Hoodoo e commercio esoterico contemporaneo

Hoodoo e commercio esoterico contemporaneo

Dalla radice raccolta nel bosco alla bottiglia con un’etichetta: mercato, trasformazione e identità del Conjure afroamericano

La bottiglia è già pronta. Il nome promette ciò che deve accadere: fortuna rapida, denaro, amore, protezione, vittoria in tribunale. Non occorre conoscere chi l’ha preparata, non occorre raccontargli la propria storia, e soprattutto non occorre sapere quale radice sia stata raccolta, dove sia cresciuta o perché una determinata sostanza si trovi dentro quel liquido colorato. Basta scegliere il problema dallo scaffale.

È difficile immaginare una distanza maggiore dal rootworker che conosceva personalmente il cliente, raccoglieva una pianta in un luogo preciso e costruiva il lavoro attorno a una situazione concreta. Eppure la bottiglia e quella radice appartengono entrambe alla storia del Hoodoo.

Il commercio esoterico non è infatti un’aggiunta recente e completamente estranea alla tradizione afroamericana del Conjure. Rootworkers, guaritori e conjure doctors furono pagati per i propri servizi ben prima della nascita dell’industria spirituale moderna; erbe, charms e preparazioni circolarono attraverso mercati, farmacie e reti informali almeno dall’Ottocento. La trasformazione decisiva avvenne quando una pratica personale e regionale cominciò a essere convertita in prodotto riproducibile, vendibile a qualcuno che il preparatore non avrebbe mai incontrato.

Da quel momento il Hoodoo entrò in una macchina commerciale capace, nello stesso tempo, di conservarlo, diffonderlo, trasformarlo e talvolta quasi renderlo irriconoscibile.

Il processo cominciò soprattutto fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, accelerò con la Grande Migrazione afroamericana e raggiunse una prima maturità attraverso drugstore, cataloghi postali, giornali neri e grandi aziende di spiritual supplies. Il secondo passaggio avvenne con la diffusione delle botánicas, dei negozi occultistici e delle reti nazionali di distribuzione. Il terzo è quello nel quale viviamo: internet ha reso possibile acquistare in pochi minuti una mojo bag, una bottiglia di condition oil, una presunta High John root, una miscela chiamata graveyard dirt o un intero «kit Hoodoo» da qualsiasi parte del mondo.

Ciò che è diventato più accessibile è diventato anche più difficile da definire.

Il Hoodoo contemporaneo vive precisamente dentro questa contraddizione.

Quando il lavoro aveva ancora il nome del cliente

Il Conjure storico non fu mai completamente estraneo allo scambio economico.

La reputazione di un root doctor poteva estendersi per molte miglia e attirare persone disposte a viaggiare o pagare per una consultazione. Alcuni praticanti esercitavano accanto ad altre occupazioni; altri trasformarono il Conjure in una vera professione. Pagare il guaritore non era concettualmente diverso dal pagare un altro specialista: si acquistavano tempo, conoscenza, materiali e capacità rituale.

La merce principale, tuttavia, non era necessariamente un oggetto.

Era la competenza.

Il cliente arrivava con una condizione: una malattia, una relazione, una causa giudiziaria, un nemico, una perdita economica, una serie di eventi interpretati come jinx. Il praticante ascoltava, poteva diagnosticare il problema attraverso divinazione o esperienza e decideva che cosa preparare.

Il lavoro nasceva quindi dalla persona.

Non da una categoria commerciale.

Due clienti che chiedevano «protezione» potevano ricevere cose differenti perché il pericolo era differente. Una donna minacciata dal compagno, un uomo che temeva una condanna, qualcuno convinto di essere vittima di Conjure e una famiglia che voleva proteggere la casa condividevano una parola moderna, ma non necessariamente lo stesso lavoro.

Questa struttura personale spiega perché molte conoscenze Hoodoo non potessero essere facilmente trasformate in un prodotto standard.

Una mojo hand può contenere un elemento appartenuto al cliente.

Un lavoro con i morti può dipendere dall’identità di una tomba.

Una radice può essere scelta per la reputazione che possiede nella comunità.

Una formula può cambiare dopo aver ascoltato ciò che è accaduto.

La commercializzazione dovette eliminare progressivamente proprio questa parte imprevedibile.

Per vendere a distanza non si può chiedere alla bottiglia di conoscere la storia di chi la comprerà.

Occorre fare l’operazione opposta: ridurre infinite storie individuali a un numero limitato di bisogni riconoscibili.

Amore.

Denaro.

Fortuna.

Protezione.

Giustizia.

Dominio.

Allontanamento.

Da qui nasce una parte considerevole del vocabolario attraverso cui oggi il pubblico identifica il Hoodoo.

La città cambia la radice

Il passaggio dalla società rurale a quella urbana trasformò la pratica ancora prima che intervenissero le grandi aziende.

Nel mondo rurale il rootworker poteva conoscere direttamente l’ambiente nel quale raccoglieva parte delle proprie materie. Piante, cortecce, terre e acque appartenevano a un paesaggio frequentato. Persino quando un ingrediente veniva acquistato, il sapere rimaneva inserito in una cultura nella quale le proprietà delle piante potevano essere trasmesse attraverso famiglie e comunità.

La Grande Migrazione modificò radicalmente questa situazione.

