La piccola imbarcazione viene spinta oltre la riva finché le voci cominciano a perdere consistenza. Porta cibo, bevande, oggetti preparati con attenzione, forse fiori, forse qualcosa che appartiene soltanto a quella particolare casa e a quella particolare relazione. Non è un modellino decorativo. Deve andare dove gli uomini non possano più raggiungerla facilmente, affidata a un elemento che non conserva le impronte. Dietro, sulla terra, qualcuno continua a cantare. Davanti non c’è altro che acqua.
Ma il mare del Vodou non comincia dalla superficie.
Sotto la barca esiste un’altra geografia, tanto concreta nella concezione religiosa quanto invisibile all’occhio ordinario. Vi sono dimore, ricchezze, spiriti, antenati, luoghi dai quali si ritorna diversi e luoghi dai quali non si ritorna affatto. Vi è Agwe, il signore delle navi e dei marinai, colui che conosce correnti e direzioni. E vi è Lasirèn, la donna-pesce che pettina i capelli davanti allo specchio e la cui bellezza diventa improvvisamente inquietante quando si comprende che il suo regno non è sulla spiaggia, ma sotto di essa.
Chiamarli semplicemente “dio e dea del mare” sarebbe comodo e quasi sempre insufficiente.
Agwe, frequentemente chiamato Mèt Agwe e presente anche attraverso forme e nomi quali Agwe Tawoyo o Agwe Taroyo, è uno dei grandi lwa acquatici del Vodou haitiano. È patrono dei marinai, dei pescatori, delle imbarcazioni e della navigazione, signore delle acque marine e di ciò che permette di attraversarle. Lasirèn, La Sirène nella grafia francese e Lasirenn in buona parte della letteratura accademica anglofona, è una lwa raffigurata prevalentemente come sirena, associata al mare e più estesamente alle acque, alla bellezza, al canto, alla ricchezza, alla conoscenza segreta, alla trasformazione e alla pericolosa attrazione esercitata dalle profondità. In molte tradizioni vengono considerati coniugi o compagni e governano insieme il dominio marino, ma la relazione non deve indurre a considerarli una coppia perfettamente simmetrica o due metà di un’unica entità. Nel Vodou ogni lwa conserva personalità e modalità di servizio proprie.
La distinzione fra i due può essere formulata attraverso un’immagine, purché la si riconosca come interpretazione e non come articolo di fede: Agwe conosce il mare che può essere percorso; Lasirèn conosce il mare nel quale si può scomparire.
Il primo traccia rotte.
La seconda cancella la costa.
Il mare haitiano
Per comprendere questi lwa bisogna anzitutto liberare il mare dalla funzione di semplice elemento naturale. Haiti è una terra circondata dall’acqua, e la sua storia è incomprensibile senza il mare. Dal mare arrivarono conquistatori, merci, eserciti, missionari e potenze straniere. Attraverso il mare furono deportati gli africani che avrebbero formato la popolazione schiavizzata di Saint-Domingue. Attraverso il mare continuarono a viaggiare immagini cattoliche, idee, oggetti, soldati e commerci. E attraverso lo stesso mare partirono, nei secoli successivi, migranti haitiani alla ricerca di una vita altrove.
L’Atlantico non è quindi soltanto ciò che separa Haiti dall’Africa. È anche ciò che le collega.
La parola Ginen, utilizzata nel Vodou, conserva proprio questa complessità. Può rimandare all’Africa ancestrale, ma non coincide semplicemente con un luogo geografico indicabile su una carta. È un’Africa religiosa, genealogica e spirituale, il paese delle origini e degli antenati, una profondità dalla quale provengono i lwa e alla quale la memoria continua a rivolgersi. Nelle cosmologie vodou, il luogo degli spiriti e degli antenati viene frequentemente pensato come situato oltre l’acqua o sotto l’acqua. L’espressione anba dlo, “sotto l’acqua”, possiede quindi un peso che supera enormemente la propria traduzione letterale.
Questo non significa che ogni Vodouisant possieda una cosmologia identica o immagini nello stesso modo l’aldilà. Il Vodou non dispone di un’autorità dottrinale centrale e le concezioni variano secondo regione, lignaggio e insegnamento. Ma il rapporto fra acqua, spiriti, antenati e Ginen è abbastanza persistente da costituire uno dei grandi nuclei dell’immaginario religioso haitiano.
