Baron Samedi — Il signore del cimitero

Baron Samedi — Il signore del cimitero

Bawon Samdi nel Vodou haitiano: custode del dominio dei morti, padrone della croce cimiteriale, osceno guaritore e figura nella quale il limite definitivo dell’esistenza diventa una forma paradossale di potere sulla vita.

La croce non ha bisogno di un nome inciso. Sta nel cimitero come se fosse sempre stata lì, annerita dal fumo delle candele, macchiata dalla pioggia e dalle mani che l’hanno toccata. Ai suoi piedi qualcuno ha lasciato una bottiglia, poco più in là un sigaro consumato per metà. Non somiglia esattamente alla tomba di una persona e neppure a una semplice croce cristiana. È un punto di giurisdizione. Da quella parte comincia un territorio nel quale i vivi possono entrare, ma non sono loro a stabilire le condizioni.

Il padrone ha un nome.

In kreyòl haitiano è Bawon Samdi. Fuori da Haiti è divenuto universalmente noto nella forma francese Baron Samedi, probabilmente il più celebre lwa del Vodou insieme a Papa Legba. La notorietà, però, gli ha fatto un curioso torto: lo ha reso riconoscibile molto prima di renderlo comprensibile. Cappello nero, occhiali scuri, volto da cadavere, sigaro, risata oscena. Bastano pochi elementi perché cinema, fumetto o videogioco dichiarino che sta comparendo il “dio voodoo della morte”.

Baron Samedi non è un dio della morte nel senso in cui Ade appartiene alla religione greca, Anubi all’universo egizio o una personificazione medievale rappresenta la Morte con la falce. È un lwa, una presenza spirituale all’interno del complesso sistema religioso del Vodou haitiano. Appartiene al grande dominio dei Gede ed è generalmente considerato uno dei principali Bawon, signori del cimitero e delle potenze dei morti. In molte case viene trattato come capo della famiglia Gede; altrove i rapporti fra Bawon Samdi, Bawon Simityè, Bawon Lakwa, altri Bawon e gli stessi Gede vengono articolati in maniera differente. Cercare una genealogia valida per ogni ounfò significherebbe trasformare una tradizione viva in un organigramma che essa non ha mai posseduto. Ciò che rimane stabile è la sua autorità sulla regione cimiteriale, sul passaggio fra vita e morte e su quella strana zona nella quale la morte, proprio perché conosciuta intimamente, può diventare anche una forza di guarigione.

Il termine Samdi corrisponde al francese samedi, sabato. La traduzione letterale “Barone Sabato” è quindi linguisticamente corretta, ma sarebbe imprudente costruire su questo dato un’intera teologia del sabato. Le origini precise della denominazione non sono documentate abbastanza chiaramente da permettere di affermare perché proprio quel giorno sia diventato parte del suo nome. Anche questo è un buon esempio di quanto la divulgazione esoterica ami riempire con spiegazioni sicure gli spazi nei quali la storia conserva, più onestamente, qualche silenzio.

Il padrone del cimitero

Una delle prime testimonianze scritte riconoscibili risale all’inizio del Novecento. Eugène Aubin, nel suo En Haïti del 1910, descrive già Baron Samedi come “maître cimetière”, padrone del cimitero. Il dato è importante perché la famiglia Gede, almeno nella fisionomia con cui la conosciamo oggi, compare relativamente tardi nelle fonti rispetto ad altri grandi lwa. Le descrizioni settecentesche di Saint-Domingue non forniscono infatti un equivalente evidente del moderno Baron Samedi, mentre all’inizio del XX secolo la sua presenza è ormai abbastanza riconoscibile da essere annotata da osservatori esterni. Questo non dimostra che egli sia “nato nel 1900”, naturalmente. Dimostra soltanto il momento dal quale l’archivio scritto comincia a renderlo visibile.

La distinzione è essenziale.

Una religione orale non comincia a esistere quando qualcuno prende appunti.

