Piano mentale e piano causale nella Teosofia

Piano mentale e piano causale nella Teosofia

Il mondo del pensiero, il Devachan e il corpo dell’individualità: come la Teosofia trasformò la mente in una regione cosmica e la reincarnazione in una continuità attraverso i piani.

La frase è già stata pensata, ma non ancora pronunciata. Prima che la voce la consegni all’aria e il volto dell’interlocutore reagisca, essa possiede una forma che nessuno dei presenti può vedere: una relazione fra idee, un’intenzione, forse un’immagine, forse soltanto quella certezza silenziosa che precede le parole quando sappiamo perfettamente ciò che vogliamo dire. Basta però tentare di afferrarla un istante prima che diventi linguaggio perché il problema si complichi. Dove si trova un pensiero mentre viene pensato? Appartiene interamente al cervello, è un atto della coscienza senza estensione, oppure esiste in una modalità diversa da quella degli oggetti che possiamo toccare?

La Teosofia dell’Ottocento trasformò una domanda simile in una cosmografia.

Il pensiero, nel sistema che Helena Petrovna Blavatsky inaugurò e che Annie Besant e Charles Webster Leadbeater avrebbero successivamente sistematizzato, non è soltanto un’attività prodotta all’interno dell’organismo fisico. Possiede un proprio ordine di esistenza, una materia corrispondente, un veicolo attraverso cui la coscienza opera e un piano nel quale le forme mentali possono esistere indipendentemente dalla loro immediata traduzione in parole o azioni. Al di sopra dell’astrale, legato soprattutto al desiderio e alle emozioni, si estende così il piano mentale; ma anche questo mondo non è uniforme, perché la mente stessa viene considerata duplice. Una sua regione rimane legata alle forme, ai concetti determinati, alla personalità e al pensiero concreto; un’altra appartiene al pensiero astratto e all’individualità che, secondo la dottrina teosofica, sopravvive alla morte e attraversa una successione di incarnazioni.

È in quest’ultima regione che compare il corpo causale.

Il termine ha conosciuto una fortuna tale che oggi viene spesso immaginato come il veicolo appartenente a un autonomo “piano causale”, collocato ordinatamente sopra il mentale allo stesso modo in cui il mentale si troverebbe sopra l’astrale. Nella sistemazione teosofica classica di Annie Besant e Charles Webster Leadbeater, tuttavia, la struttura è più sottile: il causale appartiene propriamente alla parte superiore del piano mentale. Il piano mentale viene diviso in sette sottolivelli; i quattro inferiori sono associati alla mente concreta e alle forme, mentre i tre superiori costituiscono il dominio della mente superiore, nel quale opera il corpo causale. La distinzione moderna fra “piano mentale” e “piano causale” come due regioni completamente separate è soprattutto una semplificazione sviluppatasi nella divulgazione esoterica successiva.

Comprendere come nacque questa architettura significa entrare nel cuore della Teosofia, perché qui la cosmologia dell’invisibile smette di essere soltanto una mappa di luoghi e diventa una teoria dell’identità. L’astrale può spiegare ciò che l’uomo desidera; il mentale ciò che pensa; il causale deve spiegare qualcosa di più difficile: chi continua a essere colui che pensa quando una vita intera è terminata.

Manas, la mente divisa

Prima del piano mentale esiste il problema di Manas.

Blavatsky assume il termine sanscrito e lo inserisce nella propria articolazione settenaria dell’essere umano. Nel suo sistema Manas indica il principio mentale, ma non viene concepito come una funzione semplice e indivisibile. Può orientarsi verso l’alto, in direzione di Buddhi, il principio spirituale, oppure verso il basso, associandosi a Kāma, il desiderio e la passione. Da questa polarità derivano le espressioni Manas superiore e Manas inferiore.

La distinzione non descrive semplicemente una persona che talvolta pensa bene e talvolta pensa male. Riguarda due differenti orientamenti della coscienza.

Il Manas inferiore partecipa alla costruzione della personalità incarnata: ragiona sulle circostanze, pianifica, confronta, ricorda, desidera, giustifica, classifica e mette le proprie capacità intellettuali al servizio della vita individuale. In congiunzione con Kāma diventa spesso, nel linguaggio teosofico, Kāma-Manas, la mente personale intrecciata alla vita emotiva e passionale.

