Vèvè — Segno, chiamata e presenza

Vèvè — Segno, chiamata e presenza

Il disegno rituale attraverso cui il Vodou rende visibile una relazione con i lwa

La mano rimane sospesa per un istante sopra il pavimento, poi la polvere comincia a cadere. Non c’è matita, non c’è possibilità di cancellare con precisione ciò che è stato sbagliato; il disegno nasce dal movimento delle dita, dalla memoria e da una competenza che deve sapere dove andare prima ancora che la linea esista. Una curva ne incontra un’altra, compare una croce, poi un cuore, un serpente, una stella, un bastone, una forma che potrebbe sembrare decorativa finché qualcuno non riconosce a chi appartiene. Intorno continuano i canti, vengono preparate le offerte, il poto mitan resta al centro del peristilio. Quando il vèvè è terminato, nessuno lo incornicia. Poco dopo qualcuno vi verserà sopra una libagione, vi poserà del cibo, lo attraverserà danzando e, prima che la cerimonia finisca, gran parte di quella geometria sarà scomparsa sotto i piedi.

Il segno è stato eseguito precisamente perché potesse essere consumato.

È forse da questa apparente contraddizione che bisogna cominciare per comprendere il vèvè del Vodou haitiano. Nel mondo contemporaneo lo incontriamo soprattutto come immagine: stampato su libri, gioielli, magliette, tatuaggi, siti internet, opere d’arte, carte divinatorie e oggetti venduti come «simboli voodoo». Isolato su uno sfondo bianco, appare facilmente come un sigillo, uno stemma oppure una sorta di firma grafica del lwa.

Nel rito, tuttavia, è qualcosa di molto meno statico.

Il vèvè è un disegno rituale associato a una presenza spirituale e utilizzato in determinati servizi Vodou per identificarla, onorarla e partecipare alla costruzione delle condizioni attraverso cui viene chiamata. È contemporaneamente immagine, azione e luogo. Rappresenta senza limitarsi alla rappresentazione; nomina senza utilizzare lettere; delimita uno spazio senza costruire una barriera; soprattutto, viene prodotto dentro una sequenza rituale nella quale canto, ritmo, libagione, offerta, danza, parola e materia concorrono allo stesso incontro.

Chiamarlo «simbolo del lwa» è quindi corretto.

È soltanto incompleto.

Il simbolo ordinario può continuare a significare la stessa cosa anche quando viene separato dall’azione. Una bandiera nazionale rimane riconoscibile appesa a una parete. Un segnale stradale mantiene la propria funzione finché qualcuno ne comprende il codice.

Il vèvè rituale nasce invece per fare qualcosa.

La differenza cambia tutto.

Un disegno che appartiene al rito

La grafia moderna creola preferisce vèvè, mentre nella letteratura si incontrano anche veve, vévé e altre forme. L’etimologia non è completamente priva di discussioni, ma una derivazione sostenuta in importanti studi sulle religioni africane collega la parola a un antico termine Fon riferito all’olio di palma, materiale con il quale nell’area dahomeana venivano tracciate sul terreno figure rituali destinate alle potenze spirituali.

Questo legame è particolarmente significativo perché impedisce di considerare il vèvè un’invenzione grafica nata improvvisamente in Haiti. Le religioni dell’Africa occidentale conoscevano già pratiche nelle quali segni geometrici venivano tracciati sul terreno in relazione alle divinità o ai vodun. Come quasi ogni altro elemento fondamentale del Vodou, tuttavia, attraversare l’Atlantico significò trasformarsi.

Il vèvè haitiano non è semplicemente un disegno Fon emigrato a Saint-Domingue.

La sua storia appartiene alla formazione creola del Vodou.

Nella colonia si incontrarono tradizioni grafiche provenienti da regioni differenti dell’Africa occidentale e centro-occidentale, simbolismi cristiani, croci, iconografie cattoliche e, successivamente, elementi della cultura massonica che ebbero una presenza non trascurabile nella società haitiana. Gli studi sulle arti Vodou hanno inoltre richiamato l’attenzione sulle somiglianze fra alcuni complessi grafici haitiani e cosmogrammi Kongo, soprattutto nei riti nei quali la matrice centro-africana appare particolarmente forte.

Bisogna però evitare una genealogia troppo semplice.

Non è stato dimostrato che tutti i vèvè derivino da un unico sistema grafico africano, né che essi costituiscano la continuazione diretta del cosmogramma Kongo, di un sistema di scrittura particolare o delle figure rituali dahomeane.

È molto più plausibile vedere nella tradizione grafica haitiana il risultato della stessa dinamica che produsse i lwa, le nanchon e la liturgia: più memorie africane entrarono in contatto, conservarono differenze, si trasformarono attraverso Saint-Domingue e incorporarono elementi nuovi.

