Hoodoo, Rootwork e Conjure afroamericano

Hoodoo, Rootwork e Conjure afroamericano

Radici, parola e materia operativa nella tradizione spirituale nata dall’esperienza nera del Sud degli Stati Uniti

La radice doveva stare sul lato destro del corpo. Sandy Jenkins aveva detto che, portandola con sé, nessun uomo bianco avrebbe potuto frustarlo. Frederick Douglass non era convinto, ma la prese comunque. Tornò alla fattoria di Edward Covey, l’uomo che per mesi lo aveva picchiato e spezzato sistematicamente, e per qualche tempo accadde qualcosa di inatteso: Covey non lo colpì. Il giorno successivo provò di nuovo a dominarlo con la violenza. Questa volta Douglass reagì e combatté.

Nella sua autobiografia del 1845 Douglass racconta l’episodio mantenendo una distanza razionale dalla convinzione di Sandy. Non afferma che la radice possedesse realmente il potere che le veniva attribuito; anzi, il suo atteggiamento rimane ambiguo e ironico. Ma la radice compare precisamente nel punto della narrazione in cui l’uomo che era stato ridotto all’obbedienza ricomincia a opporre il proprio corpo a quello del padrone. È difficile trovare un’immagine più esatta di ciò che il Conjure poté significare nella società schiavista americana: un piccolo pezzo di materia, invisibile a chi comanda, portato addosso come dichiarazione che il potere del padrone non esaurisce ciò che esiste nel mondo.

Hoodoo, Rootwork e Conjure appartengono a questa storia.

I tre termini vengono spesso utilizzati come sinonimi e in molti contesti storici possono effettivamente sovrapporsi, ma non indicano esattamente la stessa cosa. Conjure è una delle denominazioni più antiche e ampie per le pratiche afroamericane rivolte a intervenire spiritualmente sugli eventi; Rootwork, letteralmente “lavoro delle radici”, insiste soprattutto sul rapporto con piante, radici e materia naturale, anche se un rootworker può utilizzare molto altro; Hoodoo è diventato nel tempo il nome maggiormente riconoscibile dell’intero complesso di pratiche. Curiosamente, la tradizione è molto più antica della parola: uno dei primi usi noti di Hoodoo per designare il Conjure afroamericano compare intorno al 1870 nell’opera dell’occultista nero statunitense Paschal Beverly Randolph, mentre durante il periodo schiavista le fonti utilizzano molto più frequentemente termini come conjure, roots e, in alcuni contesti, persino voudou o denominazioni analoghe. L’etimologia precisa di hoodoo rimane discussa e le derivazioni africane proposte non possiedono tutte lo stesso grado di solidità.

Ancora più delicata è la domanda se Hoodoo sia o meno una religione. Una parte degli studiosi contemporanei preferisce definirlo una tradizione magico-operativa o spirituale afroamericana piuttosto che una religione autonoma, perché non possiede un culto unitario, una gerarchia sacerdotale generale, un’iniziazione obbligatoria, un pantheon condiviso da tutti i praticanti o una liturgia centrale. Altri studiosi, musei e istituzioni pubbliche utilizzano invece espressioni come tradizione religiosa afroamericana, sottolineando che la distinzione occidentale fra “religione” e “magia” descrive male una pratica nella quale Dio, Bibbia, antenati, spiriti, guarigione e manipolazione rituale della materia possono appartenere allo stesso universo. Yvonne Chireau, che ha dedicato uno degli studi fondamentali al fenomeno, ha mostrato come Conjure, Hoodoo e Rootwork si siano sviluppati non contro la religione afroamericana ma spesso al suo interno, in un rapporto complesso e complementare con il cristianesimo nero.

La divergenza terminologica è quindi reale e conviene conservarla. Definire Hoodoo una Chiesa sarebbe chiaramente sbagliato. Definirlo soltanto “magia popolare”, come se il suo rapporto con Dio, la Bibbia e i morti fosse un’aggiunta decorativa, lo sarebbe quasi altrettanto.

La sua nascita appartiene alla schiavitù nordamericana.

Africani provenienti da regioni differenti dell’Africa occidentale e centro-occidentale furono deportati nelle colonie britanniche e successivamente negli Stati Uniti senza poter ricostruire integralmente le istituzioni religiose alle quali erano appartenuti. Lingue, famiglie, ruoli sacerdotali e territori sacri venivano deliberatamente spezzati dal commercio degli esseri umani. Come in altre regioni dell’Atlantico nero, ciò che sopravvisse non fu quindi una singola religione africana rimasta intatta, ma un processo di ricomposizione.