Il Manas superiore viene invece pensato come la dimensione della mente capace di elevarsi oltre l’interesse immediatamente personale e di partecipare alla coscienza dell’Ego reincarnante. In The Key to Theosophy, Blavatsky distingue esplicitamente questi due aspetti: il superiore come Ego pensante e cosciente attratto verso Buddhi, l’inferiore come principio mentale attratto verso Kāma.

Qui si trova già l’embrione della successiva distinzione fra corpo mentale e corpo causale.

Ma non siamo ancora davanti alla cartografia perfettamente ordinata che apparirà negli autori teosofici successivi. La terminologia di Blavatsky rimane legata soprattutto ai principi della costituzione umana, alla loro relazione e ai processi che seguono la morte. La generazione successiva tenderà invece a trasformare questi principi in veicoli sempre più precisamente associati a piani e sottopiani.

La differenza è fondamentale.

La Teosofia non nasce con un atlante definitivo dei corpi sottili. Lo costruisce progressivamente.

Annie Besant e Charles Webster Leadbeater saranno fra i principali artefici di questa trasformazione. Nelle loro opere la struttura dell’uomo diventa quasi speculare alla struttura dell’universo: a una determinata materia cosmica corrisponde un corpo formato da quella materia; attraverso quel corpo la coscienza può operare nel relativo piano.

Il pensiero acquista così un corpo.

Il mondo in cui i pensieri possiedono forma

Nel sistema maturo di Besant e Leadbeater, immediatamente sopra il piano astrale si trova il piano mentale, chiamato in una parte della letteratura teosofica più antica anche piano devachanico.

La materia che lo costituisce viene considerata immensamente più sottile di quella astrale. Non dobbiamo però intendere “sottile” nel significato scientifico contemporaneo, come se si trattasse semplicemente di particelle più piccole non ancora individuate dagli strumenti. La materia mentale appartiene a una cosmologia occultistica: viene postulata come sostanza capace di rispondere direttamente al pensiero, precisamente come la materia astrale risponderebbe in modo particolarmente immediato al desiderio e all’emozione.

Un pensiero, in questa prospettiva, non rimane un evento confinato nella mente del soggetto.

Produce una forma.

Annie Besant e Leadbeater svilupperanno questa concezione fino a costruire una vera morfologia delle forme-pensiero, attribuendo loro colori, configurazioni, movimenti e durata. Ma prima ancora di arrivare a quelle celebri rappresentazioni, la teoria del piano mentale implica qualcosa di molto più radicale: ciò che per la coscienza fisica è pensiero può costituire, sul proprio piano, un oggetto percepibile.

L’interno e l’esterno cessano così di essere separati nel modo che ci è familiare.

Sulla Terra posso nascondere un pensiero dietro un volto immobile. Nel mondo mentale, secondo la cosmologia teosofica, il pensiero stesso diventerebbe manifestazione.

Non è difficile comprendere perché questo piano venga immaginato come più luminoso e trasparente dell’astrale. Se il mondo astrale conserva la mutevolezza delle passioni, il mentale dovrebbe rendere immediatamente evidente la qualità delle idee. La distanza fra pensare e manifestare si riduce.

Leadbeater descrive il corpo mentale come costituito dalla materia di questo piano e modificato continuamente dall’attività intellettuale. Nella sua terminologia, così come in quella di Besant, il suo sviluppo dipenderebbe non dalla quantità indistinta di pensieri che attraversano una persona, ma dalla qualità, dalla chiarezza e dalla disciplina del pensiero stesso. La concentrazione, la capacità di seguire un ragionamento coerente e l’abitudine a interessarsi a questioni non esclusivamente personali contribuirebbero, secondo la dottrina, alla costruzione e organizzazione di questo veicolo.

È un’idea nella quale etica, psicologia e cosmologia diventano quasi impossibili da separare.

Pensare modifica colui che pensa.

Ma per la Teosofia la frase non è soltanto metaforica.

Rūpa e arūpa: le due metà del mentale

La divisione interna del piano mentale è uno dei punti più importanti e più frequentemente semplificati nella divulgazione successiva.

