Il raggio viene diviso in due e mandato lungo direzioni perpendicolari, poi ricondotto su se stesso perché le onde luminose possano nuovamente incontrarsi. L’apparato poggia su una pesante lastra di pietra che galleggia nel mercurio e può ruotare lentamente; tutto è stato costruito perché una differenza quasi impercettibile diventi visibile nello spostamento delle frange d’interferenza. È Cleveland, 1887. Albert A. Michelson ed Edward W. Morley stanno cercando il movimento della Terra attraverso una sostanza che nessuno ha mai visto ma che molti fisici considerano necessaria: l’etere luminifero. Se la luce è un’onda, sembra ragionevole pensare che qualcosa debba ondulare; se la Terra attraversa quel mezzo, il suo movimento dovrebbe produrre una specie di vento d’etere. L’apparato gira, la luce percorre i suoi bracci, le frange vengono osservate. Lo spostamento previsto non compare nella misura attesa.
Nello stesso periodo, a non molta distanza culturale da quei laboratori, occultisti, teosofi, spiritisti e studiosi di fenomeni psichici stanno utilizzando la medesima parola per costruire un universo completamente differente. Il loro etere trasporta vitalità, penetra il corpo fisico, forma involucri invisibili, permette la circolazione di forze non percepite dai sensi e sembra offrire la materia adatta a tutto ciò che deve essere reale senza essere grossolanamente materiale.
Pochi vocaboli mostrano con altrettanta chiarezza come filosofia, scienza ed esoterismo possano condividere una parola continuando a parlare di cose diverse.
L’aithḗr dei Greci, la quinta sostanza della cosmologia aristotelica, gli eteri meccanici e luminiferi della scienza moderna, lo Akasha reinterpretato dalla Teosofia, il doppio eterico di Annie Besant e Charles Webster Leadbeater e il “campo eterico” della spiritualità contemporanea non costituiscono le tappe lineari della scoperta di una medesima realtà invisibile. Sono concetti differenti, talvolta genealogicamente connessi, che l’occultismo moderno ha progressivamente avvicinato fino a produrre l’impressione che dietro tutti si nasconda un’unica sostanza primordiale.
È proprio questa impressione che occorre smontare con attenzione, non per impoverire il concetto di etere, ma per restituirgli la sua storia. Perché l’etere ha posseduto molte vite, e quasi ogni volta è stato chiamato a risolvere lo stesso problema: riempire uno spazio che il pensiero trovava intollerabile lasciare vuoto.
Il cielo non era fatto della stessa materia
Prima di diventare un fluido invisibile capace di trasportare la luce, l’etere apparteneva al cielo.
La parola greca aithḗr indicava originariamente la regione luminosa superiore, distinta dall’aria più bassa e torbida respirata dagli uomini. Il termine conserva quindi, prima ancora di ogni sistemazione filosofica, l’idea di qualcosa di puro, alto, brillante, appartenente alla parte più limpida del cielo. Platone può ancora utilizzare aithḗr per indicare una forma particolarmente trasparente dell’aria; con Aristotele, tuttavia, la struttura cosmica cambia profondamente.
Nella fisica aristotelica i quattro elementi terrestri, terra, acqua, aria e fuoco, appartengono alla regione sublunare, quella nella quale le cose nascono, si trasformano e muoiono. Ognuno possiede un proprio movimento naturale: il pesante tende verso il basso, il leggero verso l’alto. Il cielo presenta invece un comportamento differente. I corpi celesti seguono movimenti circolari e, nella cosmologia aristotelica, non partecipano alla generazione e corruzione proprie del mondo terrestre. Per spiegare tale differenza Aristotele introduce un corpo semplice distinto dai quattro elementi, associato al moto circolare e alla regione celeste. La tradizione successiva lo identificherà stabilmente con l’etere e parlerà della quinta essentia, la quinta essenza.
La conseguenza è più importante della semplice aggiunta di un quinto elemento. Il cosmo diventa qualitativamente diviso.
