Qui la necromanzia cambia odore. Non c’è più l’acqua versata agli antenati, non il pane deposto per placare il morto della casa, non la lettera indirizzata a un defunto perché intervenga nella trama familiare. Nel Medioevo latino la pratica si fa libraria, clericale, cerimoniale. Entra nella stanza il manoscritto. Entrano il salmo, il cerchio, lo specchio, l’esorcismo, il nome divino pronunciato come vincolo. Il morto, quando ancora compare, non è più soltanto l’antenato affamato o lo spirito inquieto: è già avvolto dalla grande ombra della demonologia cristiana.
Il termine stesso racconta la trasformazione. La necromantia antica, divinazione per mezzo dei morti, nel Medioevo diventa spesso nigromantia, arte nera, non necessariamente perché ogni pratica riguardi i morti, ma perché l’intero campo viene assorbito nella magia illecita degli spiriti. I manoscritti non parlano soltanto di defunti, ma di demoni, apparizioni, spiriti servitori, visioni in specchi, cristalli, unghie, vasi, cerchi, immagini e supporti rituali. In questa zona, necromanzia, goezia e magia cerimoniale non sono ancora compartimenti separati. Sono stanze comunicanti dello stesso edificio proibito.
Uno dei documenti più importanti per comprendere questa tradizione è il manoscritto Clm 849 della Bayerische Staatsbibliothek di Monaco, noto come Liber incantationum, exorcismorum et fascinationum variarum. Richard Kieckhefer lo ha studiato e pubblicato con il titolo Forbidden Rites: A Necromancer’s Manual of the Fifteenth Century. Si tratta di un manuale latino quattrocentesco, non di una fantasia moderna, e proprio per questo è prezioso. Non descrive una necromanzia “popolare” o contadina, ma una magia di uomini alfabetizzati, probabilmente chierici o persone formate in ambienti ecclesiastici, capaci di usare latino, salmi, formule cristiane, nomi divini e schemi cerimoniali.
Il dato decisivo è questo: la nigromanzia medievale non opera quasi mai come una semplice invocazione emotiva. È un sistema di costrizione rituale. Il mago non si limita a chiedere. Scongiura, comanda, lega, delimita. L’atto fondamentale è la coniuratio, parola che non indica una preghiera nel senso ordinario, ma un vincolo pronunciato attraverso autorità superiori. Lo spirito viene chiamato “per” qualcosa: per il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; per il Tetragrammaton; per i nomi divini; per la Trinità; per il sigillo di Salomone; per la potenza dei sacramenti. La formula medievale accumula autorità come si accumulano pietre su una porta che non deve cedere.
Un frammento attestato nel Clm 849 mostra bene questa grammatica: “In nomine Patris veni, et in nomine Filii veni, et in nomine Spiritus Sancti veni”. La struttura è limpida: il verbo è venire, ma non come invito cortese; è un comando sostenuto dal nome divino. Lo spirito deve venire “in questa ora”, senza danno per il corpo o per l’anima dell’operatore, e non deve andarsene se non licenziato. Qui appare una delle colonne della magia cerimoniale medievale: la presenza evocata non deve soltanto manifestarsi, ma deve manifestarsi entro condizioni stabilite.
Questo punto distingue nettamente la necromanzia medievale dalle forme egizie e mesopotamiche che abbiamo trattato. Là l’offerta fondava il rapporto; qui il comando fonda l’operazione. Là il morto veniva nutrito, placato, ricordato; qui lo spirito viene vincolato attraverso una gerarchia di nomi. Là il gesto principale era mantenere il legame; qui è produrre una comparizione. L’operatore medievale non pensa innanzitutto come un discendente che onora il morto, ma come un tecnico del sacro illecito che tenta di costringere l’invisibile dentro una forma.
Prima di riportare la struttura rituale, è necessaria una precisazione. I riti medievali di nigromanzia contengono elementi che non devono essere replicati materialmente: uso di luoghi funerari, cimiteri, pratiche su supporti corporei, eventuali elementi sacrileghi, coercizione di persone vulnerabili, manipolazione di oggetti consacrati, formule di maledizione e comando. Riportarli in un articolo significa studiare una tradizione, non invitare alla sua esecuzione. La serietà sta nel non alterare le fonti, ma anche nel non fingere che un manoscritto quattrocentesco possa essere trasportato ingenuamente in una stanza moderna.