Anche i rituali destinati ai morti lo mostrano. In alcune tradizioni, dopo un anno e un giorno dalla morte, il gwo bonnanj del defunto può essere ritualmente richiamato dalle acque attraverso il wete mò nan dlo, letteralmente il “ritirare il morto dall’acqua”. Il mondo sommerso non è dunque soltanto regno delle potenze marine: può essere anche deposito della memoria ancestrale, luogo temporaneo dei morti e dimensione dalla quale qualcosa deve essere riportato fra i vivi.
In questo contesto Agwe e Lasirèn non sono due personificazioni decorative dell’oceano.
Occupano una delle regioni più dense della cosmologia vodou.
Il mare custodisce ciò che Haiti ha perduto.
E ciò che può ancora restituire.
Mèt Agwe, l’ammiraglio
Agwe possiede la compostezza di chi conosce il proprio territorio.
Viene frequentemente immaginato come un uomo distinto, ben vestito, a volte con uniforme navale o con attributi da ufficiale. Il linguaggio che lo circonda parla di navi, remi, conchiglie, vele, direzione, equipaggio. Il suo vèvè contiene spesso una nave, e imbarcazioni votive o rappresentazioni di barche possono comparire negli spazi in cui viene servito. La tradizione lo tratta come un comandante del mare, tanto che appellativi e descrizioni ricorrenti gli conferiscono il carattere di un ammiraglio più che quello di una generica potenza acquatica.
L’analogia non è casuale. Navigare significa imporre una struttura a qualcosa che per natura non conserva strade.
Sulla terra si può lasciare una pista. Si possono costruire muri, piantare pietre, riconoscere un sentiero. Il mare cancella continuamente il passaggio e obbliga chi lo attraversa a orientarsi attraverso ciò che non può possedere: vento, stelle, correnti, coste lontane. Il marinaio deve imparare a leggere ciò che cambia.
Agwe governa questa intelligenza.
Per questo il suo dominio comprende certamente la protezione dei pescatori e dei viaggiatori, ma può essere letto esotericamente anche come una forma di orientamento dentro l’instabile. Non è l’acqua in quanto indifferenziata profondità, qualità che appartiene più facilmente a Lasirèn, ma l’acqua resa percorribile attraverso conoscenza e governo.
È significativo che durante alcune possessioni attribuite ad Agwe il chwal possa assumere comportamenti nautici, muoversi come se remasse, impartire comandi o utilizzare una sedia come se fosse un’imbarcazione. Le danze documentate evocano onde e nuoto attraverso movimenti fluidi. Non si tratta di pantomima nel senso teatrale del termine: nella concezione religiosa, il lwa utilizza il corpo del posseduto e lo organizza secondo il proprio carattere. Il mare entra nel peristilio senza che sia necessario portare acqua fino alle ginocchia.
Agwe appartiene generalmente alle potenze Rada, benché, come accade frequentemente nel Vodou, esistano denominazioni e manifestazioni che complicano qualsiasi classificazione troppo ordinata. Anche qui bisogna diffidare dei cataloghi moderni che trasformano i lwa in schede fisse. La religione vive attraverso case reali, e una casa può riconoscere relazioni, preferenze o sfumature differenti da un’altra.
Uno dei riti più impressionanti connessi ad Agwe consiste nell’offerta trasportata sull’acqua.
Una piccola imbarcazione o zattera viene caricata con alimenti e altri doni e portata lontano dalla riva. La preparazione può essere complessa, costosa e collettiva, perché ciò che viene destinato al signore del mare deve effettivamente raggiungere il suo elemento. Nelle descrizioni etnografiche, questa offerta marina costituisce uno dei modi più caratteristici di servirlo: ciò che viene consegnato ad Agwe deve essere separato dal mondo della terra e affidato alla sua giurisdizione.
Qui l’offerta acquista una qualità particolare.
Su un altare, l’uomo rimane davanti a ciò che ha dato.
In mare deve accettare di perderlo di vista.