Sotto la Luna domina la trasformazione; sopra la Luna, nella concezione aristotelica e poi aristotelico-medievale, la sostanza del cielo appartiene a un diverso regime fisico. L’etere non è dunque in origine una materia invisibile che interpenetra il corpo umano e ne costituisce il doppio. È la materia o il corpo semplice proprio dei cieli.
Questa distanza dal significato occultistico moderno deve essere conservata.
Quando oggi si afferma che “gli antichi conoscevano già il piano eterico perché Aristotele parlava dell’etere”, vengono sovrapposte due concezioni che rispondono a problemi differenti. Aristotele intende spiegare la natura e il movimento dei cieli; la Teosofia ottocentesca utilizzerà invece l’eterico per descrivere stati sottili della materia fisica e una componente invisibile dell’essere umano.
La somiglianza sta nella funzione simbolica generale: in entrambi i casi l’etere permette di pensare una materia diversa dalla materia ordinaria. Ma la continuità termina quasi lì.
Durante il Medioevo e il Rinascimento la quinta essenza continuerà a possedere una fortuna straordinaria. Il termine entrerà nell’alchimia e nella medicina, dove la quintessentia può indicare ciò che viene estratto, purificato e separato dagli elementi più grossolani; in differenti sistemi filosofici la materia celeste sarà messa in rapporto con il problema degli influssi astrali e della continuità fra cielo e mondo terrestre.
Nell’immaginario esoterico questo passaggio sarà fondamentale. L’etere comincia a prestarsi a due operazioni simultanee: rappresenta ciò che è più sottile della materia comune e ciò che permette a regioni differenti del cosmo di rimanere in relazione.
Sono proprio le funzioni che, molti secoli dopo, torneranno utili all’occultismo.
Quando anche il vuoto ebbe bisogno di una sostanza
La rivoluzione scientifica non elimina immediatamente l’etere. Lo trasforma.
Quando le antiche sfere celesti perdono progressivamente il loro ruolo e l’universo non può più essere descritto attraverso la fisica aristotelica, rimane una questione difficilissima: che cosa riempie lo spazio?
Il problema assume forme diverse fra XVII, XVIII e XIX secolo. Vengono proposti eteri per spiegare fenomeni ottici, gravitazionali, elettrici e magnetici; le proprietà attribuite al mezzo cambiano da autore ad autore, spesso in maniera radicale. Non esiste dunque neppure nella storia della scienza un’unica “teoria dell’etere” trasmessa senza modificazioni.
Con lo sviluppo della teoria ondulatoria della luce il problema diventa però particolarmente urgente.
Le onde conosciute sembrano richiedere un mezzo. Il suono si propaga attraverso l’aria; le onde sull’acqua presuppongono l’acqua. Se la luce si comporta come un’onda e può attraversare lo spazio apparentemente vuoto fra Sole e Terra, è naturale chiedersi che cosa stia oscillando.
L’etere luminifero diventa la risposta.
Nel XIX secolo questa sostanza ipotetica deve possedere proprietà quasi paradossali. Deve essere estremamente sottile, perché i pianeti possano attraversarla senza subire un attrito osservabile, ma al tempo stesso deve sostenere oscillazioni velocissime. Deve permeare lo spazio e probabilmente anche la materia. Deve essere praticamente invisibile e tuttavia fisicamente reale. James Clerk Maxwell, scrivendo dell’etere nel 1878, lo descriveva ancora come una sostanza materiale più sottile dei corpi visibili, supposta presente nelle regioni di spazio apparentemente vuote.
Per un occultista della stessa epoca, un simile oggetto teorico era quasi irresistibile.
La scienza stessa sembrava affermare che l’universo visibile fosse immerso in una sostanza invisibile, penetrante e finissima, capace di trasmettere azioni a distanza. Era facile vedere in questa ipotesi una conferma, o almeno una promettente analogia, delle antiche concezioni di una materia sottile attraverso cui potevano agire magnetismo animale, pensiero, vitalità o influenza spirituale.