Anche la croce, così frequente nella grafica Vodou, mostra bene questa stratificazione.

Ridurre ogni croce presente in un vèvè al cristianesimo sarebbe ingenuo, perché forme cruciformi possiedono significati propri in differenti tradizioni africane, compreso il mondo Kongo. Ma sarebbe altrettanto forzato negare che secoli di cattolicesimo haitiano e la diffusione dell’iconografia cristiana abbiano contribuito al repertorio visivo della religione.

La stessa figura può portare più memorie.

Il Vodou è perfettamente capace di permetterglielo.

Un simbolo non deve scegliere una sola origine per poter funzionare.

Il vèvè non è la fotografia di un lwa

Dire che ogni vèvè «rappresenta» un lwa introduce immediatamente un problema.

Che cosa significa rappresentare qualcosa che, secondo la religione, non possiede necessariamente una forma corporea stabile?

Il vèvè non è un ritratto.

Quando nel segno di Danbala compare il serpente, non dobbiamo immaginare che il disegno descriva semplicemente l’aspetto fisico dello spirito. Il serpente appartiene alla sua identità, alla sua memoria africana, alla sua relazione con acqua, continuità e movimento, ma il lwa non viene ridotto alla figura zoologica che lo indica.

Analogamente, la nave associata ad Agwe non significa che lo spirito sia letteralmente una nave; il cuore frequentemente incontrato nei vèvè di alcune Ezili non rende quelle potenze semplicemente personificazioni dell’amore; il crocevia di Legba non è una mappa stradale.

La figura concentra relazioni.

Questo è forse il modo più preciso di leggerla.

Nel vèvè possono comparire attributi del lwa, memorie mitiche, oggetti che gli appartengono, strutture spaziali, numeri, croci, stelle, serpenti, cuori, armi stilizzate, bastoni, barche, piante o altri elementi che permettono alla comunità rituale di riconoscere la presenza alla quale il disegno è destinato.

Non tutti questi elementi possiedono però un dizionario universale.

Una stella non significa necessariamente la stessa cosa in qualunque vèvè.

Una croce non può essere tradotta automaticamente con «i quattro elementi» o «i quattro punti cardinali».

Un cuore non significa sempre amore romantico.

La mania contemporanea delle corrispondenze tende a comportarsi come se la tradizione grafica del Vodou fosse un rebus costruito appositamente per essere decifrato da un osservatore esterno.

Non lo è.

Il segno viene innanzitutto riconosciuto da chi appartiene alla lingua rituale che lo utilizza.

Soltanto dopo può essere analizzato.

Questa distinzione è particolarmente importante per una pagina esoterica, perché il paragone con il sigillo magico occidentale appare immediato. Un sigillo planetario, angelico o spiritico concentra graficamente il nome e l’identità di una potenza; viene utilizzato durante operazioni destinate a stabilire una relazione con essa; può essere collocato su strumenti, talismani o superfici rituali.

Le analogie esistono.

Ma un vèvè non è semplicemente un sigillo haitiano.

Appartiene a un’altra genealogia, a un’altra ontologia rituale e soprattutto a una religione comunitaria nella quale la corretta relazione con il lwa non viene prodotta dalla sola conoscenza del diagramma.

Copiarlo perfettamente non significa possederne la funzione.

Una grafia senza testo

Il vèvè viene talvolta definito una forma di «scrittura sacra».

L’espressione è suggestiva e, se utilizzata con prudenza, coglie qualcosa di importante.

Un praticante esperto può riconoscere un lwa dalla struttura del disegno allo stesso modo in cui un lettore riconosce una parola. Il vèvè identifica. Può incorporare informazioni sulla natura dello spirito e sulla sua posizione nel sistema rituale. Diverse figure possono essere combinate, modificate o adattate secondo esigenze precise.

Eppure non stiamo parlando di scrittura alfabetica.

Non esiste necessariamente una corrispondenza fra ogni elemento grafico e un suono o una parola che permetta di leggere il vèvè riga per riga come una frase.

È forse più corretto immaginarlo come una grammatica visuale.

Il significato nasce dalla relazione fra le parti.

Una linea centrale, la simmetria, determinate appendici, il modo in cui una croce viene sviluppata, elementi figurativi aggiunti e strutture ripetute possono rendere riconoscibile una famiglia di segni. Le grandi ricerche condotte nel Novecento sulla struttura dei vèvè hanno mostrato precisamente come essi possano essere studiati non soltanto come immagini isolate, ma attraverso trasformazioni interne e opposizioni che rispecchiano rapporti fra lwa, famiglie e modalità rituali.

