La terra non viene scavata in un punto qualsiasi. Chi cerca una radice sa che la pianta visibile è soltanto una parte della questione: sotto il terreno rimane ciò che l’ha tenuta ferma durante la pioggia, ciò che ha cercato l’acqua al buio, ciò che ha accumulato abbastanza sostanza da sopravvivere quando il resto della pianta scompare. Nel rootwork afroamericano questa concretezza non viene cancellata dal significato spirituale; al contrario, ne costituisce spesso il fondamento. Una radice pesa, resiste, odora, può essere conservata, portata addosso, collocata in un contenitore. Una calamita attrae davvero il ferro. Il pepe brucia realmente. Il sale modifica ciò che tocca. Il gesto rituale comincia così, non da una natura trasformata in allegoria, ma dall'osservazione di una materia che possiede già proprietà proprie.
È uno dei punti essenziali per comprendere Hoodoo, Conjure e Rootwork senza ridurli a una collezione di superstizioni botaniche. Le tradizioni sviluppatesi nelle comunità afroamericane del Sud degli Stati Uniti utilizzarono radici, foglie, cortecce, fiori, semi e resine, ma anche pietre, minerali, terre, acque, resti animali e numerosi oggetti della vita quotidiana. La parola rootwork, dunque, non significa semplicemente «magia con le radici». Le radici divennero talmente rappresentative della pratica da dare il nome, in molte aree, all'intero mestiere del rootworker o root doctor, ma la sua materia operativa fu sempre più vasta. Le fonti storiche, etnografiche e archeologiche mostrano inoltre che guarigione vegetale e Conjure potevano sovrapporsi senza coincidere: non ogni conoscitore di erbe era un conjurer e non ogni conjurer esercitava la medicina popolare, benché alcune figure ricoprissero entrambe le funzioni.
Ciò che oggi chiamiamo Hoodoo non fu il semplice trapianto negli Stati Uniti di un sistema africano già completo. Nacque dall'esperienza storica specifica degli afroamericani, inizialmente nel mondo della schiavitù, attraverso la ricomposizione di concezioni provenienti soprattutto dall'Africa occidentale e centro-occidentale con il nuovo ambiente nordamericano, con conoscenze botaniche indigene, pratiche terapeutiche euroamericane e, progressivamente, con il cristianesimo nero. Parlare di «influenze» può tuttavia essere troppo poco: uomini e donne deportati si trovarono costretti a riconoscere una flora diversa, a individuare sostituti locali per piante non disponibili, a sperimentarne gli effetti e a reinterpretarle all'interno di concezioni religiose già possedute. Il risultato fu una tradizione afroamericana nuova, mutevole da regione a regione, ma capace di conservare modi africani di pensare la relazione fra esseri umani, spiriti, antenati e mondo materiale.
Per questo è fuorviante immaginare un antico libro delle corrispondenze Hoodoo nel quale a ogni pianta fosse assegnato una volta per tutte un significato. Una parte consistente delle associazioni oggi presentate online come regole universali appartiene a un processo molto più recente di catalogazione, standardizzazione e commercializzazione. Nelle pratiche storiche la conoscenza poteva essere familiare, regionale, personale e perfino segreta. Una pianta poteva essere scelta per le sue caratteristiche fisiche, per il nome popolare, per l'ambiente in cui cresceva, per un'associazione narrativa, per l'impiego terapeutico, per qualcosa accaduto durante la raccolta o semplicemente perché un determinato rootworker aveva imparato da qualcuno che quella era la pianta adatta. Lo stesso materiale poteva inoltre essere impiegato diversamente in comunità differenti. La tradizione non era priva di regole; erano regole trasmesse attraverso pratiche vive, non necessariamente organizzate in una tassonomia uniforme.