Il passaggio dalla fisica all’occultismo non fu però una semplice appropriazione superficiale. Nella cultura ottocentesca il confine fra scienza accettata, scienza speculativa, ricerca psichica e occultismo era assai più mobile di quanto suggeriscano le divisioni disciplinari contemporanee. Studiosi, inventori, medici, magnetizzatori e spiritualisti potevano condividere lo stesso lessico dei fluidi, delle vibrazioni e dei mezzi invisibili pur attribuendogli significati differenti. La stessa nozione di etere, proprio perché ipotetica e difficile da osservare direttamente, offriva una zona straordinariamente fertile per simili sovrapposizioni.
Il visibile, improvvisamente, sembrava galleggiare dentro un invisibile che la fisica stessa aveva autorizzato a immaginare.
Il vento che non si lasciò trovare
L’esperimento di Michelson e Morley del 1887 diventerà il simbolo della crisi dell’etere luminifero, ma anche qui la storia viene spesso raccontata troppo rapidamente.
L’esperimento non dimostrò in un singolo gesto filosofico che “l’etere non esiste”. Era progettato per individuare il moto della Terra rispetto al supposto etere luminifero attraverso l’effetto che quel moto avrebbe dovuto avere sulla propagazione della luce. Il risultato non mostrò lo spostamento previsto dal modello di un etere stazionario nella misura attesa. Questo e altri risultati costrinsero la fisica a confrontarsi con problemi sempre più seri nella teoria classica dell’etere.
Vennero formulate diverse soluzioni. Hendrik Lorentz e altri elaborarono modelli sofisticati capaci di mantenere una forma di etere introducendo trasformazioni delle lunghezze e del tempo. Il passaggio storico non fu quindi semplicemente “Michelson e Morley non videro l’etere, Einstein lo cancellò”.
Nel 1905 Albert Einstein formulò la relatività speciale senza richiedere un mezzo privilegiato di propagazione della luce e senza attribuire significato fisico a uno stato assoluto di quiete dell’etere. La teoria rese superfluo il vecchio etere luminifero come sistema di riferimento immobile attraverso cui misurare il movimento assoluto.
La storia conserva tuttavia una curiosa coda, spesso utilizzata in modo improprio nella letteratura esoterica e pseudoscientifica.
Nel 1920, in una conferenza a Leida dedicata proprio a “Etere e teoria della relatività”, Einstein tornò a utilizzare la parola ether parlando della relatività generale. Ma il concetto era profondamente diverso dal mezzo meccanico ottocentesco: questo “etere” relativistico non poteva essere pensato come una sostanza composta di parti localizzabili e, soprattutto, non gli si poteva attribuire uno stato di moto nel senso richiesto dal vecchio etere luminifero. Era un modo di parlare delle proprietà fisiche dello spazio nella teoria gravitazionale, non la resurrezione del fluido che Michelson e Morley avevano cercato.
Questa distinzione è particolarmente importante perché alcuni discorsi contemporanei utilizzano il fatto che Einstein abbia pronunciato nuovamente la parola “etere” come se avesse riconosciuto tardivamente la correttezza delle dottrine occultistiche. Non è così. Una parola può sopravvivere alla teoria che l’aveva resa famosa e acquistare un significato nuovo.
Era già successo diverse volte.
Sarebbe successo di nuovo.
Blavatsky fra Ether, Akasha e luce astrale
Mentre la fisica sta ancora discutendo il proprio etere, Helena Petrovna Blavatsky costruisce una delle più ambiziose cosmologie esoteriche del XIX secolo.
Nella Teosofia l’etere viene collocato dentro una trama di corrispondenze che comprende filosofia occidentale, occultismo, dottrine indiane, cosmologia e scienza contemporanea. Il risultato non è una semplice copia dell’etere luminifero dei fisici, ma una reinterpretazione esoterica che utilizza consapevolmente anche il prestigio del linguaggio scientifico.