Fra il primo e il secondo dopoguerra milioni di afroamericani lasciarono il Sud per Chicago, Detroit, New York, Philadelphia, Los Angeles e numerose altre città. Il Hoodoo viaggiò con loro, ma il territorio no.

Una persona che si trasferiva dal Mississippi a Chicago non possedeva più automaticamente accesso alle piante raccolte dagli anziani della propria famiglia. L’ambiente urbano riduceva la possibilità di procurarsi autonomamente determinate radici e aumentava il bisogno di intermediari.

Il negozio risolveva il problema.

Poteva vendere radici essiccate provenienti dal Sud.

Poteva spedire oli.

Poteva fornire candele.

Poteva mettere in una scatola qualcosa che fino a una generazione prima avrebbe richiesto un bosco, un orto, un mercato locale o la conoscenza di qualcuno.

La mercificazione del Hoodoo non fu dunque soltanto un’aggressione proveniente dall’esterno.

Rispose anche a una trasformazione reale della vita afroamericana.

Questo punto è importante perché evita una ricostruzione nostalgica nella quale il «vero Hoodoo» rurale sarebbe stato improvvisamente corrotto da commercianti avidi. Il mercato soddisfece bisogni concreti delle stesse comunità nere e contribuì a mantenere disponibili materiali che altrimenti sarebbero diventati difficili da reperire.

Il problema non fu semplicemente l’acquisto.

Fu ciò che l’acquisto cominciò progressivamente a decidere sulla tradizione.

Il drugstore che vendeva due Hoodoo diversi

New Orleans permette di osservare questa trasformazione quasi nella stessa stanza.

Il Cracker Jack Drugstore, attivo come importante punto di riferimento Hoodoo almeno dagli anni Venti, divenne uno dei luoghi più celebri della cultura spirituale afroamericana cittadina. Non possedeva l’aspetto romantico che l’immaginario moderno attribuirebbe a una bottega Voodoo: era innanzitutto un esercizio commerciale inserito nel tessuto urbano di Back o’ Town.

Eppure dietro il bancone circolavano radici, erbe, oli, polveri, bagni, lavaggi, incensi, medaglie religiose, immagini sacre e candele.

Il dettaglio più importante è un altro.

Accanto ai prodotti confezionati con nomi già stabiliti, la clientela afroamericana continuava a chiedere preparazioni personalizzate.

Sul medesimo scaffale convivevano dunque due concezioni della pratica.

Da una parte c’era ancora la prescrizione: qualcuno spiegava il problema e il commerciante o preparatore mescolava ciò che riteneva appropriato.

Dall’altra compariva il prodotto: Attraction, Jinx Removing, Power, Money Drawing, Fast Luck, Compelling, Peaceful Home, Come to Me.

È difficile trovare un’immagine migliore della transizione.

Il vecchio Hoodoo diceva: raccontami che cosa sta succedendo.

Il nuovo commercio diceva: scegli il nome del tuo problema.

Per qualche decennio entrambi continuarono a essere serviti dallo stesso bancone.

Il Cracker Jack sviluppò inoltre un’attività per corrispondenza che raggiungeva clienti lontani dalla Louisiana. La cosa modifica ulteriormente il rapporto fra praticante e materia. Una formula di New Orleans poteva essere spedita a qualcuno che viveva in un altro Stato e che forse non aveva mai incontrato personalmente chi l’aveva preparata.

Il territorio spirituale cominciava a diventare nazionale.

Il catalogo inventa una grammatica

Il catalogo postale non si limitò a distribuire prodotti Hoodoo.

Contribuì a insegnare come pensare il Hoodoo.

Questo passaggio è più profondo di quanto sembri.

Un commerciante deve spiegare rapidamente ciò che vende. Non può raccontare la storia di tutte le varianti regionali di una radice. Deve scrivere poche righe: questo prodotto attira denaro; quest’altro favorisce l’amore; questo protegge; questo allontana.

Il catalogo trasforma quindi una conoscenza flessibile in tassonomia.

Una radice può avere avuto dieci funzioni differenti in comunità diverse. Dopo essere entrata nel mercato nazionale, una di queste può diventare dominante perché è quella stampata sulla confezione.

La confezione viene venduta.

La descrizione viene letta.

La descrizione viene ripetuta.

Dopo qualche generazione, ciò che era stato scelto per ragioni commerciali può tornare nella tradizione presentandosi come antica regola.

È uno dei meccanismi più interessanti attraverso cui il commercio modifica il folklore: non sostituisce necessariamente la tradizione con qualcosa di falso. Seleziona una variante, la rende visibile più delle altre e alla fine ne modifica l’autorevolezza.

La pratica locale diceva: «da noi si usa così».

Il catalogo dice: «questo serve a questo».

La differenza grammaticale diventa una differenza religiosa.

La nascita degli spiritual products

Tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento negli Stati Uniti crebbe una vera industria degli spiritual products.

Non vendeva soltanto oggetti Hoodoo. Il mercato riunì progressivamente elementi provenienti da Conjure afroamericano, cattolicesimo popolare, Spiritual Churches, occultismo euroamericano, New Thought, tradizioni afro-caraibiche e un’immagine spesso fantasiosa dell’Oriente.

Le grandi città divennero centri di produzione e distribuzione.

Chicago, Memphis, New York, Atlanta e altre aree ospitarono aziende capaci di fabbricare oli, incensi, polveri, cosmetici spirituali, saponi, talismani, dream books e manuali. Alcune raggiunsero la clientela afroamericana attraverso pubblicità sui giornali neri, cataloghi postali e reti di agenti.