Questa osservazione permette di comprendere un fatto apparentemente strano: lo stesso lwa può possedere più di un vèvè.

Le immagini diffuse su internet hanno creato l’impressione contraria. Si cerca «vèvè di Legba» e compare un disegno; «vèvè di Ezili Freda» e ne compare un altro. È facile concludere che esista un simbolo ufficiale per ciascuno spirito, custodito da un’improbabile autorità grafica centrale.

Il Vodou non funziona così.

Disegni associati allo stesso lwa possono variare fra regioni, case rituali, lignaggi e manifestazioni dello spirito. Alcune strutture sono così diffuse da essere immediatamente riconoscibili e possono apparire con grande stabilità, ma non esiste un repertorio universalmente canonizzato valido per ogni ounfò.

Le variazioni non trasformano il vèvè in un disegno arbitrario.

Al contrario.

Una variazione significativa appartiene a una tradizione.

È la stessa differenza che esiste fra un errore musicale e una versione locale di un canto. Dall’esterno potrebbero sembrare entrambi diversi dal modello scritto; all’interno della comunità soltanto uno dei due possiede genealogia.

Un sacerdote esperto non inventa necessariamente il vèvè sul momento secondo la propria fantasia estetica.

Lo ha imparato.

Ma può averne imparata una forma differente da quella custodita da un’altra casa.

La memoria produce varianti senza perdere struttura.

Disegnare con ciò che può scomparire

Il vèvè rituale viene tradizionalmente tracciato sul terreno o sul pavimento mediante sostanze in polvere o granulari che possono essere lasciate cadere con precisione dalle dita.

Farina di mais e farine diverse sono fra i materiali più frequentemente documentati; possono comparire cenere, fondi di caffè, polveri di differente colore e altre sostanze scelte secondo il rito, la casa e il lwa interessato.

Non esiste una sola «polvere dei vèvè».

Anche qui il tentativo di ricavare una ricetta universale fallisce.

Il materiale partecipa al significato.

La scelta di una sostanza può dipendere dal rito Rada o Petwo, dalla specifica presenza chiamata, dalla funzione della cerimonia e dalla tradizione della casa. Ciò che conta è comprendere che il vèvè tradizionale non nasce come incisione permanente.

Viene versato.

Questa tecnica influenza profondamente la sua forma.

Chi traccia deve mantenere un flusso regolare della polvere e controllare contemporaneamente quantità, direzione e simmetria. Una linea non viene ottenuta premendo una punta sul pavimento, ma regolando la materia che cade.

Il gesto possiede quindi una propria disciplina.

La precisione può apparire sorprendente, soprattutto quando il disegno viene realizzato in dimensioni considerevoli. Figure complesse possono essere costruite attraverso una memoria motoria sviluppata nel tempo, e in molte comunità l’abilità nel tracciare i vèvè costituisce una competenza rituale rispettata.

A seconda della casa e della cerimonia, il compito può spettare al sacerdote o ad altri membri competenti della società rituale. Non è corretto stabilire un’unica regola universale su chi possa tracciare ogni vèvè in qualunque contesto.

Il dato fondamentale resta che il disegno rituale non coincide con l’attività di un illustratore.

Chi lo esegue sta compiendo una parte del servizio.

Il pavimento stesso diventa temporaneamente superficie sacra.

È difficile non vedere qui una delle intuizioni estetiche più radicali del Vodou.

La grande arte religiosa occidentale ha spesso aspirato alla permanenza. La pietra della cattedrale, l’affresco, il mosaico, il reliquiario prezioso devono attraversare i secoli.

Il vèvè può raggiungere una complessità straordinaria sapendo di avere davanti poche ore.

Nessuno ne diminuisce la precisione perché verrà distrutto.

La precarietà non gli toglie valore.

Fa parte del suo valore.

Dal disegno all’offerta

Una volta terminato, il vèvè non rimane necessariamente libero.

Può ricevere libagioni. Alimenti, bevande, candele e altri elementi destinati al lwa possono essere collocati sopra o in prossimità del disegno. Determinate parti diventano punti privilegiati della preparazione rituale e la figura può contribuire a ordinare la disposizione della materia consacrata.

Questa fase rivela quanto sia insufficiente definirlo un’immagine.

Un’immagine normalmente deve restare visibile per svolgere la propria funzione estetica.

L’offerta può invece nasconderne parti.

Il liquido può sciogliere la polvere.

Il cibo può interrompere le linee.

La candela può colare cera sul disegno.

Nessuno di questi eventi costituisce necessariamente un deterioramento accidentale.

Il vèvè sta entrando nel rito per cui è stato creato.