Qui incontriamo immediatamente un problema terminologico.
Blavatsky parla di etere, di Aether, di Akasha e di luce astrale, ma questi termini non sono sempre perfettamente intercambiabili. Nella Secret Doctrine può identificare l’etere, in determinati contesti, con la luce astrale, mentre riserva all’Akasha una posizione più primordiale, come principio o sostanza originaria da cui le manifestazioni inferiori derivano. In una formulazione particolarmente esplicita distingue infatti l’Ether dalla sostanza primordiale chiamata Akasha.
La scelta di utilizzare ākāśa, termine sanscrito dotato di una storia filosofica indiana molto più antica, produrrà conseguenze durature. Nelle traduzioni teosofiche esso viene frequentemente reso attraverso “ether”, creando l’impressione che l’etere occidentale e l’Akasha indiano siano semplicemente due nomi della stessa sostanza cosmica.
Storicamente la questione è assai più complessa.
L’Akasha appartiene a contesti filosofici indiani che non possono essere ridotti all’etere luminifero della fisica vittoriana né al quinto elemento aristotelico. La Teosofia realizza un’operazione sincretica: mette sistemi differenti in relazione perché li interpreta come espressioni di una sapienza universale sottostante. All’interno della dottrina teosofica questa corrispondenza possiede un significato preciso; dal punto di vista storico non dimostra che le tradizioni originarie intendessero la stessa realtà.
È lo stesso procedimento già incontrato con la luce astrale.
L’occultismo moderno non si limita a ereditare. Traduce.
E traducendo costruisce nuovi oggetti.
Il corpo comincia ad avere una parte eterica
La trasformazione più importante per la storia successiva del “piano eterico” avviene quando l’etere smette di essere soltanto sostanza cosmica e diventa anatomia.
Nella prima Teosofia la nomenclatura dei principi umani è instabile e differisce sensibilmente da quella che diventerà comune nel Novecento. Blavatsky utilizza spesso l’espressione “corpo astrale” per indicare il doppio o liṅga-śarīra, mentre autori teosofici successivi modificheranno questa terminologia. Annie Besant e Charles Webster Leadbeater separeranno infatti con crescente chiarezza il doppio eterico dal corpo astrale propriamente detto, attribuendo al primo una natura ancora fisica, sebbene composta di materia troppo sottile per i sensi ordinari, e al secondo funzioni legate soprattutto al desiderio e all’emozione.
Questa modifica è fondamentale.
Il doppio eterico viene concepito come una controparte invisibile dell’organismo, quasi coincidente con esso e interpenetrante il corpo denso. In Man and His Bodies, Annie Besant descrive il corpo fisico come comprendente non soltanto solidi, liquidi e gas, ma anche quattro stati più sottili chiamati “eteri”; il doppio eterico sarebbe composto proprio di questi ultimi. Attraverso di esso agirebbe inoltre il prāna, la forza vitale che, nella reinterpretazione teosofica, verrebbe distribuita all’organismo.
A questo punto nasce qualcosa di molto vicino alla moderna idea del corpo energetico.
Ma qui compare anche una distinzione che gran parte della letteratura esoterica contemporanea ha dimenticato: nella sistemazione di Besant e Leadbeater l’eterico non costituisce originariamente un piano separato dal fisico.
È la porzione più sottile del piano fisico.
La classificazione teosofica divide infatti il piano fisico in sette sottolivelli. I tre inferiori corrispondono grosso modo agli stati densi, liquidi e gassosi; i quattro superiori vengono detti eterici. Di conseguenza, il doppio eterico non appartiene al piano astrale e neppure a un ipotetico mondo intermedio autonomo: è formato da materia fisica sottile e rappresenta la parte invisibile della corporeità fisica secondo quella cosmologia.
Questa precisazione cambia considerevolmente la mappa.