Il sistema commerciale possedeva un vantaggio formidabile.

Poteva arrivare dove il root doctor locale non arrivava.

Una persona in una piccola comunità rurale poteva inviare denaro per posta e ricevere una formula preparata centinaia di chilometri più lontano.

La conoscenza spirituale diventava logistica.

Ma il prodotto che raggiungeva il cliente non era necessariamente costruito da chi apparteneva alla cultura che gli conferiva significato.

Ed è qui che la storia diventa più scomoda.

Chi vendeva il Hoodoo non era necessariamente Hoodoo

Una parte importante dell’industria spirituale statunitense fu sviluppata da imprenditori non afroamericani.

Il dato non è marginale.

Carolyn Morrow Long ha mostrato come aziende provenienti dal mondo dei cosmetici, dei profumi, dei farmaci e delle merci di fantasia entrarono progressivamente nel mercato degli spiritual products. Alcune compresero che esisteva una vasta clientela afroamericana interessata a prodotti per amore, protezione, fortuna e successo e costruirono linee commerciali appositamente rivolte a quel pubblico.

Nasce una situazione quasi paradossale.

Una tradizione sviluppatasi dalle comunità nere sotto schiavitù e segregazione viene progressivamente codificata, confezionata e venduta anche da imprese che non appartengono a quelle comunità.

Il commerciante deve allora produrre autenticità.

Se non possiede una relazione reale con un rootworker può costruirne l’immagine.

Le confezioni si riempiono così di figure presentate come orientali, africane, native americane, «egiziane», indiane o misteriosamente esotiche. Manuali e cataloghi evocano professori, swami, dottori, principi e maghi la cui biografia può essere in parte o completamente inventata.

Il messaggio è semplice.

Questa merce proviene da un luogo dove esiste ancora un sapere segreto.

Non importa troppo quale luogo.

Basta che sia sufficientemente lontano dalla modernità bianca americana da poter sembrare magico.

Il meccanismo appartiene pienamente alla cultura razziale del periodo.

L’alterità diventa marchio.

L’India immaginaria entra nel Conjure

Una delle trasformazioni più curiose dell’industria Hoodoo riguarda l’enorme presenza, durante il primo Novecento, di figure «hindoo», yogi e swami spesso completamente immaginari.

L’America dell’epoca possedeva già un forte interesse occultistico per l’India. Teosofia, mentalismo, spettacoli di magia, fachiri da palcoscenico e letteratura popolare avevano costruito un Oriente fantastico nel quale l’India rappresentava il deposito di conoscenze segrete antichissime.

Le aziende di spiritual supplies compresero rapidamente il valore di questa immagine.

Formule Hoodoo afroamericane cominciarono a essere pubblicizzate mediante personaggi indiani inventati, manuali firmati da presunti saggi orientali e immagini che non possedevano praticamente alcun rapporto con religioni reali del subcontinente.

Il risultato è significativo.

Una tradizione nera americana viene resa commercialmente più autorevole cancellandone in parte l’origine africana e presentandola come sapienza esotica proveniente da un Oriente immaginario.

La cosa può sembrare assurda soltanto finché non si osserva il funzionamento del mercato.

Nella società razzista americana del primo Novecento, dichiarare apertamente che una pratica proveniva dalla cultura degli ex schiavi poteva ridurne il prestigio presso alcuni consumatori.

Attribuirla a un misterioso maestro indiano poteva aumentarlo.

Il commercio non vende soltanto ciò che le persone desiderano.

Vende anche l’origine che sono disposte a considerare autorevole.

High John diventa un re bianco

Pochi esempi mostrano la trasformazione commerciale meglio di High John the Conqueror.

Nella tradizione afroamericana High John appartiene contemporaneamente al folklore, alla resistenza simbolica alla schiavitù e all’uso di una radice come charm. L’eroe sopravvive perché non permette all’oppressore di possedere completamente la propria intelligenza; la radice porta con sé forza, capacità di prevalere, fortuna e autonomia.

Quando High John entra nell’industria spirituale, accade qualcosa di notevole.

La radice viene standardizzata.

Il nome entra in oli, incensi, polveri e preparazioni che non contengono necessariamente la radice stessa.

L’immagine dell’eroe afroamericano viene progressivamente sostituita su alcune confezioni da quella di un sovrano europeo con corona, mantello e scettro oppure da figure esotiche prive di legame con il folklore originario.

John the Conqueror smette così di essere soltanto il protagonista di una memoria nera.

Diventa un marchio.

Il potere della trasformazione non consiste nel cancellare completamente il nome.

È molto più sottile.

Il nome rimane.

Scompare la storia che spiegava perché significasse qualcosa.

Questo fenomeno dovrebbe essere ricordato ogni volta che incontriamo un prodotto esoterico moderno con un nome «tradizionale».

La continuità del nome non garantisce la continuità del significato.

Il prodotto crea la formula che poi chiamiamo tradizione

Molte categorie oggi considerate quasi inevitabili nel Hoodoo derivano almeno in parte dalla standardizzazione novecentesca.

Fast Luck.

Money Drawing.

Come to Me.

Stay With Me.

Peaceful Home.

Court Case.

Hot Foot.

Jinx Removing.

Commanding.