Allo stesso tempo, lo storico non può retrodatare una forma religiosa soltanto perché essa stessa si considera antica. Le radici africane del culto dei morti, degli antenati e delle potenze funerarie sono indiscutibili; molto più difficile è identificare in Africa un singolo essere spirituale che possa essere semplicemente chiamato “il Baron Samedi originario”. La sua configurazione appare profondamente haitiana, prodotta attraverso l’incontro fra differenti eredità africane, cattolicesimo, organizzazione materiale dei cimiteri e storia sociale successiva all’indipendenza.

Questo rende Bawon Samdi particolarmente interessante.

Non è un fossile dell’Africa.

È una creazione religiosa afro-haitiana capace di conservare memorie africane precisamente trasformandole.

Il suo regno è il cimitero, ma “regno” non deve essere inteso soltanto in senso poetico. Nella pratica vodou il cimitero possiede una propria geografia spirituale. Non è un terreno neutro occupato casualmente dalle tombe. Può avere punti attraverso cui l’autorità dei Bawon viene riconosciuta e servita, soprattutto la Kwa Bawon, la Croce del Barone.

La croce può sorgere in posizione centrale o significativa e diventare il luogo presso cui si presenta rispetto, si stabilisce il contatto con il padrone del cimitero e si riconosce che il territorio dei morti non appartiene semplicemente a chi possiede il terreno. Il segno cristiano della croce è qui entrato in una lunga elaborazione afro-cattolica e vodou, fino ad acquisire funzioni che nessuna riduzione a “mascheramento cristiano” riesce davvero a spiegare. La croce continua a essere cristiana e contemporaneamente appartiene a una topografia religiosa haitiana dei morti.

Esiste inoltre una tradizione molto diffusa secondo la quale il primo uomo sepolto in un nuovo cimitero assume una relazione particolare con il Bawon locale, mentre la prima donna viene associata alla controparte femminile, generalmente Grann Brijit. Formulazioni diverse affermano che il primo defunto “diventa” il Bawon del cimitero, che ne costituisce il supporto terreno oppure che la sua tomba viene consacrata o riconosciuta come luogo della presenza del Barone. Non tutte le case articolano questa idea nello stesso modo e sarebbe sbagliato trasformarla in un dogma universale, ma la concezione è sufficientemente radicata da mostrare un principio importante: ogni cimitero può avere una personalità spirituale specifica, legata ai morti che vi sono entrati per primi.

Il primo sepolto occupa una posizione che nessun altro potrà più occupare.

È colui che ha aperto il terreno.

Il morto diventa così una sorta di precedente rituale.

Prima di lui quello spazio poteva essere terra.

Dopo di lui è anche cimitero.

L’immagine possiede una potenza esoterica notevole, purché non venga confusa con la spiegazione religiosa tradizionale. Ogni territorio sacro nasce da un atto che modifica per sempre la qualità dello spazio. Nel caso del cimitero, quell’atto non è una consacrazione astratta.

È la deposizione di un corpo.

Vestito per il proprio funerale

L’iconografia moderna di Baron Samedi è così efficace da sembrare immutabile.

Cappello scuro, abito da cerimonia o da becchino, occhiali neri, bastone, sigaro. Talvolta il volto assume caratteri scheletrici; durante alcune possessioni elementi di cotone possono essere collocati nelle narici, richiamando la preparazione del cadavere per la sepoltura. La voce può diventare nasale. Altri dettagli appartengono più ampiamente al repertorio Gede e possono sovrapporsi a quelli del Barone a seconda della tradizione. Fonti accademiche contemporanee continuano a riconoscere proprio questo insieme di tratti come parte fondamentale della sua rappresentazione rituale e artistica.

L’effetto è volutamente disturbante.

Il corpo posseduto appare vestito come qualcuno che dovrebbe essere già stato preparato per la tomba.

E invece parla.

Beve.

Fuma.

Ride.

Allude al sesso.

Fa domande.

Può insultare qualcuno.

Il cadavere si è alzato, ma non nella forma terrificante dello zombie cinematografico. Non ha perduto volontà e linguaggio. Al contrario, sembra possederne fin troppi.

È qui che Baron Samedi e lo zombie appartengono a due universi simbolici quasi opposti, benché la cultura popolare li abbia continuamente mescolati.