Una materia che agisce
La distinzione occidentale moderna fra una sostanza «naturale» e il significato simbolico attribuitole dall'essere umano spiega soltanto parzialmente ciò che accade nel rootwork. In molte testimonianze e nelle interpretazioni di studiosi della religione afroamericana emerge una concezione più relazionale: radice, foglia, pietra, acqua o terra non sono necessariamente oggetti passivi ai quali il praticante appiccica arbitrariamente un significato, ma realtà dotate di una qualità propria con cui è possibile entrare in rapporto. Alcuni praticanti contemporanei parlano esplicitamente di spirito della pianta o della radice; fonti più antiche possono utilizzare un vocabolario differente, ma mostrano ugualmente un'attenzione alla provenienza, alla raccolta, al trattamento e alla disposizione della materia che eccede la semplice funzione decorativa.
Non bisogna trasformare questo dato in una dottrina teologica uniforme dell'Hoodoo. Non esiste un catechismo che obblighi ogni rootworker a credere alla presenza letterale di uno spirito individuale in ogni pianta. Esistono però abbastanza testimonianze per riconoscere un principio ricorrente: la materia possiede qualità che contano. Una pietra raccolta in un luogo non equivale necessariamente a una pietra identica proveniente da un altro; l'acqua di una tempesta non è la stessa cosa dell'acqua di una sorgente; la terra di un cimitero assume significato anche attraverso la persona cui appartiene la tomba; una radice acquistata può essere considerata diversamente da una radice raccolta personalmente. Nel linguaggio esoterico si potrebbe parlare di una combinazione di analogia, contagio, qualità intrinseca e relazione. È tuttavia preferibile non imporre al Hoodoo le categorie della magia cerimoniale europea: le somiglianze esistono, ma il sistema storico e culturale che le organizza è differente.
È qui che diventa comprensibile la potenza della radice. La parte sotterranea di una pianta possiede caratteristiche materiali particolarmente adatte a un oggetto rituale: è compatta, resistente, spesso assume forme singolari e può essere conservata a lungo. Ma la radice rimanda anche a ciò che sostiene senza mostrarsi. Questa seconda lettura può essere sviluppata filosoficamente e psicologicamente, purché non venga scambiata per la spiegazione storica della pratica. Per un interprete contemporaneo la radice può rappresentare continuità, memoria, appartenenza o una forza psichica non immediatamente visibile; per il rootworker tradizionale, tuttavia, la radice non deve necessariamente «rappresentare» qualcosa. Può essere quella cosa concreta che possiede il potere richiesto. La differenza sembra minima, ma separa due concezioni radicalmente diverse del rito.
Uno degli esempi più eloquenti è High John the Conqueror, probabilmente la radice più famosa dell'intera tradizione afroamericana di Conjure. High John non è riducibile a una specie botanica. Il nome appartiene contemporaneamente a un complesso di racconti, a una figura della cultura popolare afroamericana e a una radice portata o impiegata come charm. Nelle narrazioni raccolte nel Novecento, John appare come l'eroe che sopravvive attraverso astuzia, capacità di rovesciare la situazione e irriducibilità interiore: può essere sconfitto apparentemente e tuttavia trovare il modo di sottrarsi al dominio. Questa dimensione rende comprensibile la sua associazione con forza personale, fortuna, protezione, successo e capacità di prevalere nelle circostanze avverse. Studi specifici sulla tradizione di High John mostrano inoltre quanto sia rischioso identificare il charm con una singola specie botanica: le fonti storiche sono incoerenti, diverse radici sono state vendute sotto quel nome e probabilmente esistettero variazioni locali. L'identità rituale, in altre parole, poteva essere più importante dell'identificazione tassonomica.
Il caso di High John mostra anche perché sia insufficiente spiegare queste pratiche con la cosiddetta «dottrina delle segnature». Certamente il comportamento e l'aspetto di una pianta possono suggerire un uso rituale, e questa logica si incontra in moltissime culture. Ma nel Conjure intervengono anche il nome, la storia, il luogo, la memoria collettiva e l'esperienza. High John agisce dentro una trama culturale. Non è soltanto una radice dalla forma suggestiva: porta con sé una narrazione afroamericana sulla possibilità di non concedere all'oppressore l'ultima parola.