I concetti ai quali rimandano sono spesso tradizionali. Afroamericani praticavano lavori per denaro, amore, giustizia, allontanamento e protezione molto prima che apparissero quelle etichette.

Ciò che cambia è il modo di organizzarli.

Il commercio trasforma uno scopo in una formula nominata.

Una volta che la formula possiede un nome può generare una famiglia di prodotti.

Esiste l’olio.

Poi l’incenso.

Poi la polvere.

Poi la candela.

Poi il bagno.

Poi il sapone.

Lo stesso nome sembra garantire che tutti condividano la medesima proprietà.

È una trasformazione concettuale enorme.

Il vecchio rootworker poteva partire dalla materia e decidere che cosa farne.

L’industria parte dalla finalità e costruisce una serie di materie che la rappresentano.

Da un sistema di conoscenza della relazione si passa progressivamente a un sistema di branding dell’intenzione.

Non è necessariamente falso.

È diverso.

L’olio che non ha bisogno della pianta

La trasformazione diventa particolarmente evidente negli oli.

Un olio tradizionalmente preparato con determinate piante può acquisire nel commercio un nome indipendente dalla propria composizione.

Dopo abbastanza tempo il cliente compra Money Drawing Oil non perché conosca gli ingredienti, ma perché quello è il nome del risultato desiderato.

La bottiglia diventa quasi una frase imperativa.

Disegna denaro.

Attira amore.

Allontana.

Proteggi.

L’efficacia viene spostata dall’identità botanica alla denominazione commerciale.

In alcuni casi i produttori utilizzano effettivamente piante tradizionali. In altri prevalgono basi profumate, coloranti e composizioni fabbricate secondo esigenze di costo, conservazione e disponibilità.

Questo non significa automaticamente che il prodotto venga considerato inefficace dai praticanti.

Per alcune concezioni contemporanee il valore può dipendere anche dalla consacrazione, dalla preghiera, dall’intenzione oppure dalla reputazione della formula.

La questione è storicamente più interessante del semplice tentativo di scoprire se la bottiglia sia «autentica».

Mostra che la tecnologia rituale si è spostata.

La materia non deve più possedere necessariamente una relazione diretta con la pianta originale.

Può possedere una relazione con il nome che la tradizione commerciale ha costruito.

Il simbolo ritorna a dominare la materia.

Dal rootworker al produttore

Katrina Hazzard-Donald ha proposto una distinzione particolarmente importante fra quello che definisce Old Tradition Black Belt Hoodoo e forme commercializzate che nel Novecento vennero modificate, controllate e in alcuni casi fabbricate da operatori esterni alle comunità afroamericane.

La distinzione ha prodotto discussioni, e deve essere maneggiata con attenzione.

Non esistette un giorno preciso nel quale il «vero Hoodoo» finì e quello commerciale cominciò.

La tradizione aveva sempre incorporato materiali provenienti dall’esterno.

Gli afroamericani utilizzarono prodotti industriali quando li ritenevano utili.

I negozi potevano essere gestiti da persone nere.

Alcuni rootworkers vendevano direttamente le proprie preparazioni.

Famiglie che possedevano conoscenze tradizionali potevano adattarle alla città e al mercato.

Non esiste quindi una semplice opposizione fra naturale e commerciale, nero e bianco, autentico e falso.

Esiste piuttosto una trasformazione del controllo sulla produzione del significato.

Finché la comunità decide come una radice viene utilizzata, il commercio vende materiale per una pratica.

Quando il produttore decide che cosa la radice significa e la comunità apprende il significato dalla confezione, il mercato comincia a produrre la pratica stessa.

È questo passaggio a essere decisivo.

Il grimorio entra nello stesso pacco

La commercializzazione contribuì anche all’ingresso nel Hoodoo di testi occultistici europei e pseudo-antichi.

Il caso più celebre è probabilmente The Sixth and Seventh Books of Moses, un grimorio europeo ottocentesco attribuito pseudonimamente a Mosè e divenuto estremamente popolare in molti ambienti afroamericani durante il Novecento.

Il libro non appartiene alle origini africane del Hoodoo.

Eppure venne incorporato.

Il motivo non dovrebbe sorprendere.

Mosè possedeva già una posizione eccezionale nella cultura religiosa afroamericana. Aveva affrontato il faraone, compiuto segni prodigiosi e guidato un popolo schiavo verso la libertà. Un libro che prometteva di rivelare i segreti magici di Mosè poteva essere accolto dentro un sistema nel quale Bibbia, liberazione e potenza operativa erano già strettamente collegati.

Le aziende spirituali contribuirono enormemente alla distribuzione di questi testi.

Il catalogo Hoodoo cominciò quindi a contenere, accanto a radici afroamericane, sigilli provenienti dalla magia cerimoniale europea, dream books, manuali attribuiti a swami immaginari e formulari occultistici.

La tradizione commerciale diventò un laboratorio sincretico enormemente più rapido della trasmissione orale.

Ciò che un rootworker rurale avrebbe potuto non incontrare in tutta la vita arrivava per posta in una busta.

Il problema dell’autenticità è più difficile di quanto sembri

A questo punto sarebbe facile proporre una conclusione rassicurante.

Il Hoodoo antico è autentico.

Il Hoodoo commerciale è falso.

La storia non permette una simile comodità.

