavolette d’argilla conservate dagli scribi, i morti continuavano a occupare spazio. Non erano soltanto ricordati. Venivano nutriti, placati, temuti, talvolta interrogati. La Mesopotamia non concepì mai la morte come una semplice sottrazione. Il morto entrava in un altro dominio, ma non usciva del tutto dalla vita dei vivi. Restava vicino alla casa, alla discendenza, al nome, al pane e all’acqua che qualcuno avrebbe dovuto continuare a offrirgli.
Parlare di necromanzia mesopotamica significa entrare in un mondo più antico della parola stessa. “Necromanzia” è termine greco, e indica la divinazione compiuta attraverso i morti. Le culture sumera, accadica, babilonese e assira possedevano invece un vocabolario proprio, più aderente alla loro idea del defunto. Lo spirito del morto era il gidim in sumerico, l’eṭemmu in accadico. Non era un’anima immateriale nel senso moderno, né un fantasma romantico condannato a vagare per nostalgia. Era la forma postuma della persona: un essere che conservava identità, bisogni, memoria e, in certe condizioni, capacità di agire.
Il mondo infero mesopotamico, spesso indicato con termini come Kur o Irkalla, non era un paradiso luminoso. Era una regione oscura, sotterranea, governata da divinità come Ereshkigal e, in alcune tradizioni, Nergal. I morti vi conducevano un’esistenza diminuita, dipendente dalle offerte dei vivi. Nelle grandi immagini letterarie della discesa agli inferi, il mondo dei morti appare come una casa dalla quale non si esce, dove il nutrimento è polvere e argilla, dove la luce giunge attenuata, quasi già consumata prima di arrivare. Tuttavia, questa oscurità non comportava una separazione assoluta. I vivi avevano obblighi verso i morti, e i morti potevano disturbare, proteggere, accusare, reclamare, rispondere.
Il cuore ordinario di questo rapporto era il kispu, o kispum, il rito di offerta ai defunti. Esso prevedeva cibo, bevande, libagioni, memoria familiare, cura rituale dei morti della casa. Non era necromanzia in senso stretto, perché non nasceva necessariamente dal desiderio di interrogare i defunti. Era piuttosto una forma di manutenzione del legame. Il morto nutrito rimaneva inserito nell’ordine familiare. Il morto trascurato, dimenticato, mal sepolto o privo di discendenza poteva diventare inquieto, pericoloso, affamato. In Mesopotamia il rapporto con i morti non era governato soltanto dall’affetto, ma anche da una precisa economia rituale: chi riceveva offerte restava entro una forma di pace; chi ne era privo poteva tornare come disturbo.
Questa è la prima distinzione necessaria. Il culto dei morti non coincide con la necromanzia. Il culto dei morti onora, nutre, mantiene, integra. La necromanzia interroga, convoca, cerca una risposta. Tuttavia, in Mesopotamia i due ambiti non sono completamente separabili. Il morto diventa interlocutore proprio perché resta parte della vita familiare e religiosa. Se può ricevere pane e acqua, può anche ricevere parole. Se può essere placato, può anche essere consultato. Se può nuocere quando è trascurato, può anche intervenire quando viene riconosciuto.
Gli spiriti inquieti occupano un posto centrale nella magia mesopotamica. Molti testi terapeutici, apotropaici e rituali attribuiscono malattie, dolori, disturbi, incubi, ossessioni e sventure all’azione di un eṭemmu. Non tutti i fantasmi erano uguali. Vi erano i morti senza sepoltura, i morti violenti, gli annegati, coloro che non avevano ricevuto offerte, i defunti dimenticati, gli stranieri, i bambini morti prematuramente, le presenze rimaste prive di una collocazione corretta. La loro irrequietezza non era soltanto psicologica; era rituale. Qualcosa non era stato compiuto, o non era stato compiuto correttamente.
