La città rimaneva dall’altra parte delle fortificazioni, abbastanza vicina perché se ne distinguessero i tetti, abbastanza lontana perché per qualche ora il suono potesse appartenere ad altri. Sulla terra battuta si disponevano ceste, dolci di riso, arachidi, piccoli oggetti da vendere; poi arrivavano i tamburi, le zucche percosse e agitate, strumenti a corde che agli osservatori europei ricordavano vagamente il banjo, mandibole animali fatte risuonare con un bastoncino. Qualcuno cominciava un canto e il cerchio rispondeva. Nel mezzo si danzava. Intorno si comprava, si conversava, si cercava una persona arrivata da un’altra piantagione, si ascoltava una lingua che forse non si udiva da settimane.
Non era libertà. Chi partecipava poteva essere venduto il giorno seguente.
Ma per alcune ore il padrone non decideva ogni movimento del corpo.
Quello spazio sarebbe diventato Congo Square.
Oggi il nome sembra indicare qualcosa di perfettamente definito, quasi un santuario civico destinato fin dalla fondazione di New Orleans a conservare la cultura africana. La storia è meno ordinata. Gli africani schiavizzati si riunivano la domenica in diversi punti della città e dei suoi dintorni molto prima che un’unica area fosse destinata alle loro assemblee; utilizzavano argini, cortili, spazi aperti, piantagioni e piazze, secondo ciò che l’autorità permetteva o momentaneamente tollerava. Il Code Noir promulgato per la Louisiana francese nel 1724 prescriveva l’interruzione del lavoro domenicale, ma questo non significava affatto riconoscere agli schiavi un diritto autonomo di riunione. La possibilità di incontrarsi rimase sempre revocabile e diventava particolarmente sospetta ogni volta che le autorità temevano disordini o insurrezioni. Soltanto nel 1817 un’ordinanza municipale stabilì che le riunioni degli schiavi destinate alla danza e al divertimento dovessero svolgersi in un luogo indicato dal sindaco; lo spazio oggi chiamato Congo Square divenne allora il principale punto autorizzato per quelle assemblee.
La distinzione è importante perché modifica il significato politico del luogo. Congo Square non fu una concessione illuminata attraverso la quale New Orleans riconobbe agli africani il diritto di preservare la propria cultura. Fu anche un dispositivo di controllo. Concentrare le riunioni in un’area determinata consentiva alle autorità di sapere dove gli schiavi si trovassero, sorvegliarli più facilmente e impedire che assemblee numerose si distribuissero in zone meno accessibili. Ciò che per la comunità nera poteva diventare spazio di socialità, memoria e relativa autonomia era, contemporaneamente, uno spazio che il potere aveva deciso di rendere visibile.
È questa ambivalenza a restituire Congo Square alla sua vera complessità. Non un frammento di Africa miracolosamente sottratto alla schiavitù, ma un luogo controllato che gli africani e i loro discendenti riuscirono a utilizzare per finalità assai più vaste di quelle previste da chi li controllava.
Lo stesso terreno cambiò più volte nome. Nei documenti e nelle testimonianze compaiono Place Publique, Place des Nègres, Place Congo, Congo Plains, Circus Square e altre denominazioni. Il nome Congo Square si diffuse gradualmente nel XIX secolo e soltanto molto più tardi divenne ufficiale. Nel 1893 la città denominò formalmente l’area Beauregard Square in onore del generale confederato P. G. T. Beauregard, mentre la memoria popolare continuò a utilizzare Congo Square; nel 2011 il Consiglio comunale di New Orleans restituì ufficialmente al luogo il nome con il quale la comunità lo aveva ricordato per generazioni.
Dietro il nome Congo, però, non si trovava una popolazione esclusivamente kongolese.