Un prodotto industriale può essere entrato nella pratica ottant’anni fa e avere ormai una lunga storia all’interno delle comunità afroamericane.

Una formula inventata da un’azienda può essere stata adottata da rootworkers reali e trasmessa alle generazioni successive.

Un materiale tradizionale può essere venduto da un commerciante estraneo alla cultura.

Un prodotto confezionato può essere consacrato e reinterpretato da un praticante secondo logiche profondamente Hoodoo.

Una persona può utilizzare nello stesso lavoro una radice raccolta dalla propria nonna e un olio comprato in negozio.

Quale delle due cose è autentica?

La domanda, formulata così, probabilmente non funziona.

La cultura non è autentica perché rimane immobile.

Ma neppure qualsiasi cambiamento diventa tradizione semplicemente perché qualcuno lo commercializza.

Serve una distinzione più precisa.

Una pratica può essere storicamente recente e culturalmente autentica.

Una pratica può essere antica e commercialmente falsificata.

Un prodotto può essere moderno ma ormai pienamente incorporato nella vita rituale.

Un’etichetta può utilizzare un nome tradizionale senza conservare quasi nulla della tradizione che lo ha generato.

Il lavoro dello storico consiste proprio nel ricostruire questi passaggi senza distribuire certificati metafisici di purezza.

New Orleans vende una parola più facilmente di una religione

Nessun luogo rende il problema più visibile di New Orleans.

Nel corso del Novecento il Voodoo divenne progressivamente uno dei marchi culturali della città.

Il turismo comprese molto presto che il termine possedeva un potere commerciale straordinario.

Voodoo shops.

Voodoo tours.

Voodoo dolls.

Voodoo potions.

Voodoo bars.

Voodoo souvenirs.

La parola poteva essere applicata quasi a qualsiasi cosa purché contenesse abbastanza candele, teschi, serpenti o suggestioni funerarie da risultare riconoscibile al visitatore.

Il Louisiana Voodoo storico, il Hoodoo urbano e il Vodou haitiano finirono così nuovamente mescolati, questa volta non dalla vita religiosa ma dal marketing.

È un passaggio decisivo.

Nel XIX secolo le tradizioni si incontravano perché le persone si incontravano.

Nel turismo contemporaneo vengono fuse perché la differenza è meno vendibile della somiglianza.

Una bambola con gli spilli viene capita immediatamente.

Spiegare la distinzione fra una Voodoo queen ottocentesca di New Orleans, un houngan haitiano e un rootworker del Mississippi richiede tempo.

Il souvenir non possiede tempo.

L’occultismo contemporaneo universalizza il Rootwork

Dalla seconda metà del Novecento il Hoodoo cominciò inoltre a circolare in ambienti occultistici sempre più lontani dalle comunità afroamericane.

Neopaganesimo, stregoneria moderna, magia cerimoniale, New Age e successivamente witchcraft online incorporarono elementi di Rootwork con grande rapidità.

Mojo bags vennero reinterpretate come spell bags.

Condition oils entrarono nei repertori della stregoneria eclettica.

High John divenne una delle molte radici elencate nei manuali di erboristeria magica.

Hot Foot, honey jars, crossing e uncrossing cominciarono a circolare come tecniche separate dalla storia afroamericana.

Questo processo possiede un vantaggio evidente.

Ha reso il Hoodoo molto più conosciuto.

Possiede anche un costo.

Quando una tecnica viene estratta dalla cultura che l’ha prodotta e inserita in un sistema di «magia universale», le differenze storiche tendono a diventare dettagli facoltativi.

Una mojo hand può essere presentata come l’equivalente americano di qualsiasi sacchetto magico.

Il Salmo diventa una possibile alternativa a un’incantazione pagana.

High John diventa semplicemente una radice di potere.

La terra di tomba diventa un ingrediente elementale associato alla morte.

Il crocevia diventa genericamente «luogo liminale».

Ogni elemento conserva qualcosa della funzione.

Perde gran parte della memoria.

Internet elimina l’ultima distanza

Il mercato digitale ha compiuto un’operazione ancora più radicale di quella del catalogo postale.

Il catalogo standardizzava la merce.

Internet standardizza anche la conoscenza.

Prima, una persona poteva comprare un prodotto senza conoscere la formula.

Oggi può trovare nello stesso momento il prodotto, una ricetta, un video che mostra come utilizzarlo, una lista di corrispondenze, un forum in cui qualcuno propone varianti e un venditore che assicura di possedere la versione «autentica».

L’accesso è quasi totale.

La verifica è quasi nulla.

Un’informazione può essere copiata da un sito a un altro abbastanza volte da assumere l’aspetto della tradizione.

Le fonti si dissolvono.

Una blogger scrive che una determinata radice deve essere utilizzata in un certo modo.

Un secondo sito ripete l’informazione senza citarla.

Un video la presenta come «antico Hoodoo».

Dieci anni dopo centinaia di pagine concordano.

Il consenso digitale può quindi produrre una falsa profondità storica.

Non serve che qualcuno inventi deliberatamente una tradizione.

Basta che nessuno ricordi più chi ha scritto per primo la frase.

Il kit rituale e la magia senza apprendistato

Il commercio online ha inoltre trasformato profondamente il rapporto fra pratica e competenza.

Un tempo il cliente comprava il servizio del rootworker.

Poi comprava il prodotto.

Ora compra sempre più spesso il kit per diventare temporaneamente il proprio rootworker.