Il gesto contiene qualcosa che l’esoterismo occidentale ha spesso cercato con elaborate operazioni simboliche: la rinuncia effettiva al controllo sull’offerta. Dopo un certo punto non è più possibile correggere la posizione della barca, spostare un piatto, riordinare un oggetto. La corrente prende possesso della composizione.
La materia consacrata entra nel dominio del lwa.
Ed è precisamente il momento in cui l’uomo smette di poterla amministrare.
Lasirèn, ciò che vive sotto
Se Agwe possiede una nave, Lasirèn non ne ha bisogno.
Il suo corpo appartiene già all’acqua.
La sua immagine più diffusa è quella della sirena: donna nella parte superiore, pesce nella parte inferiore, capelli lunghi, specchio, pettine, gioielli. Può apparire sulle drapo Vodou, nelle pitture, nella scultura in metallo, negli altari e nelle rappresentazioni popolari. L’arte haitiana l’ha resa una delle figure più immediatamente riconoscibili dell’intero universo vodou, ma l’apparente familiarità dell’immagine nasconde un problema storico affascinante.
La sirena non appartiene a una sola cultura.
Tradizioni africane di spiriti acquatici si incontrarono nei secoli con immagini europee di donne-pesce, figure di prua, incisioni, stampe religiose e iconografie che continuarono a circolare lungo le rotte commerciali atlantiche. Il grande complesso di spiriti che gli studiosi raccolgono spesso sotto il nome di Mami Wata mostra quanto questi repertori siano stati capaci di assorbire e trasformare immagini provenienti da contesti differenti. Nel caso haitiano, Lasirèn appartiene a questo ampio mondo afro-atlantico delle potenze acquatiche, senza che sia corretto ridurla semplicemente a “Mami Wata con un nome haitiano”. Il rapporto è di parentela storica, iconografica e religiosa, non di identità obbligatoria.
Le ricerche di Marilyn Houlberg hanno mostrato quanto l’universo di Lasirèn sia vasto. La sua dimora viene immaginata sotto la superficie dell’acqua, in un regno ricco e prezioso, talvolta descritto attraverso palazzi, gioielli e tesori. Ma la ricchezza non deve farne una semplice versione marina di Ezili Freda. Lasirèn appartiene spesso al più vasto complesso delle Ezili e può essere definita “Ezili delle acque”, ma possiede una personalità che non coincide con Freda né con Dantò.
È bella.
Ma la bellezza di Lasirèn non chiede soltanto di essere contemplata.
Chiede di essere seguita.
Le storie la mostrano sulla riva, su una roccia o vicino all’acqua, mentre pettina i capelli e guarda nello specchio. Il gesto appartiene al repertorio internazionale della sirena, ma nel Vodou assume significati propri. Il pettine ordina una materia che cresce continuamente e conserva traccia del corpo; lo specchio raddoppia ciò che esiste, producendo un’immagine che è presente senza essere materia.
Davanti a Lasirèn questi oggetti cessano di essere semplici strumenti della vanità.
Diventano quasi una teoria della profondità.
La superficie dello specchio funziona come quella del mare: restituisce un’immagine e contemporaneamente impedisce di vedere ciò che si trova dietro. Chi si ferma al riflesso vede la bellezza. Chi tenta di attraversarlo entra in un altro regime di conoscenza.
Questa è una lettura esoterica, non una dottrina codificata del Vodou, ma nasce da una caratteristica autentica delle narrazioni sulla lwa: Lasirèn custodisce konesans, conoscenza, spesso una conoscenza che non viene acquisita attraverso lo studio ordinario.
Essere portati sotto l’acqua
I racconti su Lasirèn diventano inquietanti quando qualcuno scompare.
Esistono tradizioni secondo le quali la lwa può prendere una persona e condurla nel proprio regno sommerso. L’episodio non viene sempre interpretato come morte. In alcune narrazioni il prescelto rimane sotto l’acqua per un periodo espresso attraverso numeri ritualmente significativi, per esempio tre giorni, tre mesi o tre anni, e può successivamente tornare trasformato, portando conoscenze che non possedeva prima. Ursula Szeles ha raccolto e analizzato proprio questo complesso narrativo, mostrando come l’immersione presso Lasirèn funzioni come passaggio verso una sapienza proveniente dal mondo sommerso e dagli antenati di Ginen.