Le comunità nere della Louisiana coloniale erano il risultato di successive ondate della tratta atlantica e possedevano una composizione estremamente articolata. Durante il periodo francese una parte molto consistente delle persone deportate direttamente in Louisiana proveniva dalla Senegambia, mentre altre arrivavano dall’area del golfo del Benin e dall’Africa centro-occidentale. Sotto il dominio spagnolo aumentò significativamente la presenza di persone provenienti dalla regione Kongo-Angola; durante la successiva epoca americana continuarono ad arrivare africani e individui precedentemente schiavizzati in altre parti degli Stati Uniti e del Caribe. Congo Square finì così per raccogliere Mandinka, Wolof, persone indicate nelle fonti come Bambara, Kongo, Mina e appartenenti a molti altri gruppi, insieme ad afro-creoli nati in Louisiana e a uomini e donne provenienti da Saint-Domingue, Cuba e altri territori caraibici.
Le denominazioni etniche riportate dagli osservatori devono essere usate con prudenza. Alcune corrispondevano effettivamente ad appartenenze riconosciute dagli africani stessi; altre erano categorie geografiche o commerciali applicate dagli europei a popolazioni più complesse. Eppure le testimonianze ottocentesche suggeriscono qualcosa di particolarmente importante: almeno nelle prime fasi, gruppi differenti tendevano talvolta a disporsi separatamente durante le danze, formando cerchi riconoscibili secondo quella che gli osservatori chiamavano la loro “nazione”. Non si era quindi davanti a una cultura africana già uniformata dalla deportazione. Le differenze sopravvivevano.
Congo Square permette di osservare precisamente il passaggio fra conservazione e creolizzazione.
Un uomo poteva riconoscere un ritmo appartenente alla propria regione e ignorarne un altro. Una donna poteva comprendere le parole di un canto mentre chi le stava accanto ne percepiva soltanto il ritmo. Alcuni strumenti evocavano modelli familiari; altri appartenevano a popolazioni sconosciute prima dell’arrivo in Louisiana. La schiavitù aveva costretto queste persone nello stesso spazio senza renderle automaticamente una comunità. Il lavoro culturale necessario per diventarlo richiese generazioni.
Le danze della domenica furono uno degli ambienti nei quali quel lavoro divenne possibile.
Gli osservatori descrissero cerchi composti da musicisti, danzatori e spettatori attivi: chi stava all’esterno non assisteva passivamente, ma batteva le mani, rispondeva ai cantori, agitava sonagli, vocalizzava e sostituiva i danzatori stanchi. Venivano suonati tamburi ricavati anche da tronchi scavati o recipienti adattati, zucche sonore, strumenti simili alla kalimba, banza a corde, balafon, flauti o canne raggruppate, corni e mandibole animali; con il tempo entrarono sempre più spesso anche violini, triangoli, tamburelli e altri strumenti di provenienza europea. Fra i nomi delle danze riportati dalle fonti compaiono Bamboula, Calinda, Congo, Juba e Carabine.
Non dobbiamo immaginare questi nomi come se identificassero coreografie perfettamente conservate nella loro forma africana originaria. Il corpo diasporico modifica ciò che ricorda.
Una danza imparata in Africa poteva continuare in Louisiana cambiando musica, passi, contesto e persino significato; una danza caraibica poteva arrivare attraverso Saint-Domingue e incontrare una struttura ritmica già presente; elementi europei potevano essere incorporati senza eliminare l’impostazione africana del movimento. Nel corso dell’Ottocento, man mano che diminuiva la percentuale di africani nati nel continente e aumentavano le generazioni nate in Louisiana, questa trasformazione divenne ancora più evidente. Le danze continuarono, ma non erano più semplicemente danze africane trasportate oltre l’Atlantico. Stavano diventando afroamericane.
La musica segue lo stesso processo. Chiamata e risposta, sovrapposizione ritmica, forte relazione fra percussione e movimento, improvvisazione e partecipazione collettiva continuarono a caratterizzare la cultura musicale nera di New Orleans ben oltre la scomparsa delle grandi danze domenicali di Congo Square. Questi elementi confluirono successivamente, insieme a blues, ragtime, bande militari, tradizioni musicali creole, musica europea e numerose altre correnti, nel paesaggio dal quale sarebbe emerso il jazz. National Park Service e Smithsonian riconoscono a Congo Square un ruolo fondamentale nella conservazione pubblica di strutture musicali africane che continuarono a influenzare la cultura sonora di New Orleans.
Definirla semplicemente “la culla del jazz”, tuttavia, è efficace dal punto di vista turistico e molto meno dal punto di vista storico.