I sette sottopiani vengono distinti in due grandi regioni. I quattro inferiori appartengono ai livelli rūpa, termine sanscrito che in questo contesto viene interpretato come “forma”; i tre superiori vengono chiamati arūpa, “senza forma”.

Occorre tuttavia evitare un’interpretazione troppo letterale. “Senza forma” non significa necessariamente un nulla indistinto nel quale ogni differenza sia scomparsa. Indica piuttosto, nella classificazione teosofica, una condizione nella quale il pensiero non è più legato alle forme concrete e particolari con cui opera normalmente la mente incarnata.

Nel mentale inferiore pensiamo ancora qualcosa.

Una casa, un volto, un teorema, una frase, una teoria, una divinità immaginata sotto determinate caratteristiche. Il concetto ha una struttura definita e può essere rappresentato.

Nei livelli superiori la coscienza dovrebbe invece operare mediante rapporti più astratti e immediati, cogliendo principi anziché semplicemente costruendo rappresentazioni. Besant associa i quattro livelli inferiori alla mente concreta e i tre superiori alla mente superiore e al corpo causale. La successiva terminologia teosofica parlerà quindi di lower mental plane e higher mental plane, mentale inferiore e superiore.

È da questa bipartizione che nasce una parte importante del successivo linguaggio esoterico sulla mente.

Il mentale inferiore analizza.

Il superiore sintetizza.

Il primo divide per comprendere.

Il secondo dovrebbe cogliere unità che il ragionamento ordinario raggiunge soltanto attraverso passaggi successivi.

La distinzione ricorda diverse opposizioni filosofiche occidentali fra intelletto discorsivo e intuizione intellettuale, ma non deve essere automaticamente identificata con esse. La Teosofia costruisce una propria sintesi, alimentata tanto da categorie occidentali quanto da termini e dottrine provenienti dalle tradizioni indiane, spesso reinterpretati all’interno di un sistema nuovo.

Proprio qui appare il corpo causale.

Il corpo che non muore insieme alla personalità

Annie Besant lo chiama il secondo “corpo della mente”, ma la sua funzione è profondamente diversa da quella del normale corpo mentale.

Il corpo causale appartiene ai livelli superiori del piano mentale e viene presentato come veicolo dell’Ego, dell’individualità reincarnante. A differenza del corpo fisico, del doppio eterico, del corpo astrale e del corpo mentale inferiore, non verrebbe costruito nuovamente a ogni incarnazione per essere successivamente abbandonato. Dovrebbe persistere attraverso l’intero ciclo delle vite umane, sviluppandosi progressivamente. Besant lo descrive come il recipiente nel quale vengono conservati gli elementi durevoli acquisiti attraverso l’esperienza e come il “filo” sul quale le diverse vite vengono, per così dire, infilate.

Il termine causale deriva precisamente da questa funzione.

Le cause che modelleranno le future manifestazioni della persona risiederebbero in questo veicolo. Non si tratta, almeno nella formulazione più rigorosa, di una specie di magazzino nel quale vengano archiviate fotograficamente tutte le scene delle esistenze precedenti. Ciò che dovrebbe essere assimilato sono soprattutto capacità, qualità e risultati interiori delle esperienze, destinati a riapparire come disposizioni nelle incarnazioni successive.

Questa distinzione è importante.

La memoria ordinaria appartiene alla personalità.

Il corpo causale dovrebbe custodire ciò che dell’esperienza è diventato essere.

Una persona può non ricordare il lungo esercizio attraverso cui ha imparato una capacità e tuttavia conservarne il risultato. La Teosofia estende questa intuizione oltre i limiti di una singola esistenza: ciò che viene realmente assimilato non avrebbe bisogno di sopravvivere come ricordo autobiografico per condizionare la vita successiva.

La metafora più appropriata non è quella di una biblioteca.

È quella della digestione.

La vita produce esperienze; dopo che gli avvenimenti particolari sono trascorsi, qualcosa della loro sostanza viene assimilato e incorporato nell’individualità. Ciò che non possiede valore durevole viene abbandonato insieme ai veicoli temporanei.