Nella vulgarizzazione successiva troviamo spesso una successione del tipo: piano fisico, piano eterico, piano astrale, piano mentale. È una struttura comprensibile e ormai molto diffusa, ma non riproduce esattamente la classificazione teosofica classica di Besant e Leadbeater, dove l’eterico costituisce i sottopiani superiori del fisico.
Il piano eterico è dunque, in larga misura, il risultato di una successiva emancipazione concettuale.
Qualcosa che inizialmente era la parte invisibile della materia fisica diventa progressivamente un mondo.
Una materia che il corpo dovrebbe respirare
All’interno della Teosofia matura, l’eterico svolge una funzione quasi fisiologica.
Il doppio eterico sarebbe il supporto attraverso cui la vitalità raggiunge l’organismo, il tramite fra il corpo denso e alcune attività dei veicoli più sottili, nonché il modello sul quale la materia fisica viene organizzata. In diverse elaborazioni teosofiche e post-teosofiche esso assume così l’aspetto di una matrice invisibile del corpo, un reticolo vitale che precede o sostiene la struttura organica.
È facile comprendere l’attrazione esercitata da questa idea.
Il corpo biologico cambia continuamente materia e tuttavia conserva la propria forma. Una ferita tende a rimarginarsi secondo configurazioni riconoscibili. L’organismo mantiene una sorprendente coerenza durante la crescita. Per l’occultista, tutto ciò suggerisce l’esistenza di un principio formativo invisibile che orienta la materia visibile.
La biologia contemporanea spiega questi fenomeni attraverso genetica, segnalazione cellulare, regolazione dello sviluppo, omeostasi e numerosi altri processi fisico-chimici; la Teosofia li inserisce invece in una fisiologia occulta nella quale il corpo eterico fornisce il modello sottile.
Le due spiegazioni appartengono a ordini differenti.
La seconda non deve essere presentata come una scoperta scientifica precedente alla biologia moderna, perché non esistono evidenze sperimentali riconosciute che dimostrino l’esistenza di un doppio eterico nei termini descritti dalla Teosofia. All’interno del sistema occultistico, tuttavia, la sua funzione è straordinariamente coerente: consente di spiegare contemporaneamente vitalità, sensitività, fenomeni medianici, trasmissione delle impressioni e rapporto fra corpo fisico e veicoli superiori.
L’eterico diventa così la frontiera inferiore dell’invisibile.
Non è ancora pienamente astrale. Non appartiene al pensiero puro. Non è spirito.
È materia che ha quasi smesso di comportarsi come materia.
Il filo fra corpo e doppio
Le dottrine sul doppio eterico vengono rapidamente associate anche al sonno, alla trance, alla medianità e alla morte.
Secondo Besant e Leadbeater, il doppio eterico rimarrebbe normalmente strettamente unito al corpo fisico e non costituirebbe il veicolo ordinario attraverso cui la coscienza si muove liberamente sul piano astrale. La separazione significativa dell’eterico dal corpo denso sarebbe considerata anomala e accompagnata da perdita di vitalità; il veicolo capace di operare più autonomamente durante il sonno sarebbe invece il corpo astrale.
Anche questa distinzione verrà progressivamente confusa.
Nell’esoterismo popolare del Novecento “corpo eterico” e “corpo astrale” vengono talvolta utilizzati come sinonimi, oppure il primo viene immaginato come il doppio che abbandona il corpo durante una proiezione. Nella classificazione teosofica successiva sono invece veicoli differenti, appartenenti a ordini differenti della materia sottile.
La morte permette di vedere ancora più chiaramente il ruolo attribuito all’eterico.
Il corpo denso viene abbandonato, mentre il doppio eterico, ancora appartenente al piano fisico, sarebbe destinato anch’esso a dissolversi. La coscienza proseguirebbe il proprio percorso attraverso veicoli appartenenti a livelli più sottili. Il doppio non è quindi l’anima immortale.
È un involucro.