Le capacità ottenute al ritorno possono comprendere conoscenze curative, intuizione spirituale, chiaroveggenza o altre forme di konesans. Studi più recenti hanno letto il viaggio sotto l’acqua come una trasformazione della coscienza: Lasirèn porta l’individuo oltre i limiti dell’identità ordinaria e lo restituisce alla vita terrestre con una percezione differente.
Ancora una volta bisogna distinguere i livelli.
Sul piano religioso, il racconto può essere perfettamente reale: una persona è stata presa dalla lwa e istruita.
Sul piano storico-antropologico, siamo davanti a una tradizione orale che articola idee di iniziazione, possessione, conoscenza segreta e rapporto con gli antenati.
Sul piano psicologico, è possibile vedere nell’immersione una rappresentazione della dissoluzione temporanea della coscienza ordinaria e del ritorno con contenuti prima non accessibili.
Sul piano esoterico, infine, il racconto possiede la forma quasi perfetta di una discesa iniziatica: separazione dal mondo conosciuto, permanenza in una regione altra, trasmissione di sapere, ritorno.
Questi livelli possono dialogare.
Non devono sostituirsi l’uno all’altro.
Definire il viaggio con Lasirèn una semplice “metafora dell’inconscio” sarebbe particolarmente riduttivo. La psicologia analitica rende certamente seducente la corrispondenza fra profondità acquatica e contenuti psichici sommersi, ma la religione vodou non aveva bisogno di Jung per attribuire all’acqua la capacità di contenere ciò che la coscienza ordinaria non possiede.
Anzi, il rapporto è quasi inverso.
È la psicologia moderna che, arrivando molto tardi, ritrova nell’immagine dell’abisso una struttura simbolica che le religioni conoscevano già.
Lasirèn non è l’inconscio.
Ma l’inconscio può essere pensato attraverso Lasirèn.
La differenza sembra minima e cambia tutto.
Il pericolo della conoscenza
Non tutti coloro che vanno sotto tornano.
Anche questo appartiene al carattere di Lasirèn.
La divulgazione moderna tende spesso a presentare gli spiriti acquatici afro-diasporici attraverso un linguaggio rassicurante: guarigione, femminilità, abbondanza, intuizione, bellezza. Sono aspetti reali, ma l’acqua non diventa sicura perché viene sacralizzata. Il Fowler Museum, presentando il lavoro di Marilyn Houlberg, descrive Lasirèn precisamente come una figura bella ma potenzialmente mortale.
Questo dettaglio impedisce di trasformarla nella graziosa “dea sirena” che talvolta appare nei repertori neopagani contemporanei.
Il mare haitiano uccide.
Ha sempre ucciso.
Annega pescatori e marinai, distrugge imbarcazioni, cancella corpi. Durante la tratta atlantica divenne sepoltura di un numero incalcolabile di africani deportati. Nella storia contemporanea continua a essere attraversato da migranti su imbarcazioni fragili, in viaggi nei quali la speranza e la morte possono occupare la stessa barca.
Affermare che Lasirèn “rappresenti la tratta” sarebbe storicamente improprio. Non esiste una dottrina vodou che la riduca a personificazione del Middle Passage. Ma è inevitabile che una potenza haitiana della profondità marina venga letta anche dentro questa memoria. Gli studi afro-atlantici contemporanei hanno insistito proprio sulla capacità dell’acqua di conservare insieme perdita, genealogia e possibilità di relazione con ciò che è stato separato.
Il mare divide Africa e Haiti.
Il mare le unisce.
Il mare ha inghiottito gli antenati.
Il mare conduce a Ginen.
La contraddizione non deve essere risolta, perché è esattamente ciò che rende l’acqua religiosamente potente.
Lasirèn vive dentro questa ambivalenza.
Dà e prende.
Rivela e nasconde.
Può portare ricchezza e conoscenza, ma il prezzo della conoscenza consiste nell’essere disposti a scendere dove il proprio orientamento smette di funzionare.
È qui che si separa nettamente da Agwe.
Agwe insegna a non perdersi.