Una confezione contiene candela, erbe, olio, carta per la petizione e istruzioni.

La conoscenza viene incorporata nell’imballaggio.

Il fenomeno non appartiene soltanto al Hoodoo. È comune a quasi tutto il mercato spirituale contemporaneo.

Ma nel Hoodoo produce una particolare tensione perché una parte consistente della tradizione storica dipendeva dalla conoscenza situata: sapere quale materia utilizzare, interpretare la situazione, modificare il lavoro se necessario, distinguere fra problema naturale e spirituale.

Il kit elimina l’incertezza.

Se vuoi amore, apri questa confezione.

Se vuoi denaro, l’altra.

Il consumatore non deve imparare una tradizione.

Deve seguire istruzioni.

La magia viene trattata come un elettrodomestico rituale.

L’estetica sostituisce la funzione

I social media hanno aggiunto un ulteriore livello.

La pratica deve ora poter essere fotografata.

Un mojo storico ha un problema estetico: spesso è piccolo, sporco, irregolare e deliberatamente nascosto.

Una radice autentica può sembrare un pezzo di legno.

Una ciotola contenente un lavaggio rituale non è necessariamente interessante.

Una bottiglia commerciale con un’etichetta elegante, invece, funziona perfettamente in fotografia.

Il mercato contemporaneo tende quindi a selezionare ciò che è visivamente riconoscibile.

Candele colorate.

Bottiglie decorate.

Cristalli.

Altari.

Tarocchi.

Simboli grafici.

Teschi.

Il rischio è che l’immagine del Hoodoo venga progressivamente modellata dalle esigenze della piattaforma.

Una pratica storicamente discreta diventa spettacolare.

Ciò che doveva rimanere nascosto viene mostrato.

Ciò che possedeva valore per provenienza viene sostituito da qualcosa che possiede valore per aspetto.

È una trasformazione esotericamente significativa.

La segretezza non era soltanto una limitazione tecnica.

Poteva essere parte del lavoro.

Quando tutto deve diventare contenuto, anche la segretezza diventa difficile da conservare.

La questione dell’appropriazione culturale

Nessun tema divide maggiormente il Hoodoo contemporaneo.

Per molti praticanti e studiosi afroamericani il Hoodoo è inseparabile dalla storia dei neri degli Stati Uniti. Nacque dentro la schiavitù, si sviluppò durante l’Emancipazione e la segregazione, assorbì la Bibbia attraverso il cristianesimo nero, conservò elementi africani e rispose a problemi specifici delle comunità afroamericane.

Da questa prospettiva, trasformarlo in una tecnica spirituale universale disponibile a chiunque significa compiere una seconda estrazione.

La prima sottrasse alle persone nere libertà, cultura e controllo sulla propria rappresentazione.

La seconda prende una tradizione nata da quell’esperienza e la vende separata dalla storia che l’ha prodotta.

Katrina Hazzard-Donald ha espresso in modo particolarmente netto il problema distinguendo il vecchio Hoodoo afroamericano dalle forme commerciali controllate e modificate da outsider.

Altri studiosi e praticanti sottolineano però una complessità reale.

Il Hoodoo stesso è nato attraverso incontri.

Ha assorbito elementi nativi americani.

Ha utilizzato materiali euroamericani.

Ha incorporato grimori europei.

Ha dialogato con cattolicesimo, protestantesimo e Spiritualism.

Dove termina lo scambio culturale e comincia l’appropriazione?

La storia non fornisce una formula.

Fornisce però una differenza fondamentale.

Uno scambio può trasformare entrambe le parti.

L’appropriazione tende a permettere a una parte di prendere il bene culturale lasciando all’altra il costo della propria storia.

La questione diventa particolarmente evidente quando un imprenditore estraneo alle comunità afroamericane vende «autentico Hoodoo» raccontando il sistema come magia universale e contemporaneamente elimina quasi completamente schiavitù, segregazione, cristianesimo nero e contesto sociale dalla propria narrazione.

Non sta semplicemente utilizzando una tecnica.

Sta riscrivendo l’origine della merce che vende.

Chi può praticare Hoodoo?

È una domanda contemporanea alla quale non esiste una risposta storicamente unanime.

Alcuni praticanti afroamericani definiscono oggi il Hoodoo una tradizione chiusa, riservata ai discendenti degli afroamericani degli Stati Uniti o comunque radicata in una specifica appartenenza culturale.

Altri preferiscono parlare di tradizione culturalmente specifica ma non necessariamente regolata attraverso una proibizione assoluta.

Altri ancora ricordano che non è mai esistita una gerarchia Hoodoo centrale capace di concedere o negare formalmente il diritto di praticare.

Il problema non può essere risolto inventando una regola antica che le fonti non mostrano.

Non possediamo un concilio dei rootworkers del XIX secolo che abbia stabilito chi potesse utilizzare una radice o recitare un Salmo.

Possediamo però il contesto.

Hoodoo e Conjure sono tradizioni afroamericane.

Questo è storicamente molto più solido di qualunque formula contemporanea sull’accesso.

Una persona può studiarle.

Può utilizzare tecniche che hanno circolato oltre i loro confini.

Può anche dichiararsi praticante.

Ma nessuna di queste azioni modifica retroattivamente l’origine della tradizione.

Il problema dell’appropriazione comincia spesso non dal gesto rituale, ma dalla pretesa di cancellare il debito culturale.