In questo senso, la Mesopotamia sviluppò una vera sapienza del fantasma. Non bastava dire che un morto appariva. Occorreva capire perché appariva, da dove veniva, quale mancanza esprimeva, quale rito fosse necessario per placarlo o rimandarlo al suo posto. La relazione con gli spiriti dei morti oscillava dunque fra cura, difesa, riparazione e interrogazione. Il fantasma poteva essere un familiare dimenticato, un morto ostile, un segno diagnostico, un agente di malattia, una presenza da nutrire, una voce da ascoltare o una potenza da allontanare.
La letteratura mesopotamica conserva immagini potenti di questo rapporto. Nel ciclo di Gilgamesh, Enkidu scende nel mondo infero e il suo spirito viene fatto risalire affinché possa parlare con Gilgamesh. La scena è fondamentale perché mostra un morto che ritorna non per consolare, ma per riferire la condizione dei defunti. Il dialogo con lo spirito di Enkidu appartiene a quel grande patrimonio antico in cui il morto, interrogato, diventa testimone del destino postumo. La necromanzia, qui, non è ancora un rito tecnico descritto nei dettagli, ma una struttura narrativa: il vivo domanda, il morto risponde, e la risposta riguarda il regime stesso dell’aldilà.
Le prove più dirette dell’esistenza di pratiche necromantiche mesopotamiche, tuttavia, non vengono soltanto dai racconti mitici. Vengono dai testi rituali, lessicali, magici e divinatori. Irving L. Finkel, nel suo studio ormai fondamentale sulla necromanzia nell’antica Mesopotamia, raccolse e discusse un insieme di testimonianze che mostrano come l’interrogazione dei morti non fosse una fantasia proiettata dall’esterno, ma una pratica attestata, anche se non comune e non centrale quanto altre forme divinatorie. Il quadro che ne emerge è prudente ma netto: la Mesopotamia conosceva procedure rivolte agli spiriti dei morti, e in alcuni casi tali procedure avevano una finalità propriamente divinatoria.
Bisogna però evitare una doppia deformazione. Da una parte, non si deve trasformare ogni offerta funeraria in necromanzia. Il kispu non è di per sé un rito per ottenere responsi. Dall’altra, non si deve negare l’esistenza della necromanzia soltanto perché le sue attestazioni sono meno abbondanti rispetto all’oniromanzia, all’epatoscopia, all’astrologia o agli incantesimi terapeutici. La documentazione è più sottile, ma non inesistente. Il morto può essere oggetto di cura, causa di disturbo, destinatario di offerta, oppure interlocutore convocato per sapere.
Anche il lessico, come spesso accade nei testi antichi, non si lascia chiudere in una traduzione comoda. Il termine eṭemmu indica normalmente lo spirito del morto, ma alcune testimonianze hanno suggerito una possibile estensione semantica verso figure implicate nella consultazione dei defunti. La questione resta delicata: non sempre è chiaro se un testo parli dello spirito evocato, dell’operatore che lavora con gli spiriti, o di una categoria intermedia comprensibile solo entro il sistema rituale dell’epoca. Proprio per questo è necessario non tradurre troppo in fretta. “Fantasma”, “spirito”, “necromante”, “medium” e “operatore rituale” sono parole utili, ma nessuna coincide perfettamente con il mondo accadico.
Non siamo davanti alla seduta spiritica moderna. Non vi sono tavolini, trance ottocentesche, comunicazioni sentimentali con i cari scomparsi. Siamo dentro un mondo scribale, liturgico, magico-medico, nel quale il rito è materiale, formulare, spesso duro. Gli strumenti possono essere offerte, libagioni, figurine, nomi scritti, unguenti, fumigazioni, formule, luoghi predisposti e, nelle testimonianze più impressionanti, il cranio come supporto rituale dello spirito evocato.
Questo punto va affrontato senza imbarazzo e senza compiacimento. Alcuni testi mesopotamici attestano l’uso di un cranio nella pratica necromantica. Le schede documentarie moderne che raccolgono il motivo lo indicano come uno degli elementi più notevoli della necromanzia mesopotamica: il cranio funge da sede o ricettacolo della presenza evocata, una sorta di supporto materiale attraverso cui il morto può manifestarsi. Non si tratta di una nostra ricostruzione simbolica, né di un’aggiunta romanzesca. È una testimonianza rituale antica. Al tempo stesso, non avendo in questa sede il testo cuneiforme integrale e una traduzione critica completa davanti, non è corretto ricostruire la procedura nei suoi passaggi minuti. Va detto ciò che è attestato: la logica del supporto, la funzione necromantica, il legame con l’interrogazione dello spirito. Il resto, se non verificato direttamente sul testo, deve restare fuori.