Il jazz non nasce una domenica pomeriggio quando un tamburo africano incontra una tromba europea. La sua formazione appartiene alla New Orleans della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento, quando musicisti afroamericani, creoli di colore, bande di ottoni, pianisti, bluesmen e tradizioni di danza elaborano progressivamente un nuovo linguaggio. Congo Square rappresenta uno degli antenati decisivi di questo processo perché contribuì a mantenere udibile una concezione africana del ritmo e della partecipazione musicale, non perché vi sia possibile individuare il primo brano jazz della storia.
Prima di essere spazio musicale, però, Congo Square era anche mercato.
La domenica permetteva alle persone schiavizzate di vendere beni prodotti, coltivati, raccolti o preparati durante il tempo che riuscivano a sottrarre al lavoro imposto. Le testimonianze ricordano dolci di riso, praline, arachidi tostate, prodotti agricoli, bevande e numerose altre merci. Donne nere, libere e schiavizzate, svolgevano un ruolo particolarmente visibile in questa economia informale. Il denaro ricavato poteva servire per acquistare cibo e oggetti, sostenere famiglie, costruire piccoli margini di indipendenza e inserirsi in una più ampia economia nera urbana.
È facile sottovalutare il significato di una moneta posseduta da qualcuno che giuridicamente apparteneva a un’altra persona.
In Louisiana, soprattutto durante il periodo spagnolo, alcuni schiavi riuscirono anche ad accumulare denaro attraverso attività svolte nel proprio tempo e a utilizzarlo nei complessi processi di automanumissione consentiti dalla legislazione. La pratica della coartación rese possibile a numerosi individui acquistare la propria libertà, mentre la comunità dei gens de couleur libres, le persone libere di colore, crebbe considerevolmente nel corso del XVIII secolo. Congo Square non fu naturalmente una fabbrica di emancipazioni e non disponiamo di una documentazione che permetta di collegare ogni venditore del mercato a un successivo affrancamento, ma apparteneva a quell’economia urbana nella quale persone schiavizzate potevano gestire quantità limitate di denaro e instaurare relazioni che la condizione servile avrebbe teoricamente dovuto negare loro.
La presenza dei liberi di colore rende il luogo ancora più interessante.
A Congo Square non si incontravano soltanto schiavi appartenenti a piantagioni o famiglie urbane. Partecipavano anche uomini e donne neri legalmente liberi, alcuni dei quali possedevano proprietà, esercitavano mestieri specializzati, ricevevano istruzione e utilizzavano il sistema giudiziario in modi impossibili per chi era schiavo. Durante il dominio spagnolo la loro popolazione aumentò notevolmente, e a New Orleans le donne libere di colore erano numericamente particolarmente significative. Questa comunità occupava una posizione intermedia e contraddittoria dentro la società razziale: possedeva diritti negati agli schiavi senza essere accettata come equivalente della popolazione bianca, e alcuni suoi membri furono essi stessi proprietari di schiavi.
A Congo Square queste differenze non sparivano, ma entravano fisicamente in contatto.
Un lavoratore schiavizzato proveniente da una piantagione poteva incontrare un artigiano nero libero, una venditrice creola, un marinaio caraibico, qualcuno arrivato di recente dall’Africa e qualcuno nato a New Orleans. La piazza costruiva una rete sociale che attraversava almeno temporaneamente alcune delle divisioni sulle quali la schiavitù fondava il proprio controllo.
Era precisamente questo a inquietare una parte degli osservatori bianchi.
Gli angloamericani giunti numerosi dopo l’acquisto della Louisiana del 1803 provenivano spesso da un ambiente protestante nel quale la domenica avrebbe dovuto essere dedicata alla compostezza religiosa. La cultura cattolica creola di New Orleans, nella quale dopo la messa si poteva mangiare, bere, incontrarsi e divertirsi, appariva già insolita; vedere centinaia di neri, schiavi e liberi, radunati pubblicamente per vendere, suonare e danzare risultava ancora più sconcertante. L’architetto Benjamin Henry Latrobe, che osservò una di queste riunioni nel 1819, rimase colpito tanto dalla dimensione africana degli strumenti e delle danze quanto dal fatto che un’assemblea così numerosa potesse svolgersi senza il disordine che evidentemente si aspettava.