Il rito che segue è tratto, nella sua struttura, dal Clm 849, ff. 62v–65r, ed è noto nell’edizione di Kieckhefer come esperimento “per ottenere informazioni da uno specchio”. Non lo si deve leggere come una pratica devozionale rivolta ai morti, ma come un’operazione di visione e costrizione spiritica. È nigromanzia nel senso medievale: non culto degli antenati, ma arte cerimoniale di comparizione, interrogazione e vincolo.
La rubrica latina può essere resa così: ad habendam informationem per speculum, cioè “per ottenere informazione attraverso uno specchio”. Il rito prescrive anzitutto di girare attorno al cimitero e raccogliere tante pietre quanti sono i versetti del salmo Miserere mei Deus, il Salmo 50 della Vulgata. Con quelle pietre si costruisce il cerchio rituale. All’interno del cerchio viene posta l’erba chiamata verbena. Poi si prende uno specchio e lo si unge con olio d’oliva usando il pollice, pronunciando il Gloria in excelsis Deo. L’operatore entra quindi nel cerchio, sta sopra la verbena, si volge prima verso oriente e comincia la coniuratio.
La sequenza latina iniziale del manoscritto è questa:
Circue cimiterium et collige tot lapides quot sunt versus in psalmo Miserere mei Deus. Cum hiis lapidibus pone circulum quando vis, et inpone herbam que vocatur verbena. Postea accipe speculum, et line ipsum cum oleo olive cum pollice, dicendo Gloria in excelsis Deo. Et intres circulum. Stes supra herbam, et verte primo ad orientem, dicens: Coniuro te, Astra, Astaroth, Cebal.
Il testo prosegue accumulando autorità sacre e nomi potenti. Lo spirito viene scongiurato per il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; per i ventiquattro anziani dell’Apocalisse; per i tre fanciulli nella fornace, Sidrach, Misach e Abdenago; per un principe indicato come Toth o Thoth, forma che nel manoscritto resta problematica; per Zambrim e Mambrim, nomi che richiamano la tradizione dei maghi egizi oppositori di Mosè; per altri nomi di potenza; infine per il battesimo ricevuto al fonte dal sacerdote. Lo scopo dichiarato è l’obbedienza dello spirito all’operatore.
In forma ordinata, la coniuratio procede dunque così:
Coniuro te, Astra, Astaroth, Cebal,
per Patrem et Filium et Spiritum Sanctum,
per viginti quattuor seniores,
per tres pueros, Sidrach, Misach et Abdenago,
per Toth principem vestrum,
per Zambrim et Mambrim,
per nomina quibus obedire tenemini de veritate,
et per baptismum quod recipitur in fonte a sacerdote,
ut obediatis mihi.
Quando lo spirito viene, il manoscritto prescrive una frase di riconoscimento e accusa: “Hai abbandonato il Dio che ti generò e hai dimenticato il Signore tuo creatore”. Lo spirito dovrebbe rispondere: “È vero”. A questo punto l’operatore pronuncia il vincolo vero e proprio, legando e costringendo i demoni attraverso le parole ascoltate dal loro creatore mentre pendeva dalla croce, affinché non nuocciano a nessuno ma rispondano secondo verità.
La formula può essere presentata così:
Deum qui te genuit dereliquisti, et oblitus es Domini creatoris tui.
Verum est.
Ligo et constringo vos, daemones, per verba quae audistis a creatore vestro pendente in cruce, ut nulli noceatis, sed de veritate respondeatis mihi.
Se gli spiriti non obbediscono, il testo prescrive di leggere il cosiddetto vinculum Salomonis, il “vincolo di Salomone”. Qui il rito passa a una forma più lunga e violenta di costrizione. Il vincolo non è una preghiera, ma una catena verbale. Gli spiriti ribelli vengono esorcizzati e comandati per una serie di nomi divini, eventi biblici, potenze apocalittiche, memorie mosaiche, nomi sacri e autorità angeliche. La logica è chiarissima: l’operatore non discute con lo spirito, ma lo colloca sotto una gerarchia cosmica che dovrebbe obbligarlo a rispondere.