Elementi provenienti da più sistemi africani entrarono in relazione nelle piantagioni, nei quartieri degli schiavi, nelle comunità Gullah Geechee e nelle città del Sud. La componente Kongo e più generalmente centroafricana appare particolarmente importante in numerosi aspetti della cultura materiale e della relazione con spiriti, oggetti consacrati e morti, mentre altre continuità rimandano a differenti regioni dell’Africa occidentale. Tentare di assegnare ogni tecnica Hoodoo a una precisa “tribù africana”, come fanno alcuni manuali moderni, produce però un’illusione di precisione. La popolazione afroamericana si formò attraverso secoli di migrazioni forzate e interazioni e il Conjure nacque precisamente dentro questa ricomposizione.

L’archeologia ha permesso di vedere qualcosa che i documenti scritti avevano quasi completamente ignorato. Nei quartieri degli schiavi di diverse piantagioni sono stati ritrovati oggetti e depositi interpretati come possibili assemblaggi rituali. Particolarmente significativo è il caso di Arlington House, in Virginia, dove sotto il pavimento di un ambiente abitato nel XIX secolo da una famiglia schiavizzata venne individuata una cavità contenente quattro bottiglie orientate verso nord e altri materiali. L’analisi archeologica ha interpretato il deposito come possibile santuario domestico o spirit bundle, riconoscendovi relazioni con tradizioni spirituali africane e con ciò che successivamente sarebbe stato denominato Hoodoo o Rootwork. Non possiamo conoscere la formula pronunciata davanti a quelle bottiglie né stabilire esattamente ciò che rappresentassero per chi le collocò. Possiamo però affermare che il mondo rituale degli schiavi lasciò tracce materiali anche dove la documentazione del padrone non aveva registrato nulla.

Questo punto è essenziale.

Hoodoo non nacque nei libri di magia.

Nacque nelle mani.

Le conoscenze portate dall’Africa dovettero incontrare un ambiente botanico nuovo. Piante che non esistevano nei luoghi d’origine divennero disponibili; altre, familiari, scomparvero. Gli africani e i loro discendenti impararono proprietà medicinali e rituali delle specie americane attraverso sperimentazione, trasmissione comunitaria e contatti con altre popolazioni. L’influenza delle conoscenze native americane è spesso ricordata nella storia dell’Hoodoo ed è plausibile che vi siano stati scambi, soprattutto per ciò che riguarda flora e medicina locale; tuttavia è difficile stabilire con precisione la provenienza di ogni singolo uso botanico, e le affermazioni secondo cui intere parti del Rootwork sarebbero semplicemente “prese dagli Indiani” meritano la stessa cautela delle genealogie africane troppo perfette. La tradizione è americana proprio perché la materia del nuovo continente venne progressivamente inserita in logiche spirituali che possedevano genealogie differenti.

Anche l’Europa entrò nel sistema, ma non come un blocco separato. Cristianesimo, pratiche magiche angloamericane, testi occulti e successivamente grimori commerciali vennero selezionati e reinterpretati. Per questo descrivere Hoodoo come una semplice miscela composta da percentuali di Africa, Europa e America dice pochissimo. Un sistema creolo non è una scatola nella quale tre culture depositano oggetti differenti.

È ciò che accade agli oggetti quando cominciano a funzionare insieme.

La Bibbia ne costituisce forse il caso più evidente.

La conversione al cristianesimo fu spesso imposta o promossa all’interno di una società che chiedeva agli schiavi di riconoscere come religiosamente legittimo l’ordine che li possedeva. Gli Afroamericani non furono però destinatari passivi di quella teologia. Leggere le Scritture significava incontrare anche Mosè davanti al faraone, gli schiavi che escono dall’Egitto, Davide che affronta un nemico più forte, i Salmi nei quali il perseguitato chiede protezione e giustizia e un Dio capace di rovesciare chi opprime.

Il testo del padrone poteva quindi essere letto contro il padrone.

Conjure e cristianesimo si avvicinarono fino a diventare in molti ambienti difficilmente separabili. Una persona poteva frequentare una chiesa battista o metodista e contemporaneamente rivolgersi a un conjure doctor; un ministro poteva essere convinto dell’efficacia di un hand; la preghiera cristiana poteva accompagnare un oggetto rituale senza che il praticante percepisse una contraddizione. Chireau ha documentato quanto questa convergenza fosse già evidente nel XIX secolo, mostrando che la distinzione teorica fra magia e religione non corrispondeva necessariamente all’esperienza dei praticanti.

Il cristianesimo nero non cancellò quindi il Conjure.

In alcuni casi gli fornì nuove parole operative.

Questa dimensione verrà approfondita nelle pagine dedicate al cristianesimo e ai Salmi, ma è necessario comprenderla fin dall’inizio perché l’idea di un Hoodoo segretamente “pagano” sotto una superficie cristiana risulta fuorviante. Alcuni praticanti certamente conservarono concezioni spirituali africane che i missionari avrebbero condannato; altri si considerarono sinceramente cristiani. Le due condizioni non erano sempre reciprocamente esclusive.