Nel sistema di Besant, il corpo causale cresce quindi molto lentamente. Un pensiero brillante ma interamente egoistico può sviluppare il corpo mentale inferiore senza necessariamente contribuire in misura equivalente al causale; ciò che viene considerato capace di essere incorporato nel veicolo permanente deve possedere, secondo l’etica teosofica, una qualità che trascenda l’interesse puramente personale.

In questo modo la reincarnazione smette di essere una successione di persone completamente separate.

Esiste un principio di continuità.

Ma quella continuità non coincide con la personalità.

Personalità e individualità

Questa distinzione è forse il centro dell’intera antropologia teosofica.

La persona che porta un nome, possiede un determinato corpo, accumula ricordi, desidera determinate cose e sviluppa un particolare temperamento costituisce la personalità di una singola incarnazione.

L’individualità è invece l’Ego reincarnante, il soggetto più profondo che utilizzerebbe una successione di personalità per compiere il proprio sviluppo.

Non bisogna confondere il termine teosofico Ego con l’ego della psicologia contemporanea né con il semplice egoismo. Esso indica il centro individuale relativamente permanente che attraversa le vite, associato al Manas superiore e, nella sistematizzazione di Besant e Leadbeater, al corpo causale.

La personalità potrebbe essere paragonata a un ruolo.

L’individualità è l’attore che attraversa molti ruoli senza coincidere interamente con nessuno di essi.

Ma anche questa immagine è imperfetta, perché l’attore umano ricorda le parti precedenti, mentre l’Ego teosofico non consegna necessariamente alla nuova personalità una memoria cosciente delle vite passate. Ciò che trasmette sarebbero piuttosto tendenze, facoltà, inclinazioni e risultati dell’evoluzione precedente.

Il corpo causale costituisce precisamente il luogo cosmologico di questa continuità.

Nelle opere teosofiche successive viene descritto inizialmente come una struttura poco sviluppata, quasi una pellicola sottile, che diventa progressivamente più ricca e luminosa man mano che l’individualità assimila qualità durevoli. Non dovremmo leggere queste descrizioni come dati osservativi scientificamente verificati: Besant e Leadbeater le presentavano come risultati di investigazione chiaroveggente, un metodo che la scienza contemporanea non riconosce come strumento affidabile di osservazione oggettiva. Storicamente, tuttavia, la pretesa di descrivere il corpo causale come qualcosa realmente osservabile costituisce una parte fondamentale della loro concezione dell’occultismo.

La Teosofia non vuole infatti offrire soltanto un simbolismo dell’anima.

Pretende di descriverne l’anatomia.

Perché il causale non è propriamente un piano separato

La divulgazione New Age ha abituato molti lettori a una sequenza apparentemente semplice: fisico, eterico, astrale, mentale, causale, buddhico, atmico.

La struttura è intuitiva, ma mescola classificazioni differenti.

Nel sistema sviluppato da Besant e Leadbeater, il corpo causale appartiene ai tre sottopiani superiori del piano mentale. Non occorre quindi postulare un piano causale autonomo per collocarlo. Esistono un mentale inferiore, costituito dai quattro livelli della forma, e un mentale superiore o causale, costituito dai tre livelli arūpa. Al di sopra si trova il piano buddhico.

Perché allora oggi si parla così frequentemente di “piano causale”?

Perché la tendenza dell’esoterismo moderno è quella di trasformare distinzioni interne in livelli autonomi. È già accaduto con l’eterico, che nella Teosofia classica appartiene ancora al piano fisico ma viene spesso trasformato successivamente in un piano indipendente. Qualcosa di simile avviene con il causale.

Dal punto di vista didattico, la semplificazione funziona.

Dal punto di vista storico, altera la mappa.

Per The Witchcraft la distinzione merita di essere mantenuta, perché permette di comprendere qualcosa di più profondo della semplice nomenclatura: la cosmografia teosofica non è sempre stata la scala perfettamente ordinata di “corpi e dimensioni” che circola oggi. È il risultato di fasi successive di sistematizzazione.

E il significato dei termini cambia insieme alla mappa.

Il Devachan e il destino del pensiero dopo la morte

Il piano mentale non riguarda soltanto l’attività dell’uomo durante la vita.