Il commercio nero contemporaneo cambia nuovamente il quadro

La crescita di imprenditori, studiosi e praticanti afroamericani che recuperano esplicitamente il Hoodoo come parte della propria eredità sta producendo una nuova fase.

Negli ultimi decenni sono aumentate attività commerciali gestite da persone nere che vendono erbe, oli, candele, servizi di Rootwork, corsi e libri insistendo sulla storia afroamericana della tradizione.

Questo fenomeno modifica la discussione.

Vendere non equivale automaticamente ad appropriarsi.

Una persona può trasformare una tradizione in attività economica e contemporaneamente utilizzarne i ricavi per sostenere la propria comunità, preservarne la memoria e finanziare la ricerca.

La commercializzazione può diventare anche una forma di recupero del controllo.

L’interrogativo cambia allora.

Non più soltanto: il Hoodoo viene venduto?

Ma: chi lo vende, quale storia racconta mentre lo vende e che cosa accade alla tradizione durante la vendita?

Due bottiglie identiche possono appartenere a processi culturali molto diversi.

Una può presentare il Hoodoo come «magia del Sud» senza nominare gli afroamericani.

L’altra può dichiarare apertamente la genealogia della formula, distinguere documentazione storica e adattamento contemporaneo e utilizzare il commercio per sostenere un sapere comunitario.

L’oggetto è simile.

Il rapporto con la memoria non lo è.

La frode trova nel mercato spirituale un ambiente perfetto

La commercializzazione porta inevitabilmente con sé anche il problema della frode.

Il mercato esoterico possiede una caratteristica che lo rende particolarmente vulnerabile.

Il risultato promesso può essere difficile o impossibile da verificare causalmente.

Un olio di protezione viene acquistato.

Non accade nulla di negativo.

Ha funzionato?

Forse.

Non sarebbe comunque accaduto nulla?

Non possiamo saperlo.

Il problema diventa più grave quando il commerciante non vende un prodotto ma una diagnosi.

«Hai una maledizione.»

«Qualcuno ti ha fatto un lavoro.»

«Il problema è più grave di quanto pensassi.»

«Serve un altro rituale.»

«Occorre una somma maggiore perché ciò che ti hanno fatto è molto potente.»

Questa struttura permette di trasformare la paura in un contratto senza termine.

Il fenomeno non appartiene specificamente al Hoodoo e non deve essere utilizzato per criminalizzare rootworkers o praticanti seri. Compare in quasi ogni ambiente nel quale qualcuno vende accesso professionale all’invisibile.

La differenza fra servizio spirituale e frode non consiste quindi nel fatto che venga chiesto denaro.

Consiste soprattutto nella manipolazione.

Un operatore che stabilisce una tariffa chiara per il proprio tempo vende un servizio.

Chi crea deliberatamente una minaccia invisibile per costringere il cliente a pagare somme crescenti utilizza la credenza come strumento di coercizione.

La storia commerciale del Hoodoo mostra entrambe le possibilità.

La confezione non dimostra l’assenza di spiritualità

Sarebbe però un errore opposto considerare ogni prodotto confezionato spiritualmente vuoto.

Le religioni e le pratiche magiche hanno sempre utilizzato oggetti fabbricati da altri.

Una candela industriale può essere consacrata.

Una medaglia prodotta in migliaia di esemplari può diventare reliquia personale.

Una bottiglia acquistata può essere pregata, modificata, alimentata con altre materie o inserita in un lavoro più complesso.

Il praticante può appropriarsi ritualmente della merce.

Questo passaggio è fondamentale.

L’industria crea un oggetto standard.

Il rito può nuovamente renderlo singolare.

Una candela identica a mille altre viene acquistata.

Viene dedicata a una persona.

Riceve un nome.

Viene unta.

Viene pregata.

Brucia in un luogo preciso durante una determinata condizione.

Alla fine non è più, dal punto di vista rituale, intercambiabile con quelle rimaste nello scatolone del negozio.

Il commercio standardizza la materia.

La pratica può de-standardizzarla.

È uno dei motivi per cui la relazione fra mercato e religione non può essere descritta soltanto come corruzione.

L’esoterismo contemporaneo deve distinguere prodotto e tradizione

Per chi studia oggi il Hoodoo esiste una regola metodologica estremamente utile.

Il fatto che un prodotto sia venduto non dimostra che sia tradizionale.

Il fatto che sia venduto da molti decenni non dimostra che appartenga alle origini del sistema.

Il fatto che una formula utilizzi un nome Hoodoo non dimostra che la composizione attuale corrisponda a quella storica.

Allo stesso modo, il fatto che una pratica sia commerciale non dimostra che sia falsa.

Occorre ricostruire.

Quando compare il nome?

In quali regioni?

Lo troviamo nelle testimonianze degli ex schiavi?

Compare in Hyatt?

Hurston lo registra?

Nasce nei cataloghi degli anni Trenta?

È documentato soltanto dopo la Seconda guerra mondiale?

Il significato moderno coincide con quello originario?

Sono domande meno spettacolari di «funziona?».

Sono anche quelle che permettono di distinguere la tradizione dalla pubblicità.

La psicologia del prodotto già nominato

La commercializzazione modifica infine anche il rapporto psicologico con il rito.

Una formula personalizzata richiede interpretazione.

Una formula confezionata offre certezza.