La materia rimase comunque il grande linguaggio operativo del sistema.

Radici, foglie, semi, cortecce, minerali, terra, acqua, parti animali, oggetti quotidiani, elementi provenienti dal corpo o dagli abiti di una persona e piccoli contenitori potevano essere selezionati e combinati secondo la finalità del lavoro. Nel corso del tempo entrarono sempre più frequentemente candele, fotografie, prodotti commerciali, carte da gioco e numerosi altri materiali.

Questo inventario, tuttavia, diventa ingannevole se viene letto come una lista di ingredienti.

L’Hoodoo non funziona come un ricettario nel quale una sostanza corrisponde sempre allo stesso effetto.

Importa che cosa è quella materia.

Importa da dove proviene.

Importa a chi appartiene.

Importa che cosa le è stato fatto.

Una radice può essere scelta per la propria forma, il comportamento della pianta, una storia tradizionale, un’associazione linguistica o una qualità attribuitale da generazioni di praticanti. Un oggetto appartenuto a una persona stabilisce una relazione differente da un oggetto genericamente acquistato. La terra di una tomba non è semplicemente “terra di cimitero” se interessa precisamente il morto che vi è sepolto.

La teoria occidentale della magia simpatica, fondata sui principi di somiglianza e contatto, descrive una parte di queste operazioni, ma non tutte.

Per il rootworker una pianta non rappresenta necessariamente qualcosa.

Può possedere un potere.

È una distinzione che ritornerà continuamente nelle pagine successive perché costituisce forse il nucleo più chiaramente esoterico della tradizione. La materia non è un supporto passivo dell’intenzione umana. Ha qualità con cui l’operatore entra in relazione.

La parola work, lavoro, non è casuale.

In Hoodoo qualcosa viene worked, lavorato.

Un oggetto viene fixed, preparato o fissato.

Un problema può essere worked on.

Un’azione ostile può essere put on qualcuno e successivamente taken off, rimossa.

Il lessico insiste sulla produzione di un effetto più che sulla contemplazione di una dottrina.

È una spiritualità del fare.

Per questo le finalità appartengono soprattutto alla vita concreta.

Guarire una malattia.

Evitare una punizione.

Proteggere la casa.

Sapere chi sta causando un problema.

Attirare denaro o lavoro.

Mantenere un amante.

Allontanare una persona.

Vincere una causa giudiziaria.

Ottenere fortuna nel gioco.

Liberarsi da una condizione negativa.

Restituire un’azione ostile.

Colpire chi ha arrecato un danno.

La formula con cui Chireau sintetizza il Conjure, una tradizione afroamericana di “healing and harming”, guarigione e danno, è importante proprio perché evita di moralizzare retroattivamente il sistema. Hoodoo possiede lavori benevoli e aggressivi, terapeutici e coercitivi. Trasformarlo in una spiritualità moderna esclusivamente dedicata a protezione e benessere significherebbe falsificarlo quasi quanto trasformarlo in “magia nera”.

La distinzione fra bene e male viene spesso costruita piuttosto attraverso la situazione.

Proteggere una persona può significare allontanarne un’altra.

Ottenere giustizia può significare chiedere che qualcuno subisca conseguenze.

Restituire un lavoro ostile può produrre sofferenza a chi lo avrebbe inviato.

Un incanto amoroso può oscillare fra attrazione e dominio.

Non esiste un codice etico Hoodoo universalmente riconosciuto capace di stabilire una volta per tutte il confine.

Esistono operatori, comunità, convinzioni cristiane e concezioni differenti di ciò che sia giusto fare.

Anche le figure che esercitavano il Conjure riflettono questa varietà. Le fonti parlano di conjure men e conjure women, root doctors, rootworkers, hoodoo doctors e, in alcuni contesti regionali, two-headed doctors. Uomini e donne potevano raggiungere una grande reputazione e ricevere clienti neri e bianchi. Alcuni si specializzavano soprattutto nella guarigione, altri nella divinazione, altri erano ricercati precisamente perché considerati capaci di operare tanto in difesa quanto in attacco.

Il titolo doctor non è un vezzo folcloristico.

La guarigione rappresentò per lungo tempo una delle funzioni centrali del Rootwork.

Le comunità schiavizzate e, dopo l’emancipazione, vaste parti della popolazione nera del Sud avevano accesso limitato alla medicina istituzionale e si affidavano necessariamente anche a conoscenze domestiche di erbe, ostetricia, alimentazione e cura. Guaritore e conjurer potevano coincidere, ma non sempre. Alcune persone possedevano soprattutto un sapere botanico; altre diagnosticavano cause spirituali; altre ancora combinavano entrambe le dimensioni.

La domanda non era necessariamente se una malattia fosse “fisica oppure spirituale”.

Poteva esserlo in entrambe le forme.