Una delle sue funzioni più importanti è post mortem.

Nella prima Teosofia, soprattutto nelle formulazioni legate alle Mahatma Letters, ad Alfred Percy Sinnett e a Blavatsky, il termine Devachan indica una condizione intermedia fra due incarnazioni, uno stato nel quale l’Ego assimila ed elabora gli elementi spirituali e ideali della vita appena conclusa. Blavatsky insiste sulla natura profondamente soggettiva del Devachan: non è semplicemente un paradiso geografico nel quale le persone continuerebbero l’esistenza terrestre con maggiore comodità, ma una condizione della coscienza determinata dalle aspirazioni e dalle esperienze della vita precedente.

La generazione teosofica successiva tenderà a mettere questa condizione in rapporto sempre più preciso con il piano mentale.

Nel 1896 Leadbeater pubblica addirittura The Devachanic Plane: Its Characteristics and Inhabitants, contribuendo alla trasformazione di ciò che nella prima letteratura era fortemente descritto come stato in una regione sempre più dettagliatamente cartografata.

L’analogia con ciò che era appena accaduto al piano astrale è evidente.

Un’esperienza post mortem acquista geografia.

Nella sistematizzazione di Besant, la vita mentale successiva alla fase astrale comprende differenti condizioni corrispondenti ai livelli del piano mentale. Le aspirazioni, gli affetti non egoistici, le attività intellettuali e spirituali della vita incarnata troverebbero nel Devachan il proprio sviluppo e la propria assimilazione. I livelli inferiori del mondo mentale vengono descritti come differenti “cieli”, mentre la coscienza dell’individualità appartiene ai livelli superiori.

La dinamica della morte diventa così una progressiva spoliazione.

Il corpo fisico viene abbandonato.

Il doppio eterico si dissolve.

La coscienza attraversa la condizione astrale associata a Kāma e al desiderio.

Quando anche questa fase termina, rimane il veicolo mentale con quanto della personalità può trovare espressione nel mondo mentale.

La vita devachanica esaurisce progressivamente quelle possibilità.

Infine anche il corpo mentale inferiore viene abbandonato e l’Ego rimane nel corpo causale, assimilando il risultato dell’esistenza trascorsa prima di dirigersi verso una nuova incarnazione.

I dettagli cambiano fra autori e scuole teosofiche, ma la struttura generale possiede una logica precisa: la morte non avviene una volta sola.

È una decomposizione graduale della personalità.

Ciò che attraversa la morte

Qui il corpo causale rivela la ragione più profonda della propria esistenza teorica.

Se tutto ciò che costituisce una persona scomparisse al momento della morte, la reincarnazione non avrebbe continuità. Se invece l’intera personalità sopravvivesse immutata, non sarebbe chiaro perché una nuova incarnazione debba possedere un’altra memoria, un altro temperamento e un’altra biografia.

La Teosofia risolve il problema distinguendo ciò che è transitorio da ciò che può essere assimilato.

Non sarebbe “Daniele”, “Annie” o “Charles”, con l’intero inventario dei propri ricordi quotidiani, a reincarnarsi semplicemente sotto un nuovo nome. La personalità costituisce la forma temporanea assunta dall’individualità in determinate condizioni karmiche.

Ciò che continua è l’Ego causale.

Ogni vita gli consegna qualcosa, ma non tutto.

Il particolare viene trasformato in qualità.

L’esperienza in capacità.

La sofferenza, quando realmente compresa, in coscienza.

L’atto generoso non sopravvive necessariamente come memoria della scena nella quale venne compiuto, ma può lasciare nell’individualità una maggiore capacità di altruismo.

È in questo senso che Besant parla del corpo causale come deposito delle “gemme” o dei risultati durevoli delle esperienze, destinati a diventare cause nelle vite successive.

La dottrina offre così una risposta esoterica a una domanda molto difficile: perché non ricordiamo le vite precedenti, se siamo davvero gli stessi individui?

Perché, secondo questa antropologia, non siamo la stessa personalità.

Siamo la stessa individualità che produce personalità differenti.

La memoria autobiografica appartiene al veicolo temporaneo; il risultato evolutivo appartiene al corpo causale.