Accanto a High John, la documentazione storica e novecentesca registra una materia botanica molto più ampia. Cinquefoil o Five Finger Grass, piante indicate con nomi popolari come Devil's Shoestring, diverse radici denominate John, piante aromatiche, cortecce, peperi, resine e vegetali medicinali entrarono in repertori regionali e, successivamente, nei cataloghi delle aziende di forniture spirituali. È necessario mantenere cautela quando si tenta di attribuire a ciascuno un significato assoluto: persino gli studi sulla cultura materiale mostrano che nomi commerciali, identificazioni botaniche e usi tradizionali non coincidono sempre perfettamente.
Il ginseng americano offre un altro caso significativo. Le comunità afroamericane, soprattutto in aree appalachiane e meridionali, parteciparono alla raccolta, all'uso medicinale e al commercio di radici selvatiche, e la relazione fra conoscenza erboristica e Hoodoo non può essere separata dal problema più generale della sopravvivenza materiale. Una pianta poteva curare, essere venduta, diventare charm o svolgere più funzioni contemporaneamente. Il confine fra medicina, economia domestica e pratica spirituale risultava molto meno netto di quanto una classificazione moderna possa far pensare. Le testimonianze raccolte dallo Smithsonian mostrano la continuità di questa conoscenza vegetale nelle comunità nere e la memoria di epoche nelle quali la medicina praticata dagli afroamericani poteva perfino essere ostacolata o proibita.
Anche l'incontro con le popolazioni native americane ebbe un ruolo nella formazione di alcuni repertori botanici, ma è opportuno evitare una formula troppo semplice secondo la quale gli africani avrebbero semplicemente «preso in prestito» un erbario indigeno. Nel Sud coloniale e schiavista i contatti fra africani, afroamericani, popolazioni native ed europei furono complessi: vi furono scambi, convivenze, matrimoni, deportazioni e differenti forme di coercizione. Allo stesso tempo, gli africani non arrivavano privi di conoscenze botaniche. Portavano concezioni mediche e religiose proprie e soprattutto metodi per interpretare e sperimentare le piante. La nuova flora americana venne quindi incorporata all'interno di sistemi di conoscenza che erano già capaci di riconoscere proprietà terapeutiche e rituali. È più corretto parlare di creolizzazione e innovazione che di semplice accumulo di prestiti.
Curare il corpo, curare la condizione
Nelle fonti afroamericane la parola «healing» acquista spesso un'estensione che una concezione puramente biomedica non possiede. Un individuo può soffrire per una malattia fisica, ma può anche trovarsi in una condizione spiritualmente compromessa, essere perseguitato dalla sfortuna, vivere un conflitto familiare, sentirsi minacciato o ritenersi vittima di Conjure. Il rootworker può quindi intervenire sul corpo oppure sulla condizione complessiva nella quale la persona si trova. Yvonne Chireau ha sottolineato proprio questa ampiezza del concetto di guarigione: riequilibrare una relazione o liberare qualcuno da una situazione ostile può appartenere allo stesso universo operativo che comprende il trattamento di un'afflizione fisica.
Storicamente, questa sovrapposizione fu particolarmente importante nelle comunità schiavizzate e successivamente segregate, nelle quali l'accesso alle cure mediche era limitato, discriminatorio o affidato a sistemi nei quali le persone nere avevano buone ragioni per non sentirsi sicure. Guaritori, levatrici e conoscitori delle piante mantennero e svilupparono repertori terapeutici propri. Le fonti documentano tisane, decotti, cataplasmi e numerosi altri rimedi vegetali, alcuni dei quali potevano possedere una reale attività farmacologica, altri derivavano da interpretazioni tradizionali della malattia, altri ancora combinavano trattamento fisico, preghiera e rituale.