Questa idea diventerà importante quando l’occultismo cercherà di interpretare apparizioni, fantasmi e fenomeni spiritici. Una figura percepita dopo la morte potrebbe non essere necessariamente l’individuo spirituale ancora cosciente; potrebbe essere un residuo, un’immagine, una struttura astrale o eterica in dissoluzione.
È il problema che incontreremo nuovamente parlando di larve, gusci e residui astrali.
L’occultismo costruisce infatti una vera ecologia della morte. Non tutto ciò che sopravvive temporaneamente al corpo possiede necessariamente coscienza, e non tutto ciò che possiede una forma umana nell’invisibile viene considerato una persona completa.
L’apparenza può continuare più a lungo di ciò che l’ha prodotta.
Steiner e il corpo eterico come corpo della vita
Uno degli sviluppi più importanti avviene attraverso Rudolf Steiner, che nasce intellettualmente nell’ambiente teosofico ma sviluppa progressivamente un sistema autonomo, l’Antroposofia.
Nel lessico steineriano il corpo eterico, o corpo vitale, assume una funzione centrale come principio della vita, della crescita e della forma organica. L’essere umano viene pensato attraverso differenti componenti, fra cui corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io, ma il significato attribuito a queste componenti non coincide semplicemente con quello della Teosofia di Besant e Leadbeater.
L’etere di Steiner diventa soprattutto ciò che distingue la materia vivente dalla materia inorganica.
Non è un secondo corpo nel senso grossolano di una copia fantomatica dell’organismo, ma un complesso di forze formative e vitali che organizzerebbero la materia fisica mantenendola nel processo della vita. Dopo la morte, quando tali forze non operano più nello stesso modo, il corpo fisico sarebbe lasciato alle normali dinamiche della decomposizione.
Questa elaborazione contribuirà profondamente alla diffusione novecentesca dell’espressione “corpo eterico”, soprattutto negli ambienti legati alla medicina antroposofica, alla pedagogia steineriana e alle correnti spirituali europee.
Ma ancora una volta non esiste un solo eterico.
Quello di Blavatsky, quello di Besant, quello di Leadbeater e quello di Steiner appartengono a sistemi che si influenzano reciprocamente ma non possono essere sovrapposti senza perdere differenze importanti.
Dal sottopiano al campo energetico
Durante il Novecento il concetto continua ad allontanarsi dalla propria architettura teosofica.
La spiritualità esoterica popolare tende progressivamente a rappresentare il corpo umano come circondato da strati concentrici: fisico, eterico, astrale, mentale, causale e altri ancora. Il corpo eterico diventa spesso il primo involucro dell’aura, posto immediatamente oltre la pelle, talvolta descritto come una rete di linee luminose o come una copia energetica dell’organismo.
In parallelo si moltiplicano le associazioni con chakra, nāḍī, prāna e altre concezioni provenienti dalle tradizioni indiane.
La mappa moderna è il risultato di una fusione.
Non possediamo prove storiche che l’India antica descrivesse il corpo sottile attraverso l’esatta anatomia “fisico-eterico-astrale-mentale” resa familiare dall’occultismo occidentale. Sono stati soprattutto la Teosofia e i movimenti che ne hanno raccolto l’eredità a costruire corrispondenze fra il proprio doppio eterico e nozioni quali prāṇamaya kośa, liṅga śarīra, chakra e circolazione del prāna.
Il processo è culturalmente importante perché ha prodotto buona parte del vocabolario attraverso cui oggi in Occidente vengono interpretate le pratiche energetiche.
Quando un manuale contemporaneo descrive un chakra come organo del corpo eterico che assorbe energia universale e la distribuisce attraverso una rete di canali, non sta semplicemente traducendo una singola dottrina indiana antica. Sta parlando una lingua sincretica formatasi fra Teosofia, occultismo occidentale, ricezione moderna dello Yoga e successive correnti New Age.
Questa lingua possiede ormai una propria tradizione.
Ma è una tradizione moderna.
L’eterico diventa visibile
Uno dei motivi più persistenti della letteratura occultistica riguarda la possibilità di vedere il corpo eterico.