Karma non significa archivio

La vicinanza fra corpo causale e reincarnazione ha prodotto nel linguaggio contemporaneo un’altra semplificazione: il corpo causale viene talvolta rappresentato come una specie di archivio karmico nel quale ogni debito, trauma, promessa, patto e vicenda delle esistenze precedenti sarebbe registrato in dettaglio.

La dottrina teosofica classica è più complessa.

Il termine “causale” non significa semplicemente “luogo nel quale è conservato il karma”. Il corpo causale contiene, nella descrizione di Besant, le qualità e le capacità durature dell’individuo e costituisce il livello dal quale determinate cause si manifesteranno nelle vite inferiori; ma il Karma, nel sistema teosofico, è una legge assai più vasta della semplice memoria personale.

Non esiste un piccolo ufficio metafisico all’interno dell’aura che registri infrazioni e premi.

Il meccanismo viene pensato come concatenazione naturale di cause ed effetti attraverso molteplici livelli dell’esistenza.

Questa distinzione diventa importante soprattutto quando il linguaggio contemporaneo parla di “pulire il corpo causale” o “cancellare il karma” con la stessa facilità con cui si eliminerebbe un dato da un dispositivo. Sono sviluppi assai lontani dalla struttura dottrinale ottocentesca, nella quale l’intera evoluzione dell’individualità dipende precisamente dall’assimilazione degli effetti delle proprie azioni e non dalla loro cancellazione arbitraria.

Il corpo causale non sarebbe una discarica metafisica.

È, almeno nella visione teosofica, ciò che rimane quando gran parte della discarica è già stata eliminata.

Pensare senza parole

La distinzione fra mentale inferiore e superiore porta con sé una domanda affascinante.

Come pensa una coscienza quando non pensa più attraverso parole e immagini?

La Teosofia attribuisce ai livelli superiori del piano mentale una modalità di conoscenza più immediata di quella discorsiva. Nei livelli inferiori, un pensiero deve essere formulato attraverso forme riconoscibili; nel superiore la coscienza dovrebbe poter cogliere idee e rapporti con una minore dipendenza da rappresentazioni determinate.

La comunicazione fra coscienze viene quindi immaginata in modo quasi istantaneo.

Non è necessario costruire una frase, pronunciarla, attendere che l’altro la ascolti e sperare che attribuisca alle parole il significato corretto. Il contenuto del pensiero potrebbe essere percepito in modo assai più diretto.

La letteratura teosofica trasforma questa possibilità in una delle caratteristiche della vita devachanica e del mentale superiore: ciò che nel mondo fisico deve attraversare la lente imperfetta del linguaggio diventerebbe là più immediatamente accessibile.

L’idea merita attenzione anche al di fuori dell’accettazione letterale della cosmologia.

Gran parte della nostra esperienza mentale precede infatti la formulazione linguistica. Possiamo riconoscere una relazione, intuire una soluzione, percepire la struttura di un problema e soltanto successivamente trovare le parole necessarie a esprimerla. La psicologia cognitiva studia fenomeni di pensiero non interamente reducibili alla verbalizzazione, ma questo non dimostra l’esistenza di un piano mentale sovrafisico.

La somiglianza fenomenologica non costituisce una prova ontologica.

La Teosofia compie un passo ulteriore: ciò che sperimentiamo come attività mentale non verbale sarebbe la manifestazione incompleta, nella coscienza incarnata, di capacità che appartengono più pienamente a un altro ordine della realtà.

È un’affermazione esoterica.

Non una conclusione neuroscientifica.

Una lettura psicologica possibile

Separata dalla propria pretesa cosmologica, la distinzione teosofica fra mente inferiore, mente superiore, personalità e individualità possiede una sorprendente capacità simbolica.

Il mentale inferiore può ricordare quella parte della vita psichica che opera attraverso classificazioni, narrazioni, interessi personali, aspettative e strategie. È la mente che organizza il mondo attorno alla continuità del sé biografico.

Il mentale superiore rappresenta invece, simbolicamente, la capacità di pensare oltre il vantaggio immediato, riconoscere strutture più ampie, interrogare i propri presupposti e costruire significati che non coincidano interamente con l’identità personale del momento.