Il cliente non deve più decidere quale sia la struttura simbolica del proprio problema.

La bottiglia l’ha già deciso.

Se si chiama Fast Luck, il problema è mancanza di fortuna.

Se si chiama Uncrossing, esiste qualcosa da sciogliere.

Se si chiama Come to Me, la relazione viene formulata come distanza da colmare.

Il nome produce una cornice cognitiva.

Questo può avere un effetto rassicurante.

Un’esperienza confusa riceve una categoria.

Una categoria suggerisce un’azione.

L’azione riduce l’impotenza.

È lo stesso meccanismo attraverso cui molte pratiche rituali organizzano l’incertezza, ma il commercio aggiunge un elemento: qualcuno ha costruito in anticipo la struttura interpretativa.

La psicologia può descrivere questo effetto.

L’esoterismo pone invece un’altra domanda.

Una formula standard può davvero lavorare allo stesso modo per persone differenti?

La tradizione commerciale tende a rispondere di sì.

Il vecchio rootworker probabilmente avrebbe chiesto prima che cosa fosse successo.

Ciò che internet non può spedire

Si può acquistare una radice.

Si può acquistare un libro.

Si può acquistare una bottiglia di olio.

Si può acquistare perfino un servizio rituale eseguito a distanza.

La parte più difficile da mettere nel pacco rimane il contesto.

Nessuna etichetta può contenere completamente il significato assunto dal Salmo 23 in una comunità nera del Sud.

Nessun kit può riprodurre il rapporto fra un anziano e il bosco nel quale ha imparato a riconoscere una pianta.

Una confezione di graveyard dirt non può fornire automaticamente la relazione con il morto dalla cui tomba quella terra dovrebbe provenire.

Una mojo bag preparata in serie non conosce la storia di chi la porterà.

Questo non significa che l’oggetto comprato sia inutile.

Significa che possedere la materia non equivale a possedere la relazione.

È forse il punto più importante dell’intera commercializzazione del Hoodoo.

Il mercato è straordinariamente efficace nel vendere cose.

Il Conjure storico è spesso costruito precisamente attraverso ciò che esiste fra le cose.

Fra il rootworker e il cliente.

Fra la pianta e il luogo.

Fra il morto e la tomba.

Fra il Salmo e la persona che lo pronuncia.

Fra un oggetto e il corpo che lo porta.

Questa parte non entra facilmente in un catalogo.

Ciò che il commercio ha salvato

Sarebbe ingiusto terminare la storia soltanto con ciò che è stato perduto.

Il commercio ha anche conservato.

Cataloghi, bottiglie, confezioni e pubblicità costituiscono oggi fonti straordinarie per ricostruire la trasformazione delle tradizioni afroamericane del Novecento.

Le aziende hanno mantenuto in circolazione nomi di radici e formule.

I drugstore hanno fornito materiali a generazioni di praticanti.

Il mail order ha permesso alla cultura del Conjure di attraversare la Grande Migrazione.

Le botteghe spirituali hanno creato spazi nei quali persone lontane dal Sud potevano ancora trovare prodotti collegati alla propria eredità.

Alcune formule nate o standardizzate commercialmente sono state adottate tanto profondamente da diventare parte della storia reale del Hoodoo contemporaneo.

Tradizione e mercato non sono quindi due eserciti che si affrontano.

Sono due processi intrecciati da più di un secolo.

Il problema è capire quale dei due, in un determinato momento, stia definendo l’altro.

La bottiglia torna sullo scaffale

Alla fine rimane quella bottiglia.

Potremmo considerarla la prova che qualcosa è andato perduto.

Una pratica costruita per una persona è diventata Come to Me Oil.

Una conoscenza botanica è diventata profumo.

Un lavoro che richiedeva relazione è diventato merce.

Sarebbe vero.

Non sarebbe tutta la verità.

La bottiglia racconta anche di una donna afroamericana che lasciò il Mississippi per Chicago e voleva continuare a praticare qualcosa che sua madre le aveva insegnato, ma non trovava più le stesse radici.

Racconta di un negozio di New Orleans nel quale un cliente poteva ancora sedersi dietro il bancone e chiedere una preparazione fatta per il proprio caso.

Racconta di imprenditori che compresero il valore economico di una cultura che la stessa società americana continuava a disprezzare.

Racconta di nomi africani sostituiti da re europei, di swami inventati, di cataloghi spediti attraverso il paese e di formule che finirono per insegnare ai praticanti ciò che avrebbero dovuto significare.

Oggi racconta anche di internet, dove la distanza fra documento storico, pratica familiare, ricostruzione contemporanea e puro marketing può essere ridotta a quattro prodotti mostrati nella stessa pagina.

La questione non è quindi stabilire se il Hoodoo possa essere venduto.

Lo è da molto tempo.

La domanda più interessante è che cosa accade quando una tradizione nata per restituire possibilità d’azione a persone alle quali il potere era stato sottratto diventa essa stessa qualcosa su cui altri possono costruire un mercato.

A volte il commercio trasporta la tradizione.

A volte la conserva.

A volte la restituisce a chi l’aveva quasi perduta.

E a volte lascia sullo scaffale soltanto il nome.

La bottiglia può essere identica.

Per capire la differenza bisogna sapere chi l’ha riempita, quale storia vi ha messo dentro e quale, invece, ha deciso di lasciare fuori.

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