Lo zombie haitiano è legato soprattutto alla perdita di autonomia, alla condizione di un essere sottratto alla morte senza essere restituito pienamente alla libertà.

Bawon Samdi rappresenta invece un eccesso di autonomia.

La morte lo ha liberato da quasi tutti i ricatti dei vivi.

La distinzione merita di essere ricordata quando cinema e narrativa li collocano nello stesso repertorio horror. Il Barone non è un morto incompleto.

È un morto che possiede autorità sulla morte.

Gli occhiali scuri contribuiscono enormemente a questa presenza. Nascondono gli occhi del chwal e impediscono agli osservatori di leggere completamente lo sguardo, mentre il lwa sembra continuare a vedere perfettamente loro. Anche qui sarebbe inutile cercare un unico significato esoterico codificato. Gli occhiali sono un elemento storico della sua persona rituale, ma funzionano simbolicamente proprio perché producono un’asimmetria.

Il vivo vuole vedere il morto.

Il morto non concede di essere visto interamente.

È sempre stato uno dei problemi fondamentali delle pratiche necromantiche, delle religioni ancestrali e dell’intero immaginario occidentale della morte: desideriamo sapere che cosa ci sia dall’altra parte, ma vogliamo continuare a essere noi a condurre l’interrogatorio.

Baron Samedi rovescia la situazione.

Entrando nel suo territorio, siamo noi a essere osservati.

Colui che apre la tomba

Il potere di Baron Samedi non consiste semplicemente nel ricevere chi muore.

Consiste nel determinare, nella comprensione religiosa, quando la morte può reclamare qualcuno.

Questa funzione spiega la sua sorprendente connessione con la guarigione.

Nella teologia popolare del Vodou viene spesso espresso un principio tanto semplice quanto radicale: se Bawon non apre o non scava la tomba di una persona, quella persona non appartiene ancora al cimitero. Il linguaggio varia, ma l’idea è costante. Il padrone della morte può essere invocato non soltanto per accompagnare il defunto, ma precisamente perché rifiuti di riceverlo.

La medicina di Baron Samedi nasce dalla sua vicinanza alla tomba.

Non dal suo opposto.

Questa caratteristica è documentata più ampiamente nell’intera famiglia Gede, nota anche per la protezione dei bambini e per interventi rituali nei casi di grave malattia. Il principio non deve essere trasformato in una dichiarazione medica: appartiene alla fede vodou e non sostituisce una diagnosi o un trattamento clinico. Religiosamente, però, possiede una perfetta coerenza interna. Chi governa il limite può anche impedire che venga attraversato.

Sul piano esoterico la struttura è molto più interessante di un semplice “lwa della guarigione”.

Il guaritore che conosce soltanto la salute incontra il proprio limite davanti alla morte.

Baron Samedi conosce entrambi i territori.

È già dalla parte che tutti gli altri cercano di evitare.

Questa inversione appare continuamente nelle tradizioni esoteriche: ciò che viene temuto può diventare fonte di potere precisamente quando smette di essere evitato. Non perché il pericolo diventi innocuo, ma perché viene conosciuto abbastanza intimamente da poter essere negoziato.

L’occultismo occidentale parlerebbe forse di dominio sulla forza attraverso l’identificazione con essa.

Il Vodou non ha bisogno di formulare il principio in questi termini.

Mette un Barone accanto alla tomba.

E quando qualcuno sta morendo, gli chiede di non aprirla.

La psicologia può leggere la stessa immagine come un modo estremamente efficace di trasformare la paura della morte in relazione. La morte assolutamente impersonale è incontrollabile; la morte che possiede un volto, un carattere e perfino un senso dell’umorismo può almeno essere interpellata.

Ma questa è una lettura psicologica.

Non l’origine del culto.

Per il Vodouisant Baron Samedi non esiste perché gli esseri umani abbiano bisogno di personificare la morte.

Esiste abbastanza indipendentemente da loro da poter dire di no.

Sigaro, kleren e peperoncino

Baron Samedi appartiene a quella parte del Vodou nella quale la spiritualità perde rapidamente qualsiasi aria disincarnata.