Non sarebbe però corretto utilizzare l'efficacia farmacologica di alcune piante per «dimostrare» il Hoodoo. Una sostanza può avere principi attivi e contemporaneamente essere inserita in una pratica religiosa; i due livelli non si confermano né si escludono reciprocamente. Allo stesso modo, riconoscere il valore storico della medicina afroamericana non significa considerare sicuro ogni rimedio tramandato. Alcune piante utilizzate nella medicina popolare del passato sono tossiche e alcune sostanze minerali tradizionalmente impiegate possono risultare irritanti o pericolose. La documentazione storica descrive ciò che le persone facevano; non trasforma automaticamente quelle pratiche in indicazioni mediche contemporanee.
Per il rootworker, inoltre, la stessa pianta poteva essere medicina in una circostanza e materia spirituale in un'altra. Ciò spiega una parte della terminologia ambivalente delle fonti, nelle quali il root doctor può apparire ora come guaritore, ora come specialista di Conjure. La medicina occidentale moderna tende a chiedere immediatamente quale molecola produca un determinato effetto; il sistema tradizionale poteva invece interrogare contemporaneamente corpo, comportamento, relazioni sociali e azione spirituale. Non si tratta necessariamente di un rifiuto della causalità fisica, quanto di un'estensione della causalità a un mondo considerato più ampio.
Da un punto di vista psicologico contemporaneo, si può leggere questa pratica come un modo di restituire possibilità d'azione a persone esposte a condizioni sulle quali possedevano un controllo materiale ridottissimo. Durante la schiavitù e, più tardi, sotto la segregazione razziale, un charm di protezione, una radice portata addosso o un lavoro destinato a ottenere giustizia potevano offrire una forma di agency simbolica e concreta. È un'interpretazione sostenuta da una parte della storiografia, e aiuta a comprendere la funzione sociale del Conjure. Ma sarebbe riduttivo concludere che il rito «servisse soltanto a sentirsi meglio». Dal punto di vista dei praticanti, il lavoro spirituale interveniva realmente sugli eventi. La lettura psicologica appartiene all'osservatore moderno; la lettura religiosa appartiene al mondo interno della tradizione. Confonderle significa perdere entrambe.
Pietre, ferro, sale e terre
Il termine rootwork rischia di far dimenticare quanto sia minerale il Hoodoo. Pietre, ferro, sale, polveri, terre e materiali provenienti da luoghi specifici compaiono continuamente nella cultura materiale della tradizione. Qui emerge con particolare chiarezza una logica operativa che parte dalle proprietà concrete delle cose.
La magnetite naturale, comunemente chiamata lodestone, costituisce l'esempio quasi perfetto. La pietra attira realmente il ferro. In una pratica fondata sulle corrispondenze operative, questa proprietà rende immediatamente comprensibile il suo impiego simbolico nell'attrazione. La forza invisibile del magnetismo offre inoltre una metafora straordinariamente concreta dell'efficacia occulta: qualcosa si muove senza essere toccato. Nel Hoodoo novecentesco la lodestone diventa una delle materie classiche associate a lavori di attrazione e può essere trattata quasi come un oggetto vivente, mantenuto e «nutrito» secondo usanze differenti. Non occorre pensare che una teoria astratta del magnetismo rituale abbia preceduto la pratica. È probabilmente vero il contrario: il comportamento della pietra rendeva evidente ciò che era in grado di fare.
Il ferro possiede una storia ancora più ampia. Chiodi, ferri di cavallo, frammenti metallici e altri oggetti compaiono tanto nelle tradizioni afroamericane quanto in differenti culture europee e africane, e attribuirne ogni uso a una sola origine sarebbe metodologicamente imprudente. L'archeologia delle comunità afroamericane schiavizzate ha rinvenuto depositi intenzionali contenenti ferro e altri materiali in prossimità di case, ingressi e punti architettonicamente significativi. L'interpretazione di questi reperti richiede cautela, perché un oggetto insolito non costituisce automaticamente una prova di ritualità, ma configurazioni ripetute e contesti particolari hanno permesso agli archeologi di riconoscere in diversi casi pratiche protettive e possibili continuità con concezioni centroafricane.