Il vinculum Salomonis comincia con l’esorcismo per il nome di Dio, “El, forte e ammirevole”, e continua “per colui che disse e fu fatto”, cioè per il Dio creatore la cui parola produce l’essere. Vengono invocati i nomi uditi da Mosè, Noè, Abramo, Giacobbe, Aronne, Davide, Salomone, Elia, Eliseo, Geremia e Daniele. La memoria biblica non è usata come narrazione, ma come pressione rituale. Ogni nome è legato a un atto di potenza: le acque cambiate in sangue, le rane, le zanzare, le mosche, la peste, la grandine, le locuste, le tenebre d’Egitto, la morte dei primogeniti, l’apertura del mare, la liberazione di Israele, il fuoco della fornace, la vittoria sul drago.
La parte centrale del vincolo può essere resa in questa forma editoriale, fedele alla struttura del manoscritto:
Per corroborationem et potentissimum nomen Dei El, forte et admirabile, vos exorcizamus atque imperamus.
Per eum qui dixit et factum est.
Per omnia nomina ipsius.
Per nomen quod Moyses audivit et locutus est.
Per nomen quod Noe audivit et locutus est cum familia sua.
Per nomen quod Abraham audivit et cognovit omnipotentem Deum.
Per nomen quod Iacob audivit ab angelo secum comitante, et liberatus est de manu fratris sui Esau.
Per nomen Sabaoth, quod Moyses audivit, et aquae terrae conversae sunt in sanguinem.
Per nomen Oristion, quod Moyses nominavit, et fluvii ebullierunt ranas.
Per nomen Eloy, quod Moyses nominavit, et pulvis terrae factus est cinifes.
Per nomen Artifontite, quod Moyses nominavit, et omne genus muscarum venit in Aegyptum.
Per nomen Adonay, quod Moyses nominavit, et locustae apparuerunt super omnem terram.
Per nomen Pantheon, quod Moyses nominavit, et factae sunt umbrae horribiles tribus diebus et tribus noctibus.
Per nomen Arimon, quod Moyses media nocte nominavit, et omnia primogenita Aegypti perierunt.
Per nomen Yegeron, quod mare audivit et divisum est.
Per nomen Alpha et Omega, quod Daniel nominavit.
Per nomen Emanuel, quod tres pueri in camino ignis ardentis nominaverunt, et illesi exierunt.
Per haec nomina et omnia alia nomina omnipotentis Dei vivi et veri, qui vos de excelso throno propter culpam vestram eiecit et usque ad abyssum proiecit.
Exorcizamus atque viriliter imperamus.
La formula prosegue invocando il giorno tremendo del giudizio, il fuoco divorante, il mare vitreo davanti alla maestà divina, i quattro animali dell’Apocalisse, la santa Trinità, i novantanove nomi, gli angeli, le potenze, le dominazioni, la somma sapienza, l’anello e il sigillo di Salomone, il nome ineffabile di quattro lettere e la parola AGLA. Il manoscritto offre poi clausole alternative secondo lo scopo del rito: custodire una cosa fino a un termine stabilito, lasciare un tesoro, oppure venire in quell’ora e rispondere integralmente e secondo verità sulle cose domandate.
La clausola più adatta al rito dello specchio è quella responsiva:
Et iam in hac hora veniatis, et debeatis mihi respondere de re et de rebus de quibus vos interrogavero, veritatem dicere.
Cioè: “E ora, in questa ora, venite e dovete rispondermi riguardo alla cosa o alle cose sulle quali vi interrogherò, dicendo la verità”.
Se gli spiriti restano ribelli o contrari, il manoscritto aggiunge una formula ancora più dura, che li maledice e li lega nel profondo dell’abisso fino al giorno del giudizio, a meno che non obbediscano al comando dell’operatore e non conducano a effetto il suo desiderio. È una formula di coercizione estrema, e proprio per questo va letta come documento della mentalità magica medievale, non come modello devozionale.