Il suo destino è essere attraversato dalla relazione.

Quando la danza comincia, la trasformazione diventa ancora più evidente.

I piedi possono cancellare progressivamente la figura. Dopo ore di servizio rimangono frammenti, macchie, curve incomplete, residui di materia mescolati alla terra e alle libagioni.

Dal punto di vista museale, l’opera è perduta.

Dal punto di vista rituale, potrebbe aver raggiunto esattamente il proprio scopo.

È una distinzione che dovrebbe essere tenuta presente quando i vèvè vengono trasformati in arte da parete.

Il disegno permanente può essere bellissimo e perfettamente legittimo come espressione artistica haitiana.

Ma è diventato qualcos’altro.

Vèvè e poto mitan

La relazione fra il vèvè e il poto mitan costituisce uno dei punti più importanti della grammatica spaziale della cerimonia Vodou.

Nel peristilio tradizionale il palo centrale non rappresenta semplicemente un elemento architettonico. È coinvolto nella costruzione rituale del passaggio fra il mondo umano e quello dei lwa; danze, saluti e processioni si organizzano attorno a esso.

I vèvè possono essere tracciati in relazione a questo centro.

La loro disposizione contribuisce a trasformare il pavimento del peristilio in una cartografia rituale.

È come se lo spazio smettesse momentaneamente di essere uniforme.

Qui viene chiamato uno spirito.

Lì vengono collocate le sue offerte.

Quella linea appartiene a un altro lwa.

Al centro si trova il punto attorno al quale l’intera azione si organizza.

La cerimonia costruisce dunque contemporaneamente una topografia visibile e una geografia invisibile.

L’interpretazione del poto mitan come asse cosmico e del vèvè come punto attraverso cui la presenza spirituale viene orientata è stata sviluppata sia dalla letteratura antropologica sia da interpreti interni alla tradizione. Ancora una volta bisogna evitare di irrigidire la metafora.

Il lwa non è un treno obbligato a seguire una rotaia grafica.

Il vèvè non costituisce un dispositivo automatico che, una volta completato, costringe uno spirito a comparire.

Questa seconda interpretazione deve essere respinta con particolare decisione, perché ha avuto grande fortuna nella letteratura occultistica.

Il linguaggio di alcuni autori del Novecento parlava dei vèvè come di figure capaci di «obbligare» le forze astrali alla manifestazione. È un vocabolario influenzato anche da categorie esoteriche occidentali e non descrive adeguatamente tutta la complessità del sèvi lwa.

Il Vodou è costruito sulla relazione.

Si chiama.

Si prepara.

Si serve.

Si offre.

Il ritualista conosce il modo appropriato di farlo, ma la competenza non trasforma il lwa in un automa.

Questa differenza separa nettamente il servizio religioso dalla caricatura del mago che disegna un sigillo per comandare uno spirito.

Il vèvè invita una presenza dentro un ordine rituale.

Non ne abolisce la volontà.

Segno, nome e chiamata

Esiste un’affinità profonda fra disegnare un vèvè e pronunciare un nome.

Entrambi permettono di evitare l’indeterminatezza.

Non si chiama genericamente «uno spirito».

Si chiama qualcuno.

Il nome distingue Legba da Danbala, Ogou da Agwe, Freda da Dantò.

Il vèvè compie visivamente qualcosa di analogo.

Dà una configurazione riconoscibile alla relazione.

Per questo un vèvè incompleto o profondamente deformato non è semplicemente un’immagine meno bella.

Può cessare di essere quello che pretende di essere.

La precisione rituale non nasce dal perfezionismo estetico, ma dalla necessità di sapere chi si sta chiamando.

Qui il paragone con la firma possiede una certa utilità.

Una firma identifica una persona senza raffigurarne il volto. Può esistere in forme leggermente diverse e continuare a essere riconoscibile. La sua validità dipende però anche dal contesto nel quale viene utilizzata.

Il vèvè è molto più di una firma, ma condivide questa capacità di rendere presente un’identità attraverso una struttura grafica.

Alcuni praticanti utilizzano espressioni che lo avvicinano alla «firma» del lwa.

È bene non prenderle troppo letteralmente.

Il lwa non ha disegnato necessariamente quel segno come un uomo firma un contratto.

La comunità ha costruito nel tempo una forma visuale attraverso la quale sa rivolgersi a lui.

La firma, in questo caso, è anche una porta.

Lo stesso spirito, più segni

La pluralità dei vèvè mette in crisi una delle domande più frequenti del pubblico contemporaneo: «Qual è il vero simbolo di questo lwa?»

La risposta spesso dovrebbe essere: dipende dalla tradizione alla quale stai chiedendo.