Il sale appartiene a una categoria diversa. È domestico, economico, quotidiano e al tempo stesso chimicamente attivo: conserva, disidrata, modifica. Proprio la sua ubiquità lo rende un materiale ideale per una magia popolare che non necessita di strumenti spettacolari. Nelle tradizioni del Sud americano compare in pratiche di protezione, separazione e purificazione, ma anche qui il significato non appartiene esclusivamente al Hoodoo. Il sale possiede una storia rituale vastissima in culture africane, europee e mediterranee. Il dato importante è dunque non tanto stabilire una remota origine unica, quanto osservare come venga reinserito nel sistema afroamericano e combinato con altri materiali e con la preghiera.
Lo zolfo, o brimstone, compare anch'esso nella cultura del Conjure, soprattutto nell'universo delle polveri e delle pratiche aggressive, difensive o di allontanamento. Il suo odore, la sua combustibilità e la lunga associazione biblica con fuoco e giudizio gli conferiscono una densità simbolica immediatamente leggibile in una tradizione profondamente attraversata dal cristianesimo nero. Tuttavia lo zolfo è un materiale irritante e combustibile: il fatto che sia storicamente documentato non rende prudenti imitazioni prive di conoscenze specifiche.
Particolarmente importante è poi la terra. In termini strettamente mineralogici non è una sostanza unica, eppure nel Hoodoo rappresenta uno dei materiali più sofisticati dal punto di vista rituale perché il suo significato dipende dal luogo. La terra di una casa, di una strada, di un tribunale, di una banca o di un cimitero non è intercambiabile. In questa logica la materia conserva una relazione con ciò che vi accade. Gli studiosi della magia potrebbero descriverla attraverso il concetto di contagio: il luogo trasferisce alla terra una qualità che può essere portata altrove. Ma nel Conjure la relazione è spesso più precisa di quanto suggerisca questa formula astratta. La terra di una tomba, per esempio, non è semplicemente «terra del regno dei morti»: può assumere significato attraverso l'identità, la reputazione e la relazione con il defunto. La morte non cancella la persona e il cimitero non diventa un deposito anonimo di energia funeraria.
Questa concezione introduce direttamente il tema del lavoro con i morti, trattato separatamente nella sezione, ma permette di comprendere un principio generale del Hoodoo: la provenienza di una materia è parte della materia stessa. Il luogo non costituisce soltanto lo sfondo geografico del rituale. Può entrare fisicamente nel lavoro.
La polvere di mattone rosso, divenuta uno dei materiali più riconoscibili dell'immaginario contemporaneo di New Orleans, appartiene allo stesso universo della materia trasformata dal luogo e dalla funzione. È documentata nella tradizione locale soprattutto come materiale protettivo associato alle entrate e ai confini domestici. Le ricostruzioni moderne le attribuiscono talvolta origini africane estremamente specifiche che non sono sempre dimostrabili. È più prudente affermare ciò che la documentazione consente: il red brick dust è fortemente associato al folklore magico di New Orleans e compare nelle raccolte sul Hoodoo del Novecento; le genealogie che pretendono di ricondurre ogni dettaglio direttamente a una singola popolazione africana richiedono invece prove che spesso mancano.
In questa materia apparentemente umile si vede bene la distanza fra Hoodoo e occultismo cerimoniale. Il materiale non acquista dignità perché raro. Una radice, una moneta, un pezzo di ferro o la polvere di un vecchio mattone possono risultare più appropriati di un cristallo prezioso proprio perché appartengono al mondo nel quale il lavoro deve agire. La potenza non coincide necessariamente con il valore economico dell'oggetto.
Raccolta, preparazione e intenzione
Conoscere il nome di una pianta non equivaleva a conoscere il lavoro. La trasmissione tradizionale comprendeva anche il momento e il modo della raccolta, la parte da prendere, il trattamento successivo e la relazione con il materiale. Alcune testimonianze moderne conservano l'idea che una pianta debba essere avvicinata attraverso preghiera, rispetto o offerta; altre famiglie possiedono procedure differenti. È impossibile ricostruire un unico protocollo antico valido per tutto il Sud afroamericano, e chi presenta oggi una sequenza standard come «il modo tradizionale Hoodoo» dovrebbe essere letto con prudenza.