Quello sguardo è prezioso e insieme pericoloso.
Prezioso perché gli osservatori hanno conservato dettagli che altrimenti sarebbero andati perduti; pericoloso perché descrivevano ciò che vedevano attraverso categorie razziali ottocentesche. Parole come “selvaggio”, “frenesia”, “estasi” e descrizioni di danzatori apparentemente fuori controllo dicono qualcosa dello spettacolo osservato, ma dicono almeno altrettanto dell’uomo bianco che cercava di interpretarlo.
Il corpo africano veniva continuamente rappresentato come eccessivo.
Se danzava con intensità, era selvaggio. Se entrava in uno stato alterato, era isterico. Se la musica produceva una risposta collettiva, mancava di autocontrollo.
Questa lente diventerà particolarmente importante quando le stesse categorie verranno applicate al Louisiana Voodoo.
Congo Square occupa infatti una posizione delicata nella storia religiosa della città. È indiscutibile che fra coloro che vi si riunivano esistessero concezioni e pratiche religiose africane e afro-creole e che alcune di esse confluirono nella formazione del Voodoo di New Orleans. Testimonianze e ricostruzioni storiche descrivono persone che portavano oggetti contenenti erbe e sostanze protettive, abiti e ornamenti dotati di valore religioso, canti e comportamenti inseparabili dalle cosmologie africane che li avevano prodotti. La memoria spirituale attraversava la piazza insieme alla musica.
Ma Congo Square non deve essere trasformata retroattivamente nel “tempio del Voodoo di New Orleans”.
Questa è una distinzione fondamentale.
Il fatto che una danza possa possedere origine o significato religioso non significa che ogni danza pubblica fosse una cerimonia Voodoo. Il fatto che praticanti di tradizioni dalle quali sarebbe emerso il Louisiana Voodoo frequentassero Congo Square non significa che i riti più riservati della religione venissero celebrati apertamente davanti a curiosi, giornalisti e autorità. Una parte della pratica religiosa aveva ogni ragione per rimanere privata.
Confondere l’intera cultura africana con il Voodoo produce inoltre un risultato paradossale: invece di riconoscere la ricchezza della società nera, la riduce a una sola religione.
Una persona poteva partecipare a una danza perché apparteneva alla propria memoria culturale senza aderire alle stesse pratiche rituali di chi ballava accanto. Poteva essere cattolica, seguire concezioni africane, possedere un amuleto, consultare un guaritore e non considerare queste appartenenze reciprocamente esclusive. Le categorie moderne con cui tentiamo di dividere religione, musica, medicina, festa e magia non corrispondono necessariamente alle categorie attraverso cui quelle persone organizzavano la propria esperienza.
Per il Louisiana Voodoo, Congo Square fu probabilmente importante meno come santuario che come infrastruttura culturale.
Vi circolavano persone.
E con le persone circolavano parole, ritmi, racconti, reputazioni, conoscenze delle piante, notizie su guaritori, modi di pregare, ricordi di cerimonie, informazioni su chi fosse capace di preparare un determinato oggetto o intervenire su una determinata malattia.
Una religione orale non ha bisogno di un seminario per trasmettersi.
Ha bisogno che le persone possano incontrarsi.
È precisamente ciò che la schiavitù cercava di rendere difficile. Vendere un uomo lontano dalla famiglia non significava soltanto trasferire forza-lavoro: spezzava genealogie, interrompeva trasmissioni, cancellava maestri e separava bambini da persone che avrebbero dovuto insegnare loro nomi, storie e rituali.
Qualunque luogo nel quale tali collegamenti potessero essere ricostruiti assumeva quindi un’importanza che eccedeva la semplice socialità.
Qui il significato esoterico di Congo Square può essere formulato senza inventare un passato che le fonti non documentano. Non occorre immaginare una gigantesca cerimonia segreta celebrata ogni domenica. È sufficiente osservare che una tradizione spirituale sopravvive attraverso corpi che ricordano.
Un ritmo può essere archivio.
Un passo di danza può conservare qualcosa che non è mai stato scritto.