Prendiamo Legba.

Esistono strutture ampiamente riconoscibili legate alla croce, al bastone, al passaggio e alla funzione di apertura. Eppure le versioni possono variare significativamente. Lo stesso accade con Ogou, Ezili, Simbi e numerose altre figure.

In alcuni casi la differenza corrisponde a manifestazioni specifiche dello spirito.

Ogou Feray non è semplicemente un nome alternativo di Ogou Badagri, e le differenti identità possono possedere configurazioni grafiche proprie.

In altri casi la variazione deriva dalla casa.

Un lignaggio ha trasmesso una determinata forma; un altro ne conserva un’altra.

Esistono poi differenze regionali e trasformazioni prodotte dalla diaspora.

Il segno è stabile abbastanza da essere riconoscibile e mobile abbastanza da restare vivo.

È una caratteristica comune a molta arte rituale orale.

Quando manca un canone centrale stampato, la tradizione non viene conservata attraverso l’identità fotografica delle copie.

Viene conservata attraverso strutture di somiglianza.

Il problema nasce quando una singola versione viene estratta da un libro e proclamata «il vèvè autentico».

Può essere autentica.

Non per questo è l’unica.

Le grandi forme e ciò che suggeriscono

Pur evitando un dizionario meccanico dei simboli, alcuni esempi permettono di comprendere il modo in cui il linguaggio grafico entra nella personalità dei lwa.

Nei vèvè associati a Legba il motivo cruciforme può richiamare il crocevia e la funzione di apertura e comunicazione. La presenza di bastoni o elementi verticali dialoga con la figura dello spirito anziano che rende percorribile la strada rituale.

Con Danbala e Ayida Wèdo compaiono naturalmente forme serpentiformi, talvolta organizzate simmetricamente o intrecciate, capaci di evocare movimento, acqua, continuità e la complementarità delle due potenze.

Agwe può essere riconosciuto attraverso la nave e segni che richiamano il mare, trasformando il vèvè quasi in una piccola architettura navale.

Nel complesso Ezili ricorrono cuori e strutture che vengono frequentemente associate ad amore, desiderio, bellezza e relazione, ma le differenze fra Freda, Dantò e altre manifestazioni impediscono di ridurre l’intera famiglia a quel solo motivo.

I Gede e i Bawon portano dentro il linguaggio grafico croci, tombe, forme cimiteriali e altri elementi legati al territorio dei morti.

Ogou può presentare armi, strumenti, stelle, elementi marziali e strutture che rimandano alla sua relazione con ferro e autorità.

Non si tratta di illustrazioni didattiche.

Il segno non racconta tutto ciò che il lwa è.

Se bastasse vedere una nave per comprendere Agwe, non sarebbe necessaria una tradizione orale.

Il vèvè concentra.

Il canto espande.

La possessione mostra.

Il racconto ricorda.

L’offerta stabilisce reciprocità.

È l’insieme a costruire conoscenza.

Vèvè e possessione

La relazione fra il segno tracciato e l’arrivo del lwa conduce inevitabilmente alla possessione.

Durante una grande cerimonia, il vèvè appartiene a un sistema di richiamo che comprende musica, canto, danza, saluti, offerte e sequenze rituali. Il manifestarsi di un lwa attraverso il proprio chwal non viene attribuito semplicemente alla presenza materiale del disegno.

Se così fosse, ogni copia di un vèvè produrrebbe automaticamente una possessione.

L’esperienza reale dimostra l’assurdità dell’idea.

La figura funziona dentro una liturgia.

Questo dato permette di distinguere il pensiero rituale dalla superstizione meccanica.

Il segno da solo non è una leva.

È una componente della relazione.

Quando lo spirito arriva, però, il disegno può acquistare retrospettivamente una qualità ancora diversa. Ciò che era stato tracciato come chiamata si trova adesso nella stessa stanza della presenza che identificava.

Il rapporto fra rappresentazione e rappresentato diventa momentaneamente molto sottile.

Un osservatore occidentale potrebbe dire che la comunità associa mentalmente il disegno allo spirito e successivamente riconosce nella possessione la realizzazione di quella associazione.

È una descrizione possibile sul piano cognitivo.

Non coincide con ciò che la religione afferma.

Per il praticante il vèvè non ha soltanto predisposto la mente.

Ha partecipato al servizio del lwa.

E il lwa è arrivato.

Una geometria che non è «geometria sacra» nel senso moderno

La complessità visuale dei vèvè ha favorito un’altra assimilazione contemporanea: quella alla cosiddetta geometria sacra.

Il paragone può essere suggestivo, perché simmetria, asse, croce, circolarità e ripetizione sono elementi presenti in molte figure.