Besant lo descriveva come visibile a una chiaroveggenza addestrata e dotato di una particolare tonalità; Leadbeater attribuì alla percezione extrasensoriale la capacità di osservare stati della materia non accessibili alla vista ordinaria.
Nel corso del Novecento diversi tentativi cercheranno di trasformare questo genere di affermazioni in osservazioni strumentali. Fotografie dell’aura, dispositivi elettrici, immagini coronali e, più tardi, la fotografia Kirlian verranno frequentemente interpretati come prove dell’esistenza del campo eterico.
Qui la distinzione fra fenomeno osservato e interpretazione diventa essenziale.
Una scarica elettrica fotografabile attorno a un oggetto non dimostra automaticamente che ciò che viene fotografato sia il suo corpo eterico. Un fenomeno può essere perfettamente reale e ricevere un’interpretazione esoterica non dimostrata.
La storia dell’etere è piena proprio di questi slittamenti.
La presenza di fenomeni invisibili non garantisce che qualunque teoria dell’invisibile sia corretta.
L’elettricità è invisibile, ma non per questo coincide con il prāna. I campi magnetici esistono, ma non per questo dimostrano il magnetismo animale di Mesmer. La materia possiede strutture microscopiche non percepibili a occhio nudo, ma ciò non conferma automaticamente i quattro eteri teosofici.
L’invisibilità non costituisce una categoria ontologica.
È soltanto una condizione della percezione.
Il vuoto quantistico non è l’etere occulto
La fisica contemporanea ha reso nuovamente il problema più affascinante, perché il “vuoto” non viene più pensato ingenuamente come puro nulla.
La teoria quantistica dei campi descrive lo spazio attraverso campi fisici e stati del vuoto dotati di proprietà ben definite. La relatività generale descrive uno spazio-tempo dinamico la cui geometria è legata alla distribuzione di materia ed energia. Il cosmo moderno è dunque assai meno simile a una scatola vuota contenente oggetti di quanto la rappresentazione intuitiva potrebbe suggerire.
Da qui nasce una tentazione quasi inevitabile: chiamare nuovamente tutto questo “etere” e sostenere che la fisica abbia finalmente confermato ciò che l’occultismo affermava da tempo.
Il ragionamento non regge.
Il fatto che il vuoto quantistico possieda proprietà fisiche non lo rende equivalente al piano eterico teosofico. I campi quantistici appartengono a teorie matematiche capaci di produrre predizioni sperimentalmente verificabili; il doppio eterico, i quattro sottopiani eterici e la circolazione del prāna attraverso una materia invisibile appartengono a una cosmologia esoterica per la quale non esiste analoga conferma sperimentale condivisa.
Si possono costruire analogie filosofiche.
Non equivalenze scientifiche.
Lo stesso vale per il celebre ritorno della parola “etere” nel discorso di Einstein del 1920. Il suo uso riguardava le proprietà dello spazio nella relatività generale e non comportava né il recupero dell’etere luminifero classico né tantomeno l’esistenza di un veicolo vitale umano.
L’etere occultistico non diventa scientifico ogni volta che la fisica scopre che l’universo è più complesso del previsto.
E la fisica non diventa esoterica ogni volta che incontra qualcosa di invisibile.
Sono distinzioni forse meno spettacolari delle facili identificazioni, ma infinitamente più fertili.
Che cosa descrive allora l’eterico?
Se si mette temporaneamente da parte la questione dell’esistenza oggettiva del piano eterico, rimane qualcosa di notevole: la persistenza della funzione che esso svolge.
L’eterico compare ogni volta che una tradizione moderna ha bisogno di collocare qualcosa fra il corpo materiale e ciò che considera propriamente psichico o spirituale.
Deve spiegare perché il corpo sia vivo e non soltanto composto di materia.
Deve permettere alla coscienza di influire sull’organismo.
Deve offrire un supporto alle impressioni che sembrano precedere la sensazione fisica.