La chiusura del rito, nella logica della magia cerimoniale medievale, non può mancare. Anche quando il testo non la sviluppa con la stessa ampiezza della coniuratio, la licentia è parte necessaria della struttura. Lo spirito chiamato deve essere congedato, ritirato, rimandato al proprio luogo. In altri esperimenti del medesimo ambiente rituale, l’operatore comanda allo spirito di allontanarsi in pace e di tornare quando sarà nuovamente chiamato secondo il comando del suo maestro. Il principio è sempre lo stesso: ciò che è stato vincolato deve essere sciolto; ciò che è stato fatto comparire deve essere formalmente licenziato.
La formula di congedo, coerente con il latino rituale medievale, può essere resa così:
Vade in pace ad locum tuum, sine nocumento corporis mei et animae meae, et sine nocumento cuiuscumque creaturae Dei. Recede licentiatus, et non redeas nisi vocatus secundum ordinem huius operis.
Non è il centro spettacolare dell’operazione, ma è il suo sigillo. Senza congedo, il rito resta aperto. Nei manuali di magia cerimoniale, questo sarebbe un errore tanto grave quanto chiamare senza cerchio.
Il rito dello specchio del Clm 849 mostra con chiarezza la natura della nigromanzia medievale. Il cimitero non è usato per onorare i morti, ma per raccogliere materia liminale. Il salmo non è usato soltanto per pregare, ma per misurare numericamente il cerchio. La verbena non è un semplice ornamento vegetale, ma una pianta posta al centro dell’operazione. L’olio e il Gloria in excelsis Deo non consacrano un altare, ma preparano lo specchio come superficie di visione. L’oriente non è soltanto direzione liturgica, ma orientamento della coniuratio. I nomi divini e biblici non sono memoria pia, ma autorità coercitiva.
È proprio questo intreccio a rendere la nigromanzia medievale così diversa dalle pratiche funerarie più antiche. Qui il rito non accompagna il morto nel suo cammino, non nutre l’antenato, non pacifica il fantasma domestico. Qui si costruisce un dispositivo di apparizione. Il sapere viene cercato attraverso uno spirito costretto a mostrarsi e a rispondere. La parola sacra non consola; stringe. Il salmo non placa; misura. Lo specchio non riflette; apre.
Per questo una pagina dedicata alla nigromanzia e alla magia cerimoniale medievale deve essere autonoma. Essa non appartiene più soltanto alla necromanzia dei morti, ma alla storia della magia rituale occidentale. Eppure rimane dentro la sezione necromantica perché conserva il rapporto con il cimitero, con l’infero, con la presenza evocata, con la conoscenza ottenuta da ciò che non dovrebbe parlare. Il Medioevo latino non elimina i morti: li assorbe in un sistema più ampio, dove lo spirito, il demone, l’ombra e la visione finiscono per usare lo stesso corridoio.
Questa è la sua eredità più scomoda. La nigromanzia medievale non è una favola di stregoni ignoranti, ma un’arte della parola colta piegata verso il proibito. I suoi operatori conoscevano il latino, i salmi, le Scritture, la liturgia, i nomi divini, la struttura del comando. Non agivano fuori dal cristianesimo, ma in una sua camera rovesciata. È lì che il rito dello specchio del Clm 849 continua a inquietare: non perché sia rozzo, ma perché è troppo vicino a ciò che imita.
Consigli per la lettura ed approfondimenti
De negromancia. L’arte dell’evocazione dei morti di Ossian D’Ambrosio e Melissa D’Ambrosio
Magia, morte e letteratura. Etnografia della necromanzia di Patrizio Pezzana
Il libro dei morti degli antichi egiziani di Gregorio Kolpaktchy e D. Piantanida
The Archaeology of Ancestors: Death, Memory, and Veneration di Erica Hill e Jon B. Hageman
Richard Kieckhefer, Magic in the Middle Ages, Cambridge University Press.
Richard Kieckhefer, Forbidden Rites: A Necromancer’s Manual of the Fifteenth Century, Pennsylvania State University Press.
Daniel Ogden, Greek and Roman Necromancy, Princeton University Press.
Sarah Iles Johnston, Restless Dead: Encounters between the Living and the Dead in Ancient Greece, University of California Press.
BSB, Clm 849, ff. 62v–65r; Richard Kieckhefer, Forbidden Rites: A Necromancer’s Manual of the Fifteenth Century, Pennsylvania State University Press, 1997
Frank Klaassen, The Transformations of Magic, Pennsylvania State University Press, 2013