Tuttavia il vèvè non deriva da una teoria universale delle proporzioni cosmiche comparabile a quella che l’esoterismo contemporaneo attribuisce al Fiore della Vita, alla sezione aurea o ai solidi platonici.

La sua geometria è rituale prima di essere matematica.

L’ordine delle forme serve a rendere riconoscibile una presenza e a collocarla nello spazio della cerimonia.

Cercarvi necessariamente codici astronomici, rapporti numerici occulti o mappe cosmologiche universali significa spesso aggiungere al segno più di quanto la documentazione permetta di sostenere.

Questo non implica che la struttura non possieda profondità simbolica.

Implica qualcosa di più impegnativo: la profondità deve essere cercata nella tradizione che ha prodotto il disegno.

Non in quella che l’osservatore desidererebbe trovarvi.

La croce e il problema delle origini

La frequenza delle strutture cruciformi nei vèvè merita un discorso particolare perché mostra perfettamente quanto sia difficile separare le matrici storiche del Vodou.

La croce cristiana era onnipresente nel mondo coloniale di Saint-Domingue e rimase centrale nella cultura religiosa haitiana. I santi, i crocifissi, i rituali cattolici e la simbologia cristiana entrarono profondamente nell’immaginario Vodou.

Ma nell’Africa centro-occidentale esistevano molto prima della formazione di Haiti cosmogrammi cruciformi nei quali l’intersezione di assi poteva esprimere rapporti fra mondo dei vivi e mondo dei morti, passaggi, cicli e frontiere.

Non è quindi necessario scegliere fra «croce africana» e «croce cristiana» ogni volta che una forma simile compare.

La creolizzazione consente sovrapposizioni.

Un segno può continuare a funzionare perché tradizioni differenti vi riconoscono significati compatibili senza che nessuna cancelli completamente l’altra.

A questo si aggiunge l’influenza massonica, particolarmente evidente in alcuni settori della cultura visuale haitiana fra Ottocento e Novecento. Compassi, squadre, occhi, stelle, bare, scale e altri elementi della simbologia delle logge entrarono nell’arte haitiana e, in alcuni contesti, nell’iconografia rituale.

Sostenere che i vèvè siano «simboli massonici travestiti» sarebbe altrettanto sbagliato quanto ignorare qualsiasi influenza.

Il loro linguaggio si è formato attraverso secoli di accumulo.

La domanda corretta non è sempre: da quale cultura proviene questa figura?

Può essere: quante culture hanno imparato a riconoscersi dentro questa figura?

Dal pavimento alla bandiera

Il vèvè non è rimasto confinato al terreno del peristilio.

Una delle sue più spettacolari trasformazioni avviene nei drapo Vodou, le bandiere rituali spesso decorate con migliaia di perline e paillettes. Qui il disegno effimero diventa immagine durevole.

Il passaggio è significativo.

Sulla bandiera il vèvè può identificare il lwa al quale il drapo appartiene, accompagnato oppure sostituito da immagini di santi cattolici, attributi spirituali e motivi decorativi. La luce riflessa dalle paillettes trasforma il segno, gli conferisce una presenza visiva completamente diversa dalla polvere sul pavimento.

Eppure le due forme appartengono alla stessa costellazione.

La bandiera può entrare nella cerimonia.

Viene portata, mossa, salutata.

Non è semplicemente pittura appesa.

La cultura visuale Vodou dimostra così una straordinaria capacità di spostare un motivo fra superfici differenti senza perderne necessariamente la relazione religiosa.

Dal terreno alla stoffa.

Dalla stoffa al metallo.

Dal metallo alla pittura.

Oggi persino allo schermo digitale.

Il problema non consiste nel fatto che il vèvè venga rappresentato fuori dal pavimento rituale. Gli artisti haitiani lo fanno da generazioni.

La questione è ciò che accade quando la rappresentazione viene separata completamente dalla storia che la rende intelligibile.

Arte, mercato e trasformazione contemporanea

I vèvè sono diventati uno degli elementi visivi più riconoscibili dell’identità haitiana.

Compaiono in dipinti, sculture, gioielli, tessuti, manifesti e produzioni contemporanee. Artisti Vodou e non Vodou li hanno rielaborati in modi estremamente differenti, talvolta mantenendo un rapporto diretto con il significato religioso, altre volte utilizzandoli come elementi della cultura nazionale.

Non esiste quindi una ragione valida per sostenere che ogni vèvè debba essere considerato segreto o che riprodurlo artisticamente sia automaticamente sacrilego.

La realtà haitiana smentisce questa posizione.

Ma il fatto che un simbolo sia pubblico non lo rende culturalmente neutro.