La preparazione poteva assumere forme estremamente semplici. La radice intera poteva essere portata sulla persona; materiali vegetali potevano entrare in una mojo hand; erbe e minerali potevano essere combinati in polveri; altri ingredienti venivano utilizzati in lavaggi, bagni, unzioni o fumigazioni. Ciò che rendeva il composto operativo non era però soltanto l'elenco degli ingredienti. Preghiera, parole pronunciate, salmi, nome della persona interessata, modo di collocare il materiale e comportamento successivo appartenevano all'efficacia complessiva del lavoro. La pagina dedicata alla Bibbia e alla parola operativa approfondisce questa dimensione, ma è importante ricordarla anche qui: separare completamente la materia dalla parola produce un Hoodoo mutilato.
È in questo senso che il termine conjure conserva tutta la sua precisione. Non basta possedere gli oggetti. Occorre saperli mettere in relazione e farli lavorare. La competenza del rootworker consiste anche nel riconoscere quale materia corrisponda alla situazione concreta del cliente. Le fonti storiche descrivono persone consultate per guarigione, protezione, problemi sentimentali, lavoro, giustizia, conflitti e difesa da altre pratiche di Conjure. La materia cambia perché cambia la condizione.
Questa logica spiega anche la possibilità di usi opposti. Una tradizione popolare fortemente pragmatica raramente divide l'intera natura in ingredienti «bianchi» e «neri». Il pepe può proteggere o aggredire; una terra funeraria può essere associata a un lavoro ostile oppure alla ricerca di assistenza da parte del defunto; una radice legata al dominio può essere interpretata come mezzo per imporsi su qualcuno oppure come forza necessaria per resistere a chi tenta di dominare. Il giudizio morale non è contenuto automaticamente nella sostanza. Dipende dall'intenzione, dalla relazione e dalla concezione etica del praticante.
È anche qui che la storia sociale del Hoodoo diventa indispensabile. Termini moderni come «domination», «court case», «protection» o «enemy work» possono sembrare categorie astratte di un catalogo occultistico; inseriti nella storia afroamericana cambiano peso. Per una persona schiavizzata, impedire una punizione o una vendita significava sopravvivere. Per una persona nera nel Sud segregazionista, cercare protezione dalla violenza o ottenere un trattamento favorevole davanti alle istituzioni non era un capriccio esoterico. Il Conjure si sviluppò dentro rapporti di potere reali, e una parte della sua materia porta ancora l'impronta di quelle necessità. Le testimonianze di ex schiavi e gli studi storici mostrano ripetutamente l'uso di charm, radici e pratiche protettive in rapporto alla violenza, alla fuga, alla libertà e al controllo esercitato dagli schiavisti.
Dalla terra alla bottega
A New Orleans la storia della materia Hoodoo assume nel Novecento una forma particolarmente interessante. Il passaggio dalla società rurale alla città modifica inevitabilmente il rapporto con le piante. Il rootworker che vive vicino a boschi, campi e paludi può raccogliere direttamente una parte dei propri materiali; chi vive in un ambiente urbano deve procurarseli attraverso mercati, farmacie e negozi specializzati. Questo cambiamento non elimina la pratica, ma la trasforma.
Le migrazioni afroamericane dal Sud verso le città del Nord, del Midwest e dell'Ovest ampliarono ulteriormente il problema. Persone che portavano con sé conoscenze familiari si trovarono lontane dai territori nei quali determinate piante erano facilmente accessibili. Tra l'inizio e la metà del Novecento crebbe così un mercato di radici essiccate, erbe, polveri, oli, incensi, talismani e prodotti già preparati. Giornali afroamericani e cataloghi postali contribuirono a creare una rete nazionale del Conjure. In parte questo fenomeno permise alla tradizione di adattarsi alla modernità urbana; in parte la sottrasse al controllo delle famiglie e dei praticanti che l'avevano trasmessa.