Il corpo causale può allora essere letto come un’immagine della continuità profonda dell’individuo, di ciò che rimane quando episodi particolari vengono dimenticati ma continuano a vivere nelle capacità, nei caratteri acquisiti e nelle strutture attraverso cui interpretiamo il mondo.

Una simile lettura può essere filosoficamente feconda.

Ma non è la dottrina teosofica originaria.

Besant e Leadbeater non consideravano il corpo causale una semplice metafora dello sviluppo psicologico. Lo ritenevano un veicolo realmente esistente composto della materia dei livelli superiori del piano mentale, teoricamente percepibile attraverso una chiaroveggenza sufficientemente sviluppata.

La distinzione fra lettura simbolica e affermazione ontologica deve quindi rimanere netta.

La psicologia può utilizzare la mappa senza assumere che il territorio esista letteralmente.

L’occultismo teosofico afferma che esiste.

Il problema della verifica

La scienza contemporanea non riconosce evidenze sperimentali affidabili per l’esistenza di un piano mentale sovrafisico, di una materia mentale o di un corpo causale capace di attraversare le reincarnazioni.

Pensiero, memoria, linguaggio, astrazione e costruzione dell’identità vengono studiati attraverso il funzionamento del sistema nervoso, le dinamiche cognitive, l’apprendimento e l’interazione fra organismo e ambiente. Lesioni cerebrali, condizioni neurodegenerative, farmacologia e modificazioni degli stati di coscienza mostrano inoltre quanto profondamente le capacità mentali osservabili dipendano dall’attività cerebrale.

La Teosofia risponderebbe che il cervello è uno strumento della coscienza e che la dipendenza osservata durante l’incarnazione non dimostra che la coscienza sia prodotta esclusivamente da esso.

È una posizione metafisicamente possibile.

Ma perché diventi una teoria scientifica servirebbero evidenze indipendenti capaci di distinguere questa ipotesi dalle spiegazioni neurobiologiche.

Tali evidenze non sono attualmente riconosciute.

Anche le affermazioni chiaroveggenti di Besant e Leadbeater devono essere quindi comprese storicamente come parte della loro epistemologia occultistica, non trattate come osservazioni scientifiche acquisite.

Questo non rende irrilevante la cosmografia.

La colloca nel proprio dominio.

Quando il mentale divenne una frequenza

Come era accaduto all’astrale, anche il piano mentale subisce durante il XX secolo una trasformazione linguistica.

La materia mentale diventa “energia mentale”.

I sottopiani diventano frequenze.

Il causale viene separato dal mentale e trasformato in una dimensione autonoma.

L’individualità reincarnante diventa talvolta “Sé superiore”, “anima multidimensionale” o “coscienza quantica”.

La complessa distinzione fra Manas superiore e inferiore viene ridotta a una scala nella quale più si sale, più la vibrazione aumenta.

La perdita concettuale è considerevole.

Nella Teosofia classica il mentale superiore non è semplicemente una versione energeticamente più intensa del mentale inferiore. La differenza riguarda il modo stesso in cui la coscienza opera.

Il pensiero concreto costruisce forme.

Il pensiero superiore dovrebbe cogliere relazioni più universali.

Il corpo causale non è soltanto un involucro luminoso più distante dalla pelle, ma il veicolo dell’individualità attraverso la quale la Teosofia tenta di spiegare la continuità reincarnativa.

Quando tutto viene tradotto nella parola “vibrazione”, queste distinzioni scompaiono.

Rimane una scala.

Si perde la filosofia.

Lo stesso avviene quando il “piano causale” viene automaticamente identificato con un’ipotetica quinta, sesta o settima dimensione della fisica. Le dimensioni matematiche e fisiche non costituiscono livelli spirituali e non esistono evidenze che permettano di equipararle ai piani teosofici.

Il linguaggio scientifico contemporaneo non conferma retroattivamente la cosmologia di Besant e Leadbeater.

Le due mappe descrivono oggetti differenti.

La mente che produce il proprio mondo

Esiste infine un dettaglio della cosmografia mentale che rende il sistema più inquietante di quanto suggerisca l’immagine rassicurante del “piano superiore”.