Lasirèn mostra che esistono cose che si comprendono soltanto dopo essersi perduti.
Come distinzione teologica sarebbe troppo rigida. Come lettura esoterica delle loro personalità, è straordinariamente feconda.
Il canto che viene dall’acqua
La Sirena europea possiede una genealogia inevitabilmente legata alla voce, e anche Lasirèn conserva un rapporto profondo con canto e musica.
Non sarebbe però corretto dedurre automaticamente la lwa haitiana dalle Sirene dell’Odissea. Le figure omeriche non erano originariamente donne-pesce e appartengono a una storia religiosa completamente differente. L’assonanza del nome e la successiva iconografia europea della sirena hanno certamente contribuito alla formazione visuale del repertorio atlantico, ma Lasirèn appartiene a un mondo afro-creolo che ha assorbito e trasformato materiali differenti.
Il suo canto non conduce quindi semplicemente il marinaio contro gli scogli.
Chiama verso un’altra forma di conoscenza.
La voce proveniente dall’acqua possiede una caratteristica singolare: si sente senza poter stabilire facilmente dove abbia origine. Nell’esperienza rituale questo può diventare un modello perfetto della chiamata spirituale. Qualcosa si manifesta senza consegnare immediatamente la propria posizione.
La persona chiamata deve rispondere prima di conoscere interamente ciò a cui sta rispondendo.
Esotericamente, il canto di Lasirèn può essere compreso come conoscenza che precede la formulazione. Intuizione prima del concetto, attrazione prima della spiegazione. Non è ancora sapere razionale, ma nemmeno semplice emozione.
È il sospetto che qualcosa stia chiamando da una regione che la mente cosciente non controlla.
La psicologia potrebbe parlare di contenuti emergenti.
Il Vodou parla di una lwa.
Conviene non dimenticare chi è arrivato per primo.
Lasirèn e Labalenn
Accanto alla sirena compare, in alcuni racconti e repertori, una creatura molto più grande.
Labalenn, la balena.
Le relazioni fra Lasirèn e Labalenn non vengono descritte ovunque nello stesso modo; in alcune narrazioni la balena costituisce un’altra forma o un’estensione della stessa potenza acquatica, in altre può essere trattata con maggiore autonomia. Gli studi dedicati a Lasirèn insistono comunque sulla presenza di questa immagine, enorme e oscura sotto la superficie.
Il passaggio dalla sirena alla balena altera immediatamente la percezione della lwa.
La sirena può essere desiderata.
La balena può soltanto essere contemplata con una misura di timore.
Una appartiene ancora a una forma parzialmente umana; l’altra espone l’enormità di ciò che vive nell’acqua indipendentemente dall’uomo.
La combinazione è significativa. Lasirèn attrae perché possiede un volto riconoscibile e un corpo in parte simile al nostro. Ma dietro quella forma può esistere qualcosa che non è fatto a nostra misura.
Il mare sembra bello quando lo si guarda dalla spiaggia.
A qualche centinaio di metri di profondità, la parola bellezza comincia a richiedere coraggio.
Ricchezza sommersa
Lasirèn è inoltre associata alla ricchezza.
Il suo regno sottomarino viene immaginato ornato di beni preziosi, e il rapporto con lei può essere collegato a prosperità e fortuna. Sarebbe facile leggere tutto questo come semplice fantasia di tesori sommersi, ma anche la ricchezza acquatica possiede una storia concreta.
Il mare porta merci.
Per secoli è stato il grande spazio attraverso cui la ricchezza coloniale veniva prodotta e trasferita. Zucchero, caffè, schiavi, tessuti, metalli, armi e monete attraversavano l’Atlantico. I porti di Saint-Domingue furono nodi di una delle economie più ricche e brutali del XVIII secolo.
Ciò che viene dal mare può dunque rendere ricchi.
E può aver avuto un prezzo umano mostruoso.
Ancora una volta sarebbe arbitrario affermare che questo sia “il significato storico” di Lasirèn. Ma le religioni non si formano nel vuoto. L’immagine di una regina acquatica circondata da ricchezze nasce e si sviluppa in una società per la quale l’oceano era effettivamente la strada delle fortune.
Il tesoro sotto l’acqua acquista allora una doppia qualità.