Il modo di rispondere a una voce solista può trasmettere una concezione della comunità. La disposizione circolare può essere contemporaneamente forma coreutica, organizzazione dello spazio e memoria di pratiche lontane. Una lingua pronunciata in un canto può sopravvivere dopo essere quasi scomparsa dalla conversazione quotidiana.
Da questo punto di vista Congo Square non conserva soltanto “folklore”.
Conserva tecnologie della memoria.
Il termine tecnologia non è eccessivo. Gli esseri umani hanno elaborato sistemi di conservazione del sapere molto prima della scrittura e continuano a utilizzarli accanto a essa. Ritmo, ripetizione, formula, canto, gesto e rituale permettono di trattenere informazione nel corpo. In condizioni di deportazione forzata, quando libri e istituzioni non possono essere trasferiti, questa memoria incorporata diventa ancora più importante.
La psicologia contemporanea può osservare nell’attività ritmica collettiva fenomeni di sincronizzazione, coesione sociale, regolazione emotiva e rafforzamento dell’identità comunitaria. Per persone sottoposte per il resto della settimana a un regime nel quale il corpo apparteneva giuridicamente a un padrone, danzare secondo un ritmo scelto dalla propria comunità possedeva inevitabilmente anche una dimensione psichica straordinaria.
Ma sarebbe limitante concludere che la danza servisse soltanto a “scaricare lo stress” della schiavitù.
Il corpo non si limitava a rilassarsi.
Ricordava chi lo aveva preceduto.
Anche la dimensione spirituale deve quindi restare nel proprio registro. Se un canto era rivolto a una potenza, se un oggetto portato sul corpo era ritenuto protettivo o se un ritmo partecipava a una concezione religiosa, il ricercatore contemporaneo può analizzarne gli effetti psicologici ma non dovrebbe sostituire alla spiegazione dei praticanti una metafora terapeutica. Per chi viveva quelle cosmologie, gli spiriti non erano tecniche di resilienza.
Erano spiriti.
L’arrivo di persone provenienti da Saint-Domingue rese ulteriormente complesso questo universo. La Rivoluzione haitiana e gli sconvolgimenti successivi produssero migrazioni verso la Louisiana, spesso attraverso Cuba, che portarono a New Orleans bianchi, liberi di colore e persone schiavizzate già immerse nella cultura afro-creola caraibica. Congo Square divenne così uno dei luoghi nei quali repertori provenienti direttamente dall’Africa potevano incontrare tradizioni che avevano già attraversato una prima trasformazione nelle Antille.
Un ritmo arrivato dal Kongo poteva quindi raggiungere la Louisiana attraverso due strade differenti: direttamente con un africano deportato e indirettamente attraverso qualcuno nato o vissuto a Saint-Domingue.
Le due versioni non dovevano più essere identiche.
È una delle ragioni per cui cercare “l’origine” di un singolo elemento del Louisiana Voodoo può diventare tanto difficile. L’Atlantico non funzionava come una freccia che andava una sola volta dall’Africa all’America. Persone e pratiche si muovevano fra isole, porti e colonie, ritornavano, cambiavano nome e incontravano tradizioni imparentate che avevano seguito altri percorsi.
Congo Square era uno dei punti in cui queste traiettorie diventavano udibili.
È più difficile stabilire quale ruolo vi svolgesse ciò che oggi chiameremmo Hoodoo. Rootwork e Conjure appartengono alla storia spirituale degli Afroamericani del Sud e pratiche di guarigione, amuletica, uso rituale delle piante e divinazione circolavano certamente fra le comunità nere della Louisiana. Non disponiamo però di documentazione sufficiente per trasformare Congo Square in un mercato specializzato di magia Hoodoo. È plausibile che informazioni, materiali e reputazioni di operatori viaggiassero attraverso le medesime reti sociali del mercato domenicale; molto meno corretto sarebbe descrivere bancarelle traboccanti di gris-gris e formule magiche come se le fonti ce ne avessero lasciato un catalogo.
La prudenza non impoverisce il luogo.
Lo rende più interessante perché permette di distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo.
Sappiamo che vi si vendeva.
Sappiamo che vi si suonava e danzava.