La presenza del cranio non autorizza nessuna fantasia moderna sulla profanazione. Ma la sua rimozione dal discorso sarebbe una censura. Per lo studioso, il dato importante è la grammatica rituale: lo spirito non è lasciato nell’indistinto; viene chiamato, orientato, contenuto, interrogato. La materialità del rito serve a dare forma al contatto. Il morto non è un’idea. È una presenza che deve essere localizzata, nutrita o costretta entro una forma rituale riconoscibile. In questo, la necromanzia mesopotamica mostra una concretezza che la sensibilità moderna, spesso più vaga proprio quando si crede più libera, tende a perdere.
La stessa logica appare nelle pratiche rivolte agli spiriti inquieti, anche quando non hanno scopo divinatorio. Molti riti mesopotamici non cercano una risposta dal morto, ma la cessazione del suo influsso. Il fantasma che causa malattia o disturbo deve essere identificato, placato, trasferito, congedato, talvolta fissato in una figurina o in un sostituto rituale. L’operazione non è genericamente “spirituale”. È tecnica. Ogni gesto corrisponde a una funzione: nominare, offrire, separare, inviare, seppellire, purificare. Anche quando non siamo nel campo della necromanzia divinatoria, siamo comunque nel territorio operativo del rapporto con i morti.
A questo punto si comprende perché la necromanzia mesopotamica non possa essere separata dalla medicina magica e dall’esorcismo. Il male non era sempre pensato come un evento puramente fisico. Un dolore, un incubo, un’agitazione, una serie di disgrazie potevano essere interpretati come effetto dell’azione di un morto. Il ritualista doveva allora riconoscere la natura della presenza e stabilire la risposta adeguata. Se il morto era affamato, si offriva. Se era senza posto, lo si collocava. Se era ostile, lo si respingeva. Se era interrogato, lo si convocava secondo formula. Questa precisione impedisce di ridurre tutto a superstizione indistinta.
La differenza fra morto familiare e morto pericoloso è dunque essenziale. La Mesopotamia conosceva spiriti ostili e inquieti, ma non ogni morto era tale. I morti della famiglia potevano essere protettori, destinatari di memoria, membri invisibili della casa. Il problema nasceva quando il legame era interrotto, quando il morto era privo di sepoltura, quando mancavano le offerte, quando una morte violenta o una colpa rituale producevano disordine. Per questo la prima risposta non era necessariamente lo scacciamento. Spesso era l’offerta.
La differenza è sottile ma decisiva. L’esorcismo scaccia. Il kispu nutre. La necromanzia interroga. La placazione ristabilisce. Una lettura seria deve sapere quale gesto sta osservando. Confondere tutto sotto il nome generico di “contatto con gli spiriti” significa perdere la precisione del mondo mesopotamico. Gli scribi classificarono, nominarono, formularono, conservarono. Anche l’invisibile doveva essere amministrato.
Vi è poi un aspetto politico e dinastico. I re curavano la memoria degli antenati, delle sepolture, delle fondazioni, perché il potere non apparteneva soltanto al presente. La continuità con i morti legittimava la casa, il trono, la città. Quando uno spirito veniva trascurato, non era sempre una questione privata; poteva diventare il segno di un disordine nella trama sociale, familiare e divina. La necromanzia, in questo senso, non è separabile dalla concezione mesopotamica dell’ordine: ogni essere deve stare al suo posto, ricevere ciò che gli spetta, non oltrepassare il confine se non secondo rito.
È qui che il mondo mesopotamico si distingue tanto dalla necromanzia greca quanto da quella biblica. La Grecia conoscerà oracoli dei morti, discese eroiche, consultazioni in luoghi specializzati. La Bibbia collocherà la consultazione dei morti sotto il segno del divieto, come concorrenza intollerabile alla rivelazione divina. La Mesopotamia, invece, sembra partire da una prossimità più domestica e amministrativa: i morti sono parte della casa, ma possono diventare problema; sono nutriti, ma possono essere interrogati; sono pericolosi, ma non per questo estranei. Non c’è solo paura, e non c’è solo devozione. C’è un sistema di obblighi reciproci.