È promessa.
Ed è resto di naufragio.
Le rielaborazioni contemporanee della lwa hanno lavorato molto su questa ambivalenza, trasformando Lasirèn in figura attraverso cui interrogare desiderio, identità nera, genere, sessualità e memoria atlantica. Artisti e studiosi haitiani e afro-diasporici hanno individuato nella sua natura mutabile una possibilità di immaginare identità che non devono restare fissate alla forma nella quale sono nate.
È uno sviluppo moderno e deve essere riconosciuto come tale.
Non prova che i praticanti haitiani del Settecento possedessero una teoria queer della sirena.
Mostra qualcosa di più interessante: una figura religiosa vivente può continuare a generare significati senza perdere la propria genealogia.
Agwe e Lasirèn
Dire che siano marito e moglie è corretto per molte tradizioni.
Pensare che questa formula spieghi la loro relazione lo è molto meno.
Le coppie spirituali del Vodou non riproducono necessariamente il matrimonio umano nella sua forma borghese occidentale. I lwa possiedono relazioni multiple, genealogie che possono differire secondo le case e un linguaggio di parentela che organizza alleanze, funzioni e complementarità più che fornire un’anagrafe soprannaturale.
Agwe può essere presentato come compagno di Lasirèn e contemporaneamente comparire nelle relazioni amorose attribuite a Ezili Freda. Non esiste alcun bisogno di armonizzare queste narrazioni costruendo un sistema coniugale perfettamente coerente. Il Vodou tollera la sovrapposizione assai meglio di quanto facciano i manuali.
La relazione fra Agwe e Lasirèn appare soprattutto cosmologicamente efficace.
Lui governa le imbarcazioni.
Lei il regno nel quale le imbarcazioni galleggiano.
Lui conosce vento e corrente.
Lei ciò che vive dove il vento non arriva.
Lui è spesso rappresentato dall’ordine navale, dal comando e dall’orientamento.
Lei dallo specchio, dalla musica, dalla metamorfosi e dalla profondità.
Questa opposizione non deve essere confusa con la formula semplicistica maschile uguale razionalità, femminile uguale inconscio. Sarebbe una proiezione occidentale tanto prevedibile quanto povera. Lasirèn possiede conoscenza e autorità; Agwe appartiene a un elemento imprevedibile e può avere aspetti profondamente misteriosi. Il rapporto fra loro è più vicino alla differenza fra attraversare e immergersi.
Per attraversare bisogna mantenere una direzione.
Per immergersi bisogna accettare che il mondo della superficie scompaia.
Entrambe sono tecniche della conoscenza.
Ma producono esseri umani differenti.
Acqua, memoria e iniziazione
L’acqua possiede una proprietà che rende quasi inevitabile il suo utilizzo iniziatico: può circondare completamente il corpo.
La terra ci sostiene dal basso.
L’acqua modifica ogni rapporto spaziale.
Dentro di essa il peso cambia, il suono cambia, il respiro diventa problema. Persino il movimento più semplice deve essere reinventato. Entrare nell’acqua significa temporaneamente rinunciare alle regole che il corpo aveva imparato sulla terra.
Per questo il racconto della discesa con Lasirèn possiede una struttura iniziatica così forte.
La persona scompare dall’ordine ordinario.
Viene istruita in un luogo nel quale le precedenti capacità non bastano.
Ritorna portando conoscenza.
La sequenza ricorda molte tradizioni iniziatiche senza che sia necessario postulare una genealogia comune. Morte simbolica, permanenza nell’altrove e rinascita costituiscono una struttura ricorrente perché descrivono qualcosa di elementare: apprendere davvero significa spesso diventare incapaci di tornare completamente alla persona che si era prima.
Il dettaglio più interessante nei racconti su Lasirèn non è dunque la meraviglia di respirare sotto il mare.
È il ritorno.
Chi ritorna possiede qualcosa che gli altri non hanno visto.
E immediatamente si presenta un problema: come tradurre in linguaggio terrestre ciò che è stato imparato nell’acqua?
La conoscenza iniziatica nasce spesso da questa impossibilità.
Non è segreta soltanto perché qualcuno proibisce di raccontarla.