New Orleans ebbe uno dei casi più celebri con il Cracker Jack Drugstore, divenuto nel corso del Novecento un importante punto di vendita di materiali Hoodoo. La documentazione ricostruita da Carolyn Morrow Long mostra scaffali di radici, erbe, cortecce, semi, resine, polveri, oli, lavaggi, bagni, incensi, medaglie, immagini religiose e candele. Il negozio serviva il pubblico locale ma svolse anche attività per corrispondenza, mostrando quanto il Hoodoo urbano fosse ormai inserito in circuiti commerciali ben più vasti della singola comunità di quartiere.
Questo passaggio è cruciale perché cambia anche il modo in cui le corrispondenze vengono pensate. Per vendere una radice attraverso un catalogo occorre darle un nome stabile e spiegare al cliente a cosa serve. La conoscenza situata tende allora a trasformarsi in classificazione: una pianta «per fortuna», una radice «per amore», un olio «per denaro», una polvere «per protezione». Nasce gradualmente quella grammatica commerciale delle formule che oggi molti identificano con il Hoodoo stesso. Non tutto ciò che viene commercializzato è falso, naturalmente. Molti prodotti derivano da usi effettivamente attestati. Ma il mercato semplifica, standardizza e talvolta inventa.
Katrina Hazzard-Donald ha insistito con particolare forza sulla differenza fra quello che definisce il vecchio Hoodoo afroamericano regionale e le forme successivamente commercializzate, modificate o prodotte anche da imprenditori estranei alle comunità nere. Carolyn Morrow Long ha mostrato, dal lato della cultura materiale, quanto l'industria delle forniture spirituali abbia contribuito a plasmare ciò che oggi viene percepito come «tradizionale». Le due prospettive ricordano una cosa essenziale: trovare un ingrediente in un moderno catalogo Hoodoo dimostra l'esistenza di un mercato contemporaneo, non necessariamente l'antichità dell'uso che gli viene attribuito.
Anche High John subì questa trasformazione. Da charm profondamente legato al folklore afroamericano divenne progressivamente un nome commerciale applicato non soltanto a radici differenti, ma anche a oli, profumi, incensi e prodotti fabbricati. Il simbolo sopravvisse, ma la relazione con la materia originale si fece meno stabile. Proprio lo studio storico di High John mostra quanto la commercializzazione possa contemporaneamente conservare una tradizione e modificarla.
Il commercio esoterico contemporaneo ha amplificato ulteriormente questo processo. Internet permette oggi di acquistare quasi qualsiasi «Hoodoo herb» accompagnata da una descrizione pronta all'uso. In questo passaggio la tradizione rischia di assumere l'aspetto di una cucina rituale universale: scegliere uno scopo, cercare l'ingrediente corrispondente, mescolare e attendere il risultato. È precisamente qui che si perde una delle caratteristiche più profonde del rootwork storico. Il sapere non riguardava soltanto che cosa utilizzare, ma chi lo utilizzava, da chi lo aveva imparato, dove era stato raccolto, con quale parola, per quale persona e dentro quale relazione.
Per questo la materia Hoodoo rimane difficile da ridurre a un'enciclopedia di corrispondenze, anche quando le corrispondenze esistono. La radice non è un pulsante. La pietra non è un codice. La terra non è una generica «energia». Sono elementi di una relazione nella quale ambiente, memoria, religione e necessità concreta vengono costretti a stare nello stesso recipiente.
Ed è forse proprio la materia a impedire che il Hoodoo venga trasformato completamente in astrazione. Una radice conserva ancora la forma del terreno che l'ha trattenuta. Una calamita continua ad attrarre il ferro anche quando nessuno la considera magica. La polvere di mattone porta con sé una casa che non esiste più. In una tradizione nata da uomini e donne ai quali furono sottratti terra, famiglia, sicurezza e spesso perfino il diritto di disporre del proprio corpo, il potere attribuito alle cose semplici non è un dettaglio pittoresco. È una delle forme attraverso cui il mondo materiale tornò a essere qualcosa con cui negoziare, difendersi, curare, ricordare e, quando necessario, rispondere.