Fuma.

Beve.

Può apprezzare preparazioni forti e brucianti, in particolare il kleren o altri distillati nei quali vengono utilizzati peperoncini. Tabacco, alcol, candele e specifici alimenti compaiono nel più vasto servizio ai Gede e ai Bawon, con variazioni importanti secondo casa e lignaggio.

Il peperoncino merita attenzione perché rende materiale una qualità che altrimenti rimarrebbe metaforica.

Brucia.

La bocca lo sa immediatamente.

Nell’universo rituale dei morti questa intensità produce un contrasto quasi brutale: il cadavere, che non dovrebbe più percepire nulla, pretende invece ciò che il corpo vivo fatica a tollerare.

La morte chiede più sensazione della vita.

Anche il sigaro contiene un’ambiguità simile.

Il fumo occupa una regione intermedia. Nasce dalla materia, diventa quasi immateriale, modifica l’aria e scompare. Non sorprende che culture estremamente differenti abbiano utilizzato sostanze fumate in contesti rituali, ma sarebbe scorretto dedurre da questa analogia una teoria universale del fumo.

Nel caso di Bawon Samdi il sigaro è soprattutto parte della sua persona.

Lo riconosciamo anche perché fuma.

E proprio questo dettaglio ricorda una delle caratteristiche fondamentali dei lwa: non sono raccolte di corrispondenze esoteriche.

Hanno abitudini.

Un manuale può dire che il tabacco “corrisponde alla morte”.

La religione dice qualcosa di più semplice.

Al Barone piace fumare.

Sembra quasi una differenza marginale.

È invece la distanza fra trattare una presenza come simbolo e trattarla come persona.

Il Barone e i Gede

La cultura popolare ha trasformato Baron Samedi in una specie di sovrano unico dell’oltretomba haitiano, con una corte ordinata di spiriti minori.

La realtà rituale è meno pulita e molto più interessante.

Bawon Samdi appartiene a un ambiente popolato.

Vi sono Gede, altri Bawon, Grann Brijit, morti individuali, antenati, spiriti cimiteriali e relazioni specifiche proprie delle diverse case. I nomi Bawon Simityè, Bawon Lakwa, Bawon Kriminèl e altri vengono talvolta descritti come aspetti, fratelli, forme o personalità distinte. Le tradizioni non concordano sempre, e la stessa fonte etnografica può registrare identificazioni differenti fra comunità vicine.

Già Harold Courlander, negli anni Quaranta, annotava Baron Samedi come lwa del cimitero e fratello di altri Barons, osservando inoltre che alcuni haitiani lo identificavano con Gede Nibo mentre altri li distinguevano. L’incertezza moderna non nasce quindi dalla cattiva divulgazione di Internet. Appartiene alla pluralità storica del Vodou stesso.

La cosa più corretta da fare è resistere alla tentazione di risolverla.

Se una casa dice che Bawon Lakwa e Bawon Samdi sono distinti, quella distinzione ha realtà all’interno di quella tradizione.

Se un’altra li articola diversamente, non è automaticamente meno autentica.

Il Vodou non possiede un concilio capace di dichiarare quale lignaggio abbia ragione.

Questa fluidità rende anche problematica la traduzione di Baron Samedi come “psicopompo”.

Il termine è utile. Indica una figura capace di presiedere al passaggio dei morti e permette di confrontare Bawon con numerose potenze funerarie appartenenti ad altre religioni.

Ma rimane una categoria greca applicata dall’esterno.

Baron Samedi non è semplicemente Ermes Psicopompo haitiano.

Il suo rapporto con il cimitero è più territoriale, sociale e corporeo. Non si limita a prendere per mano un’anima e accompagnarla altrove. Governa un dominio nel quale i morti continuano a intrattenere relazioni con i vivi.

È meno traghettatore che autorità di frontiera.

La differenza si comprende mettendolo accanto a Papa Legba.

Anche Legba controlla un passaggio. Deve essere salutato perché la comunicazione con i lwa possa aprirsi; governa porte, strade, linguaggio e possibilità dell’incontro.