Un vèvè utilizzato da un artista haitiano in dialogo con la propria storia religiosa non è la stessa cosa di un simbolo copiato casualmente per conferire «atmosfera voodoo» alla confezione di un prodotto horror.

Il disegno può sopravvivere a molti spostamenti.

Non a qualsiasi significato senza conseguenze.

La diaspora ha ulteriormente ampliato questo processo. Vèvè vengono tracciati in ounfò di Miami, New York, Boston, Montréal e altre città lontane dall’isola. Gli stessi segni compaiono sulle pareti di centri culturali, nei lavori di artisti haitiano-americani e in contesti nei quali religione, identità diasporica e memoria nazionale si sovrappongono.

In alcuni casi il vèvè diventa quasi una dichiarazione: ciò che i vecchi stereotipi occidentali avevano presentato come prova di superstizione viene esibito come parte di un patrimonio culturale e religioso complesso.

Il segno che un tempo veniva tracciato sul terreno e cancellato alla fine del rito acquista così una seconda vita politica.

Rimane sacro.

Diventa anche memoria.

Tatuare il vèvè

La diffusione contemporanea dei tatuaggi con vèvè merita una considerazione separata perché mette in contatto due idee quasi opposte.

Il vèvè rituale tradizionale è effimero.

Il tatuaggio aspira alla permanenza.

Alcuni iniziati e praticanti scelgono consapevolmente di portare sul corpo simboli collegati ai propri lwa e possono farlo entro una relazione religiosa precisa. In altri casi il disegno viene scelto esclusivamente per ragioni estetiche o sulla base di interpretazioni reperite online.

Non esiste una posizione universalmente condivisa da tutte le case Vodou sull’intera questione.

Ciò che può essere detto con maggiore sicurezza è che un tatuaggio non crea da solo una relazione con il lwa.

Disegnarsi il vèvè di Ogou sulla pelle non rende figli di Ogou.

Portare quello di Ezili non stabilisce un mèt tèt.

La permanenza grafica non sostituisce la genealogia rituale.

Questo principio vale anche per amuleti, pendenti e altri oggetti contemporanei.

Il vèvè può identificare.

Non conferisce automaticamente ciò che identifica.

Il problema dell’appropriazione magica

Nell’occultismo contemporaneo i vèvè vengono talvolta utilizzati come sigilli autonomi all’interno di rituali costruiti fuori dal Vodou.

Il procedimento è semplice: si sceglie il lwa in base alla funzione desiderata, si stampa il simbolo, si accendono candele del colore suggerito da un sito internet, si aggiunge un’offerta e si tenta di stabilire un contatto.

Dal punto di vista storico, questa pratica appartiene soprattutto alla ricezione occidentale del Vodou, non alla struttura tradizionale della religione haitiana.

Il problema non consiste semplicemente nel fatto che una persona esterna «non abbia il permesso di guardare» un vèvè pubblico.

È più profondo.

L’intero procedimento trasforma una relazione religiosa in una tecnologia individuale.

Il lwa diventa funzione.

Il vèvè diventa pulsante.

L’offerta diventa pagamento.

La tradizione diventa database.

È esattamente il contrario della logica del sèvi lwa.

Questo non significa che soltanto un sacerdote possa pronunciare il nome di un lwa o che ogni forma di devozione debba essere iniziatica. Il Vodou comprende una vasta religiosità domestica e familiare, e i rapporti con gli spiriti non appartengono esclusivamente agli houngan e alle mambo.

Significa che il vèvè non dovrebbe essere confuso con un dispositivo universale di evocazione che mantiene la stessa funzione indipendentemente dal sistema nel quale viene collocato.

Un’immagine può essere copiata.

Il contesto no.

Vèvè, sigillo e presenza: il confronto esoterico

Per chi studia magia cerimoniale occidentale, grimori e tradizioni ermetiche, il confronto con i sigilli rimane comunque troppo interessante per essere semplicemente proibito.

Vale la pena compierlo con maggiore precisione.

Nel grimorio, il sigillo può identificare un’intelligenza, un angelo o uno spirito e partecipare alla costruzione del rapporto rituale. La sua corretta forma viene spesso considerata importante. Può essere tracciato su pergamena, metallo, cera o altri materiali e inserito in un sistema di nomi, preghiere, tempi astrologici e strumenti consacrati.

Il vèvè svolge alcune funzioni analoghe.

Identifica.

Localizza.

Entra nel rito.

Concorre alla chiamata.

La differenza più importante non risiede quindi nel fatto che uno sarebbe «magico» e l’altro «religioso».

Risiede nella genealogia della relazione.