Sul piano astrale l’ambiente viene considerato altamente sensibile al desiderio.

Sul mentale il pensiero diventa ancora più immediatamente formativo.

Ciò significa che la coscienza incontra un mondo in cui è sempre più difficile separare ciò che percepisce da ciò che produce.

È la stessa ambiguità che avevamo incontrato nella luce astrale di Lévi, ma trasferita a un livello più sottile.

Sul piano mentale un’idea potrebbe costruire il proprio ambiente.

In Devachan, soprattutto nelle formulazioni della prima Teosofia, questa caratteristica assume un ruolo decisivo. La persona vivrebbe le proprie aspirazioni ideali e le relazioni affettive attraverso una condizione profondamente soggettiva, nella quale l’immagine degli esseri amati partecipa alla costruzione della propria esperienza celeste. Blavatsky insiste proprio su questa natura interiore del Devachan, mentre la successiva cartografia di Leadbeater tende a presentare il mondo mentale con una maggiore consistenza ambientale.

Qui appare una tensione mai completamente eliminata dalla Teosofia.

I piani sono mondi oggettivi oppure stati della coscienza?

La risposta teosofica tende a essere: entrambe le cose.

Una coscienza opera su un determinato piano attraverso la materia corrispondente, ma ciò che percepisce dipende anche dal proprio sviluppo e dalla propria capacità di rispondere a quella materia.

La geografia dell’invisibile e la geografia della coscienza finiscono per coincidere.

Ciò che resta quando il pensatore ha dimenticato il proprio nome

Il corpo causale nasce quindi dalla necessità di risolvere una contraddizione.

L’uomo cambia continuamente e tuttavia deve esserci qualcosa che, nella logica della reincarnazione, renda possibile parlare dello stesso individuo attraverso vite differenti.

La personalità non basta.

Il corpo fisico viene sostituito.

Le emozioni mutano.

Le convinzioni vengono dimenticate.

Perfino la mente con cui una persona ragiona durante una determinata incarnazione appartiene, nella sistemazione teosofica, a un veicolo temporaneo.

Serve qualcosa che possa ricevere il risultato di quelle esperienze senza dover conservare ogni loro dettaglio.

Il corpo causale occupa precisamente quella posizione.

È abbastanza individuale da permettere una continuità.

Abbastanza superiore alla personalità da non morire con essa.

Abbastanza mentale da poter conservare il risultato dell’esperienza.

Abbastanza prossimo allo spirituale da rappresentare il vero uomo, pur non costituendo ancora, nella cosmologia teosofica, il principio supremo dell’essere.

Forse è proprio questa collocazione a spiegare la durata del concetto.

Il piano astrale offre un luogo ai desideri e alle immagini; il mentale offre un luogo al pensiero. Il causale tenta qualcosa di molto più ambizioso: dare una forma a ciò che, di una vita, merita di non scomparire.

La Teosofia risponde attraverso una metafisica della reincarnazione.

La psicologia può rispondere parlando di memoria implicita, carattere, apprendimento e continuità narrativa.

La filosofia può domandarsi se l’identità richieda davvero la memoria per persistere.

La neuroscienza può mostrare quanto profondamente il senso del sé dipenda da strutture biologiche.

Nessuna di queste risposte coincide con le altre.

Ma la domanda che il corpo causale tenta di contenere rimane sorprendentemente resistente.

Se togliamo a un individuo il corpo con cui ha vissuto, il nome con cui è stato chiamato, i ricordi attraverso cui riconosce se stesso, le passioni che lo hanno occupato e perfino la mente concreta con cui ha interpretato il mondo, che cosa dovrebbe ancora restare perché si possa dire che è lui?

La Teosofia colloca quella risposta nei livelli più alti del mentale e la avvolge in un corpo che non possiede carne, quasi una pellicola capace di attraversare i secoli raccogliendo soltanto ciò che ogni esistenza riesce davvero a trasformare in sé.

Poi anche quella forma, nelle fasi ulteriori dell’evoluzione teosofica, dovrà essere superata.

Perché persino l’individualità, quando osservata da abbastanza in alto, è ancora una forma.

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