Il Barone presidia un altro tipo di accesso.

Quello che conduce ai morti.

Entrambi possono apparire presso luoghi di attraversamento.

Ma una porta e una tomba non conducono nello stesso posto.

Il riso del signore del cimitero

Baron Samedi non è solenne quanto dovrebbe esserlo.

Almeno secondo le aspettative di chi immagina che una potenza funeraria debba comportarsi come una statua su un mausoleo.

Condivide con i Gede un repertorio di battute oscene, provocazioni sessuali, linguaggio esplicito e comportamenti capaci di mettere a disagio chi pretende di mantenere una certa rispettabilità davanti alla morte.

Non si tratta di un elemento aggiunto per alleggerire il rito.

È parte del rito.

La relazione fra morte e sessualità è già stata affrontata nella pagina dedicata ai Gede, ma in Baron Samedi assume anche una dimensione di autorità. Il padrone del cimitero può permettersi di essere osceno perché la morte ha già eliminato la principale conseguenza attraverso cui una società controlla i corpi: la possibilità di escluderli definitivamente.

Il morto è già escluso.

E continua a parlare.

Il suo linguaggio diventa quindi pericolosamente libero.

Nella possessione, l’oscenità può far cadere per qualche minuto gerarchie sociali, rispetto formale e prudenza. Un lwa può dire a una persona importante ciò che nessuno dei presenti avrebbe il coraggio di pronunciare direttamente.

La tomba restituisce così una forma di parola politica.

Non perché Baron Samedi appartenga a un partito o rappresenti una dottrina sociale, ma perché possiede una caratteristica difficilmente compatibile con l’autorità umana:

non può essere intimidito con la morte.

Gli esseri umani possono essere governati minacciando di togliere loro qualcosa.

Bawon ha già attraversato la perdita definitiva.

Questa è la sorgente esoterica della sua impudenza.

Possiede ciò che molte vie iniziatiche hanno cercato attraverso esercizi ben più austeri: una prospettiva nella quale la morte non può più funzionare come ricatto.

Naturalmente il praticante vivo non è nella stessa situazione.

Ed è proprio qui che l’imitazione occidentale del Barone rischia di diventare caricatura. Indossare un cilindro, fumare un sigaro e assumere un atteggiamento provocatorio non significa aver compreso nulla del suo mistero.

La questione non è sembrare qualcuno che non teme la morte.

È capire quali parti della nostra vita vengono controllate precisamente dalla paura di perderle.

La croce e il limite

L’immagine più essenziale di Baron Samedi non è il teschio.

È forse la croce.

La Kwa Bawon appartiene al cimitero e segna qualcosa che il linguaggio esoterico occidentale definirebbe facilmente un confine fra mondi. La formula è corretta purché non diventi troppo astratta.

Da una parte esistono corpi che respirano.

Dall’altra corpi che vengono sepolti.

La croce non elimina questa differenza.

La organizza.

Il Vodou non tratta infatti il confine fra vivi e morti come una parete ermetica. Gli antenati possono continuare ad avere importanza, le anime attraversano trasformazioni rituali, i morti possono essere serviti e interpellati, il cimitero stesso possiede potenze con cui deve essere stabilita una relazione.

Baron Samedi è il garante di questa porosità controllata.

Non bisogna confondere accessibilità e assenza di confine.

Il cimitero è raggiungibile.

Proprio per questo ha bisogno di un padrone.

Esotericamente il principio è fondamentale. Le tradizioni iniziatiche hanno spesso insistito sul fatto che la conoscenza autentica non consista nell’abolire ogni limite, ma nel conoscere quale limite può essere attraversato, quando e sotto quale autorità.

La moderna spiritualità tende invece a considerare ogni barriera come un ostacolo artificiale.

Baron Samedi suggerisce una concezione più antica.

Alcune porte esistono perché dietro c’è davvero qualcosa.

Il custode non impedisce necessariamente il passaggio.

Impedisce che il passaggio venga trattato come se non avesse conseguenze.

Baron Samedi e Grann Brijit

Accanto al Barone compare Grann Brijit, più conosciuta fuori da Haiti come Maman Brigitte, cui sarà dedicata la pagina successiva.