Il vèvè appartiene a un sistema nel quale lo spirito viene servito attraverso comunità, possessione, musica, danza, parentela rituale e memoria familiare. Il suo significato è inseparabile da questa società umana e invisibile.

Il sigillo grimoriale appartiene invece a un’altra concezione dell’operatore, dello spirito e dell’autorità rituale.

Confonderli perché entrambi sono disegni sacri sarebbe come identificare una partitura musicale e una preghiera soltanto perché entrambe utilizzano segni su carta.

La forma simile non cancella la differenza di funzione.

Una lettura psicologica

Dal punto di vista psicologico il vèvè possiede una capacità notevole di concentrare l’attenzione.

La preparazione lenta del disegno introduce progressivamente la comunità in uno spazio differente da quello quotidiano. Il riconoscimento del simbolo anticipa il lwa che verrà servito; attiva memorie di feste precedenti, racconti, caratteristiche della possessione, canti e aspettative condivise.

Il vèvè può quindi funzionare come un potentissimo dispositivo cognitivo.

Rende visibile l’assenza.

Prima che il lwa si manifesti, la sua presenza culturale è già organizzata davanti agli occhi di tutti.

Quando i partecipanti vedono il segno di una specifica potenza, sanno quali canti stanno per essere eseguiti, quale comportamento potrebbe caratterizzare una possessione, quali offerte appartengono a quella relazione e quale parte dell’universo religioso sta per essere portata al centro.

La psicologia della ritualità può leggere tutto questo in termini di attenzione condivisa, priming, memoria collettiva, aspettativa e costruzione culturalmente regolata dell’esperienza.

La spiegazione è utile.

Non è esaustiva.

Per il praticante il vèvè non prepara soltanto la comunità a immaginare il lwa.

Lo chiama.

Questa differenza dovrebbe essere mantenuta visibile ogni volta che si passa da un livello interpretativo all’altro.

Il segno non è la presenza

Esiste infine una distinzione che sembra contraddire tutto ciò che è stato detto e proprio per questo va formulata con precisione.

Il vèvè rende presente senza essere la presenza.

Non è il lwa.

Può identificarlo, costruire uno spazio per il suo servizio e partecipare alla sua chiamata, ma il disegno non deve essere confuso con l’entità che indica.

Questa distanza impedisce sia il feticismo più ingenuo sia la riduzione puramente simbolica.

Se il vèvè fosse semplicemente il lwa, basterebbe possedere il disegno per possedere lo spirito.

Se fosse soltanto una rappresentazione arbitraria, la correttezza della forma e il suo uso rituale perderebbero importanza.

Il Vodou si colloca in una zona più sottile.

La materia può partecipare alla presenza senza esaurirla.

Un principio che ritorna continuamente nella religione.

L’acqua dedicata non è soltanto acqua, ma non diventa il lwa.

Il poto mitan partecipa al passaggio, ma non è lo spirito che arriva.

Il corpo del chwal viene occupato durante la possessione, ma il lwa non viene ridotto al corpo umano che lo ospita.

Il vèvè appartiene allo stesso sistema di relazioni.

È un luogo dove qualcosa può accadere.

Non l’intera cosa che accade.

Quando il disegno scompare

Alla fine della cerimonia rimane raramente ciò che una fotografia scattata all’inizio avrebbe mostrato.

Le linee sono state attraversate.

Le offerte hanno sporcato la simmetria.

Il rum o l’acqua hanno scavato piccoli vuoti nella polvere.

La cera si è raffreddata.

I piedi hanno trascinato parti del disegno verso i margini del peristilio.

Non sarebbe difficile ricostruirlo il giorno dopo.

Ma non sarebbe lo stesso vèvè.

Quello apparteneva a quella cerimonia.

Alla chiamata pronunciata in quella notte.

Alle persone che erano presenti.

Al lwa che veniva servito.

È qui che il segno Vodou mostra forse la distanza maggiore dal simbolo occultistico collezionato in un manuale.

La sua precisione non serve a renderlo eterno.

Serve a renderlo esatto nel momento in cui occorre.

Per questo la domanda più interessante non è soltanto che cosa significhi una certa linea.

È che cosa le accade dopo essere stata tracciata.

Un vèvè perfettamente conservato può essere un documento prezioso.

Un vèvè cancellato dai piedi può avere compiuto il proprio lavoro.

E nella mattina che segue, quando sul pavimento rimangono soltanto farina, cera e impronte, nessuno deve necessariamente ridisegnarlo per provare che il lwa sia stato lì.

Il segno poteva scomparire.

Era la presenza che si stava cercando.

INSTAGRAM

Prepara la condivisione

Copia il testo, poi usa il menu di condivisione del telefono e scegli Instagram.

Scarica immagine