È segreta perché una parte di essa non può essere trasferita senza l’esperienza che l’ha prodotta.
Il mare della diaspora
Nella contemporaneità Agwe e Lasirèn hanno acquisito un’ulteriore risonanza attraverso la diaspora haitiana.
Per chi lascia Haiti, il mare torna a essere distanza.
A volte viene attraversato in aereo e rimane invisibile sotto le nuvole. Altre volte è attraversato realmente, su imbarcazioni precarie, con tutto ciò che questo comporta. In entrambi i casi separa una vita dalla precedente.
Agwe conserva qui una funzione quasi inevitabile di protezione del viaggiatore e di orientamento. Non occorre ridurre la sua devozione al viaggio fisico: l’immigrato deve continuamente interpretare correnti che non sono fatte d’acqua, burocrazie, lingue, lavori, confini, rapporti di potere. La capacità di trovare una direzione in un territorio mobile rimane perfettamente coerente con il carattere del lwa.
Lasirèn accompagna un’altra dimensione della diaspora.
La parte sommersa.
Ciò che il migrante porta con sé senza poterlo mostrare interamente: lingua, memoria familiare, morti rimasti altrove, paure, desideri, identità che cambiano mentre vengono riflesse nello sguardo del nuovo paese.
Gli studi contemporanei sulla cultura haitiana e sulle religioni del Black Atlantic hanno trovato proprio nelle potenze acquatiche un linguaggio attraverso cui pensare questa continuità fra Africa, Caraibi e diaspora. L’acqua non cancella la separazione; permette di immaginare relazioni che attraversano la separazione.
È una differenza importante.
Il mare non diventa ponte perché cessa di essere abisso.
È ponte attraverso l’abisso.
Oltre la sirena da cartolina
Lasirèn ha subito un destino meno violento di quello dello zombie haitiano, ma non meno deformante.
La figura della sirena è talmente familiare alla cultura occidentale da indurre immediatamente a leggere la lwa attraverso fiabe europee, fantasy e immagini commerciali. Basta la coda di pesce perché venga assimilata a un repertorio che va da Andersen alle moderne sirene cinematografiche.
Qualcosa di simile avviene con Agwe, ridotto nei repertori occultistici più frettolosi a un “Poseidone haitiano”.
Entrambe le equivalenze distruggono più di quanto chiariscano.
Agwe non è Poseidone.
Lasirèn non è Ariel ritualizzata.
E neppure identificare automaticamente Lasirèn con Yemayá o Yemanjá, oppure con Mami Wata, risolve il problema. Le comparazioni possono essere estremamente utili per studiare la circolazione delle immagini acquatiche nel mondo afro-atlantico, ma ogni tradizione ha prodotto entità, culti e genealogie proprie. Il fatto che due potenze siano associate al mare non significa che siano la stessa potenza con nomi differenti.
L’esoterismo comparativo dovrebbe essere più esigente proprio quando le corrispondenze sembrano ovvie.
Una corrispondenza non è un’identità.
Può servire a porre una domanda.
Non dovrebbe servire a cancellare la risposta di una tradizione.
Nel Vodou Agwe e Lasirèn appartengono a Haiti. Portano con sé Africa, certamente, ma l’Africa trasformata dall’Atlantico; portano il cattolicesimo e le immagini circolate attraverso il mondo coloniale; portano la memoria della schiavitù, anche quando non la rappresentano direttamente; portano pescatori, marinai, porti, partenze e ritorni; portano la conoscenza che la diaspora ha imparato sull’essere contemporaneamente qui e altrove.
Sono potenze del mare perché Haiti è un’isola soltanto per metà.
L’altra metà della sua geografia è fatta di memoria.
Alla fine la barca di Agwe diventa un punto quasi indistinguibile sull’acqua. Chi è rimasto a riva non può sapere esattamente quale corrente la prenderà.
Sotto, molto più in basso, il regno di Lasirèn non offre alcun punto di riferimento.
È forse questa la differenza più precisa fra i due.
Agwe conosce il modo di arrivare.
Lasirèn conosce ciò che può accadere quando si scende abbastanza da dimenticare per qualche tempo da dove si era partiti.
Il mare ha bisogno di entrambi.