Viene comunemente indicata come sua compagna o moglie e condivide con lui l’autorità cimiteriale e molti tratti della famiglia dei morti. Anche la tradizione che collega il primo uomo sepolto al Bawon trova spesso il proprio complemento nel legame fra la prima donna sepolta e Brijit.

Ma sarebbe un errore considerarla semplicemente la versione femminile di Baron Samedi.

La personalità di Grann Brijit possiede autonomia, funzioni e repertori specifici, così come il rapporto fra loro può essere articolato diversamente secondo le case. La coppia organizza simbolicamente un territorio dei morti nel quale il maschile e il femminile continuano a esistere senza coincidere più interamente con i ruoli posseduti durante la vita.

Anche questo particolare rende interessante il mondo Gede.

La morte dissolve il corpo.

Non dissolve immediatamente tutte le relazioni attraverso cui una persona viene ricordata.

Sesso, parentela, matrimonio e genealogia possono continuare a organizzare il linguaggio dei morti.

La morte non crea una massa indistinta.

Produce un’altra società.

Il volto del potere: François Duvalier

Nessuna pagina dedicata a Baron Samedi può ignorare una delle appropriazioni politiche più inquietanti della sua immagine.

Durante la dittatura di François “Papa Doc” Duvalier, presidente di Haiti dal 1957 fino alla morte nel 1971, l’immaginario vodou venne utilizzato come parte della costruzione del potere personale. Studiosi e osservatori hanno notato in particolare il modo in cui Duvalier coltivò caratteristiche che richiamavano Bawon Samdi: il completo scuro, gli occhiali, una voce radiofonica lenta e nasale, una presenza pubblica costruita deliberatamente intorno a un’aura di morte e invulnerabilità. Donald Cosentino ha descritto esplicitamente questa appropriazione, osservando come Duvalier avesse preso in prestito persino la voce nasale del Barone insieme alla sua estetica funeraria.

Occorre però evitare una formula ripetuta troppo facilmente: “Duvalier dichiarava di essere Baron Samedi”.

La realtà è più sottile.

La propaganda, le percezioni popolari, le strategie del regime e le interpretazioni successive hanno sovrapposto fortemente le due figure; ciò non equivale necessariamente a un’unica proclamazione ufficiale e documentata di incarnazione. Il punto storicamente più importante è che Duvalier comprese la potenza politica dell’immaginario religioso e contribuì a trasformare la propria persona in qualcosa che eccedesse il normale presidente della Repubblica. La paura dell’apparato repressivo e quella della potenza soprannaturale potevano alimentarsi reciprocamente.

È un caso emblematico di manipolazione politica della religione.

E sarebbe profondamente ingiusto utilizzare questa storia per presentare il Vodou stesso come strumento di tirannia.

Un dittatore può appropriarsi di un simbolo.

Non ne diventa proprietario.

Il cristianesimo non coincide con ogni sovrano che ha utilizzato una croce.

Il Vodou non coincide con Duvalier perché Duvalier indossava il volto del Barone.

Anzi, l’ironia quasi perfetta sarebbe piaciuta ai Gede.

Anche il dittatore morì.

Dal cimitero allo schermo

L’Occidente ha fatto con Baron Samedi qualcosa di simile, ma per ragioni commerciali.

Ha tenuto il cappello.

Gli occhiali.

Il teschio.

Il sigaro.

E ha tolto quasi tutto il resto.

Uno dei passaggi decisivi avvenne nel 1973 con Live and Let Die, l’avventura cinematografica di James Bond che utilizzò un personaggio ispirato apertamente a Baron Samedi all’interno di un repertorio di Vodou, criminalità, droga e spettacolo esotico. Da lì il Barone divenne sempre più facilmente esportabile: fumetti, giochi di ruolo, videogiochi, musica, narrativa horror e fantasy hanno continuato a trasformarlo in necromante, demone, dio dei morti, zombie aristocratico o signore di un generico oltretomba caraibico.

La ragione è comprensibile.

Visivamente funziona troppo bene.