Sappiamo che schiavi e persone libere di colore vi si incontravano.
Sappiamo che sopravvivevano lingue, strumenti, ritmi e concezioni religiose africane.
Da queste condizioni possiamo comprendere come Congo Square abbia contribuito alla conservazione delle reti dalle quali anche Voodoo e Conjure dipendevano, senza dover trasformare ogni incontro in una cerimonia occulta.
Il ruolo delle donne merita un’attenzione particolare proprio sotto questo aspetto.
Le venditrici partecipavano all’economia domenicale e le donne libere di colore occupavano nella società creola attività che potevano offrire un’elevata capacità di relazione: commercio, lavanderia, sartoria, gestione di pensioni, assistenza alla maternità, cura. Nella New Orleans successiva saranno proprio donne nere e creole a raggiungere alcune delle posizioni più celebri di autorità nel Louisiana Voodoo. Non esiste una linea documentaria che permetta di dire che Congo Square “creò le Voodoo Queens”, ma l’ambiente sociale nel quale queste figure poterono affermarsi non è separabile dalle reti urbane costruite da generazioni di donne nere.
Marie Laveau appartiene alla generazione successiva a quella in cui Congo Square raggiunse la propria maggiore notorietà. Quando la sua reputazione divenne dominante nell’Ottocento, la città possedeva già da decenni luoghi nei quali donne di colore potevano vendere, incontrare clienti, scambiare informazioni e costruire relazioni che attraversavano status giuridici e categorie razziali.
L’autorità religiosa raramente nasce nel vuoto.
Ha bisogno di una rete che sappia che quella persona esiste.
Il mercato domenicale aiutava a produrre reti.
Proprio questa relativa autonomia spiega perché le riunioni rimasero vulnerabili all’intervento delle autorità. La libertà di movimento degli schiavi non era mai considerata un diritto stabile. Una rivolta reale o anche soltanto il timore di una congiura poteva determinare nuove restrizioni. Dopo la Rivoluzione haitiana, l’idea che grandi quantità di neri potessero riunirsi autonomamente possedeva inevitabilmente un significato diverso per una società schiavista americana: Saint-Domingue aveva appena dimostrato cosa potesse accadere quando gli schiavi trasformavano una rete in insurrezione.
Non abbiamo prove per descrivere Congo Square come centro organizzativo di rivolte.
La paura bianca non richiedeva che lo fosse.
La semplice possibilità che persone schiavizzate parlassero fra loro senza che il padrone comprendesse tutto ciò che dicevano era già politica.
Anche il ritmo poteva sembrare sospetto perché produceva una comunità che non dipendeva dall’autorizzazione culturale della società dominante.
Nel corso dell’Ottocento le grandi riunioni diminuirono gradualmente. Non esiste un singolo momento in cui Congo Square cessò improvvisamente di essere ciò che era stata. Nel 1823 l’apertura di strutture commerciali più centralizzate nel French Market indebolì parte delle attività di vendita; fra 1839 e 1840 l’apertura del grande Tremé Market nelle vicinanze contribuì ulteriormente a spostare il commercio. Cambiamenti urbanistici, nuove costruzioni, piantumazioni e una progressiva americanizzazione della città modificarono lo spazio; contemporaneamente diminuiva il numero di africani nati nel continente capaci di ricordare direttamente danze e lingue apprese prima della deportazione. Le pratiche si trasformarono prima di scomparire dalla piazza.
Questo è un passaggio importante perché la storia di Congo Square è stata spesso raccontata come quella di una sopravvivenza africana improvvisamente interrotta dalla modernità americana.
Accadde qualcosa di più sottile.
L’Africa non sparì quando smisero le grandi danze.
Era già entrata altrove.
Nei quartieri neri, nei funerali, nei canti di lavoro, nelle feste, nelle bande, nel Mardi Gras nero, nelle tecniche ritmiche, nel Voodoo, nel Conjure, nelle cucine, nei modi di muovere il corpo e nelle relazioni comunitarie, ciò che aveva attraversato Congo Square continuò a modificarsi.
Una tradizione può lasciare un luogo senza lasciare la cultura.