Per questo la pagina mesopotamica è fondamentale in una sezione sulla necromanzia. Essa mostra che il rapporto operativo con i morti non nasce necessariamente dalla volontà di violare un tabù. Può nascere dalla cura della continuità. Prima di essere evocato, il morto è nutrito. Prima di essere interrogato, è riconosciuto. Prima di essere scacciato, bisogna capire se è stato dimenticato. In questa visione, la necromanzia non è un gesto isolato, ma l’estremo di una relazione più ampia.
La modernità ha spesso ereditato l’immagine del fantasma come residuo disturbante, apparizione anomala, crepa nel reale. La Mesopotamia ci restituisce qualcosa di più antico e più concreto: il morto come membro difficile della comunità. Non più vivo, non del tutto assente; non onnipotente, non innocuo; bisognoso, sensibile all’offerta, capace di agire. La sua presenza non è scandalo. Lo scandalo nasce quando il legame viene rotto, quando il nome scompare, quando l’acqua non viene più versata.
Studiare la necromanzia mesopotamica significa allora imparare una grammatica severa. Il nome orienta. L’offerta nutre. La formula ordina. Il supporto trattiene. La domanda apre. Il congedo chiude. La memoria mantiene. Dove le fonti permettono di leggere il rito, il rito va riportato. Dove le fonti sono frammentarie, bisogna fermarsi. L’approssimazione, in questi argomenti, è peggiore del silenzio.
Fra le tavolette d’argilla, le formule contro gli spiriti inquieti, le offerte ai defunti e i racconti del mondo infero, la Mesopotamia lascia emergere una verità che attraverserà molte tradizioni successive: i morti non abitano soltanto il passato. Abitano il rapporto che i vivi sanno, o non sanno, mantenere con loro. Quando quel rapporto è ordinato, il morto può diventare antenato. Quando è spezzato, può diventare fantasma. Quando viene interrogato, può diventare oracolo. Ma in ogni caso, prima della domanda, viene l’acqua.
Fonti essenziali di riferimento
Irving L. Finkel, “Necromancy in Ancient Mesopotamia”, Archiv für Orientforschung, vol. 29/30, 1983–1984, pp. 1–17.
Irving L. Finkel, The First Ghosts: Most Ancient of Legacies, London, Hodder & Stoughton, 2021.
Alessia Damsma, “‘Spirits of the Dead’ or ‘Necromancers’? The eṭemmū in an Old Assyrian Letter Reinterpreted in Light of Hebrew ōḇōṯ, yiddeʿōnîm and iṭṭîm”, Religions, 2025.
R. MacDougal, Remembrance and the Dead in Second Millennium BC Mesopotamia, University of Leicester, 2014.
JoAnn Scurlock, studi su fantasmi, morti inquieti, rituali funerari e pratiche apotropaiche mesopotamiche.
Schede Melammu Project sul motivo del cranio nella necromanzia mesopotamica.
Consigli per la lettura ed approfondimenti
De negromancia. L’arte dell’evocazione dei morti di Ossian D’Ambrosio e Melissa D’Ambrosio
Magia, morte e letteratura. Etnografia della necromanzia di Patrizio Pezzana
Il libro dei morti degli antichi egiziani di Gregorio Kolpaktchy e D. Piantanida
The Archaeology of Ancestors: Death, Memory, and Veneration di Erica Hill e Jon B. Hageman
Richard Kieckhefer, Magic in the Middle Ages, Cambridge University Press.
Richard Kieckhefer, Forbidden Rites: A Necromancer’s Manual of the Fifteenth Century, Pennsylvania State University Press.
Daniel Ogden, Greek and Roman Necromancy, Princeton University Press.
Sarah Iles Johnston, Restless Dead: Encounters between the Living and the Dead in Ancient Greece, University of California Press.