Pochi personaggi religiosi possono essere riconosciuti con tre oggetti.

Ma proprio questo successo iconografico ha prodotto una perdita.

Il Baron Samedi popolare è spesso solo.

Quello vodou non lo è.

Appartiene a una famiglia.

Ha una compagna.

Possiede un cimitero.

Viene servito in una religione.

Esistono sacerdoti, canti, possessioni, genealogie rituali, obblighi e comunità.

Soprattutto, non è un personaggio immaginario inventato per rendere più suggestiva una storia.

Per persone reali è una presenza religiosa reale.

Questa distinzione dovrebbe valere anche per l’esoterismo contemporaneo. Invocare Baron Samedi come se fosse una divinità disponibile all’interno di un pantheon universale di “spiriti oscuri” significa estrarlo dal Vodou e ricostruirlo secondo categorie che appartengono all’occultismo occidentale.

Si può studiarlo comparativamente.

Si possono riconoscere analogie con divinità funerarie, psicopompi, guardiani dei morti e figure iniziatiche di altre tradizioni.

Ma le analogie devono aggiungere profondità.

Non cancellare Haiti.

Bawon Samdi non è Ade con il rum.

Non è Anubi con un cilindro.

Non è Saturno caraibico.

È Bawon Samdi.

Il suo cimitero possiede una lingua, una storia e dei morti precisi.

Ciò che il Barone sa

Sul piano psicologico, Baron Samedi invita inevitabilmente a confrontarsi con la mortalità.

È quasi troppo facile leggerlo come personificazione dell’ombra, della paura della morte, dell’osceno rimosso o della pulsione erotica che resiste alla dissoluzione. Ognuna di queste letture può offrire intuizioni, purché non trasformi una religione viva in illustrazione di una teoria europea.

L’esoterismo permette un’interpretazione forse più fedele alla sua tensione originale.

Baron Samedi governa il limite irreversibile.

Molte potenze religiose presiedono ai cambiamenti.

Un viaggio può terminare con un ritorno.

Una malattia può guarire.

Una guerra può essere vinta.

Una relazione spezzata può essere ricostruita.

La morte introduce invece una discontinuità che il corpo non può semplicemente annullare.

Il Barone possiede autorità proprio lì.

E questa autorità modifica il significato di tutto ciò che precede il limite.

Chi conosce davvero la morte conosce anche il valore del tempo.

Chi abita il cimitero sa quanto siano temporanei i titoli portati fuori.

Chi osserva generazioni intere arrivare una dopo l’altra non può impressionarsi troppo davanti all’arroganza di una singola persona.

È forse per questo che Bawon può permettersi di ridere.

La sua risata non dice che la morte sia falsa.

Dice esattamente il contrario.

È talmente vera che molte delle nostre finzioni perdono importanza davanti a lei.

L’uomo ricco e quello povero possono avere funerali differenti.

La decomposizione non conserva la gerarchia.

Il politico può farsi costruire un mausoleo.

Bawon rimane il padrone del terreno.

L’esoterismo occidentale ha cercato per secoli il memento mori, la memoria volontaria della morte, come strumento per correggere la percezione della vita. Teschi, tombe, clessidre e scheletri ricordavano al praticante che tutto passa.

Baron Samedi compie qualcosa di più irriverente.

Il teschio non viene appoggiato sul tavolo perché il filosofo lo contempli in silenzio.

Indossa un cappello.

Accende un sigaro.

E prende in giro il filosofo.

È una differenza piccola soltanto in apparenza.

Il memento mori occidentale tende a rendere l’uomo serio.

Gede e Bawon possono renderlo meno serio proprio perché la morte lo è già abbastanza.

Nel cimitero, intanto, la croce resta al proprio posto.

Le bottiglie verranno portate via oppure resteranno vuote. Le candele finiranno. La pioggia laverà una parte della cera e ne lascerà un’altra dentro le crepe.

Qualcun altro verrà sepolto.

Poi un altro ancora.

Il signore del cimitero non ha fretta.

È probabilmente l’unico, fra tutti quelli che vi entrano, a sapere già che prima o poi arriveranno.

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