Il successivo sviluppo della musica di New Orleans lo mostra in modo particolarmente evidente. Dopo la Guerra Civile, bande di ottoni, società di mutuo soccorso, musicisti creoli di formazione europea e tradizioni musicali afroamericane produssero nuovi ambienti sonori. Le parate delle associazioni nere e quelle che diventeranno le second lines continuarono a legare musica, comunità, strada e movimento corporeo. Il National Park Service riconosce queste continuità senza ridurre il jazz a una singola origine: Congo Square appartiene alla genealogia, ma la genealogia continua molto oltre il quadrato di terra nel quale erano avvenute le danze.
Nel Novecento la piazza stessa dovette invece essere recuperata dalla propria rimozione simbolica.
Il nome ufficiale Beauregard Square aveva sovrapposto alla memoria africana quella di un generale confederato; grandi interventi urbanistici del XX secolo trasformarono inoltre il Tremé e l’area circostante, mentre la costruzione del complesso che sarebbe diventato Louis Armstrong Park modificò profondamente il tessuto urbano storico. Nel 1970 proprio lì si tenne la prima edizione del New Orleans Jazz & Heritage Festival, quasi come se la città avesse ricominciato a utilizzare quel terreno per una funzione che la storia gli aveva assegnato molto prima: riunire persone attraverso musica, cibo e cultura.
La restituzione ufficiale del nome Congo Square nel 2011 ha completato soltanto in parte questo recupero. Oggi l’area all’interno di Louis Armstrong Park continua a ospitare manifestazioni, commemorazioni ed eventi culturali, mentre la città stessa la riconosce come uno dei luoghi fondamentali della propria storia afroamericana.
Ma un luogo di memoria non è necessariamente un luogo pacificato.
Congo Square continua a essere contesa proprio perché ciò che vi si vuole ricordare cambia secondo chi racconta la storia. Può diventare la “culla del jazz” e perdere gli schiavi che vi danzavano; può diventare simbolo dell’Africa e perdere gli afro-creoli della Louisiana; può essere trasformata in santuario Voodoo e perdere il mercato, la socialità e la pluralità religiosa; oppure può diventare attrazione turistica e perdere quasi tutto.
Restituirle complessità significa accettare che fosse contemporaneamente molte cose.
Mercato e festa.
Spazio di controllo e margine di autonomia.
Luogo degli schiavi e dei liberi di colore.
Africa ricordata e America che stava nascendo.
Territorio pubblico e ambiente nel quale circolavano conoscenze che non erano pubbliche.
La lettura esoterica può aggiungere ancora qualcosa, purché dichiari apertamente di essere un’interpretazione e non un fatto archivistico. Un luogo sul quale generazioni hanno cantato, pregato, scambiato oggetti, ricordato antenati e ricostruito appartenenze può acquisire una qualità diversa per chi concepisce lo spazio come capace di conservare relazione. Non serve immaginare un’energia misurabile né inventare una consacrazione originaria. Il luogo è stato reso significativo dalla ripetizione.
La tradizione occidentale parlerebbe forse di un genius loci.
Il lessico afro-diasporico suggerirebbe piuttosto di chiedersi quali relazioni vi siano state stabilite e quali morti vengano ricordati quando si torna a quel terreno.
La differenza non è soltanto terminologica.
Un luogo di potere non è necessariamente qualcosa che la natura ha prodotto.
Può essere qualcosa che una comunità ha costruito vivendo abbastanza intensamente nello stesso spazio.
In Congo Square questa costruzione possiede una caratteristica ulteriore: gran parte di coloro che la produssero non aveva scelto di trovarsi in Louisiana. Erano stati trasportati attraverso l’Atlantico e venduti. Le loro appartenenze territoriali erano state spezzate con la forza.
Per questo ciò che accadde la domenica possiede un significato che supera persino la storia della musica e del Voodoo.
Persone private del diritto di decidere dove vivere crearono comunque un luogo al quale appartenere.
Non potendo ricostruire il villaggio perduto, costruirono una piazza.
Non potendo riportare con sé l’intera Africa, conservarono ciò che poteva ancora essere portato nel corpo.
E quando quel corpo cominciava a seguire il tamburo, per alcune ore almeno, non obbediva al ritmo della piantagione.