Deve dare consistenza alle percezioni di aura, vitalità e presenza.
Deve rendere concepibile un corpo invisibile che rimanga abbastanza vicino alla materia da poterla organizzare.
La sua funzione è dunque eminentemente mediatrice.
Da una prospettiva psicologica, alcune esperienze attribuite all’eterico possono essere esplorate attraverso propriocezione, interocezione, rappresentazione corporea, suggestione, attenzione alle sensazioni interne e costruzione percettiva dei confini del corpo. Esistono condizioni nelle quali il corpo viene percepito come più grande, più piccolo, espanso, duplicato o circondato da una presenza; la neurologia e la psicologia possiedono strumenti per indagare questi fenomeni senza postulare necessariamente un secondo organismo invisibile.
Ma questa lettura non coincide con quella esoterica.
Per la Teosofia il doppio eterico non è una sensazione.
È un veicolo realmente esistente.
Per alcune correnti antroposofiche non è un’immagine della vitalità.
È il principio formativo della vita.
Per numerosi sistemi New Age non è una metafora del confine corporeo.
È un campo energetico sul quale si ritiene possibile intervenire.
Le differenze devono rimanere visibili.
Solo così è possibile capire ciò che ciascun sistema afferma davvero.
La sostanza che continua a ritornare
L’etere possiede una strana resistenza alla propria scomparsa.
Cambia funzione ogni volta che una determinata cosmologia non ne ha più bisogno e ricompare poco più in là sotto un’altra forma. È cielo luminoso, quinta essenza, materia celeste, mezzo della luce, fluido cosmico, corrispondenza dell’Akasha, luce astrale, stato sottile della materia, doppio vitale, campo energetico.
Non è corretto trattare tutte queste formulazioni come descrizioni successive della stessa sostanza.
Ma sarebbe altrettanto poco interessante non accorgersi del problema che le accomuna.
Il pensiero occidentale sembra avere ripetutamente avvertito disagio di fronte a una separazione troppo netta fra materia e spirito. Se il corpo è soltanto materia e l’anima è completamente immateriale, il loro incontro diventa difficile da concepire. Se la luce attraversa il vuoto, il vuoto sembra dover possedere qualcosa. Se un organismo conserva forma e vita, sembra esserci qualcosa che organizza la materia. Se un’impressione viene avvertita prima di poter essere spiegata razionalmente, nasce la tentazione di immaginare un livello di percezione più sottile.
L’etere occupa precisamente questo spazio concettuale.
Non appartiene mai interamente a uno dei due mondi che collega.
Forse è per questo che, nell’occultismo moderno, il piano eterico viene posto così vicino alla materia: deve essere abbastanza invisibile da appartenere alla cosmografia occulta, ma abbastanza fisico da poter agire sul sangue, sui nervi, sulla vitalità, sulla forma del corpo.
È l’ultimo strato della materia prima che inizi l’astrale.
O il primo strato dell’invisibile prima che il corpo scompaia.
La distinzione dipende dalla direzione da cui lo si osserva.
Ed è proprio qui che la sua lunga genealogia diventa più eloquente. L’etere aristotelico riempiva i cieli perché il cielo non poteva essere fatto della stessa sostanza corruttibile della Terra. L’etere dei fisici riempiva lo spazio perché un’onda luminosa sembrava richiedere qualcosa attraverso cui propagarsi. L’etere degli occultisti riempie infine la distanza fra corpo e spirito perché una cosmologia fatta soltanto di carne da una parte e coscienza incorporea dall’altra lascia nel mezzo uno spazio troppo vasto.
Ogni epoca vi ha collocato ciò che le mancava.
Forse è questa, più della continuità del nome, la vera storia dell’etere: non una sostanza rimasta immutata dietro duemila anni di teorie, ma una forma ricorrente del bisogno di immaginare che fra ciò che tocchiamo e ciò che non possiamo toccare non vi sia mai davvero il vuoto.