La medicina moderna tende a chiedere quale meccanismo biologico produca il sintomo. Il root doctor poteva chiedere anche chi avesse causato quella condizione, quale relazione si fosse spezzata o se qualcosa fosse stato posto sulla persona.

Questo non significa che ogni rimedio attribuito alla tradizione fosse farmacologicamente efficace né che ogni diagnosi spirituale corrispondesse a una causa verificabile. Significa che il sistema di cura affrontava il malato come corpo inserito in relazioni sociali e spirituali, non come organismo isolato.

La stessa autorità del conjurer dipendeva in larga parte dalla reputazione.

Non esisteva una licenza generale Hoodoo.

Una persona veniva considerata potente perché qualcuno le attribuiva risultati, perché apparteneva a una famiglia conosciuta per determinate capacità, perché aveva ricevuto il sapere da un anziano, perché manifestava caratteristiche interpretate come segno di predisposizione o perché riusciva ripetutamente a diagnosticare situazioni che altri non comprendevano.

In un sistema simile, il racconto dell’efficacia è parte dell’efficacia sociale.

Una donna capace di “togliere” qualcosa che altri non erano riusciti a rimuovere costruiva una reputazione.

Quella reputazione portava nuovi clienti.

I nuovi clienti producevano altre storie.

La psicologia sociale può descrivere perfettamente questo processo.

Non può però decidere da sola ciò che il praticante riteneva stesse accadendo.

Il root doctor non pensava necessariamente: «Costruirò una reputazione che produrrà un effetto placebo».

Pensava di fare il lavoro.

L’episodio raccontato da Frederick Douglass diventa ancora più interessante alla luce di questa logica. Sandy Jenkins non gli consegna un simbolo astratto del coraggio. Gli consegna una radice che, secondo lui, impedisce a un uomo bianco di colpire chi la porta sul lato destro. Douglass mantiene il proprio scetticismo, ma accetta l’oggetto. La giornata seguente combatte contro Covey e, dopo quella lotta, dichiara di non essere più stato frustato nel medesimo modo. Storicamente non possiamo attribuire alla radice alcun effetto soprannaturale. Psicologicamente possiamo osservare che l’episodio coincide con una trasformazione della sua capacità di resistere. Religiosamente, Sandy credeva che la radice fosse davvero protettiva. Ognuno di questi livelli può essere riconosciuto senza cancellare gli altri.

L’Hoodoo appare ripetutamente nella storia della resistenza alla schiavitù proprio attraverso questa funzione protettiva.

Uno dei casi più discussi è quello di Gullah Jack, specialista spirituale africano coinvolto nella presunta congiura di Denmark Vesey a Charleston nel 1822. Le testimonianze prodotte durante le indagini lo descrivono come una persona alla quale venivano attribuiti grandi poteri, capace di fornire ai partecipanti prescrizioni e protezioni rituali. È necessario trattare questi documenti con prudenza perché furono prodotti all’interno di processi repressivi e la stessa consistenza della cospirazione di Vesey è stata oggetto di un lungo dibattito storiografico. Rimane tuttavia significativo che autorità bianche e comunità nere riconoscessero nella figura del conjurer un tipo di autorità capace di diventare politicamente rilevante.

Il Conjure poteva quindi partecipare alla resistenza.

Non era però una società segreta rivoluzionaria.

Trasformare ogni rootworker in un combattente contro la schiavitù romantizzerebbe una tradizione che serviva anche a gestire conflitti fra gli stessi schiavi, desideri amorosi, gelosie, dispute familiari, malattie e necessità quotidiane. Il potere spirituale, come qualsiasi altra forma di potere, poteva essere utilizzato contro l’oppressore oppure contro il vicino.

L’esperienza della schiavitù rimane comunque inseparabile dalla forma assunta dalla tradizione.

Il padrone possedeva la legge.

Il conjurer poteva possedere qualcosa che la legge non riconosceva.

In questa asimmetria si trova una parte della forza simbolica e religiosa dell’Hoodoo.

La schiavitù controllava spostamenti, famiglia, lavoro, sessualità e proprietà. Un piccolo oggetto portato segretamente, una radice masticata prima di incontrare il sorvegliante o una sostanza collocata in un punto che il padrone non avrebbe riconosciuto come rituale appartenevano a un campo di azione difficilmente confiscabile.

Non è necessario idealizzarlo come libertà.

Era piuttosto un frammento di possibilità dentro una condizione costruita precisamente per eliminarla.

Anche le donne ebbero un ruolo essenziale nella costruzione di questo sapere. Le storie religiose tradizionali degli Afroamericani hanno privilegiato spesso ministri, predicatori e istituzioni ecclesiastiche maschili; studi più recenti hanno invece mostrato quanto donne schiavizzate, levatrici, guaritrici e anziane abbiano trasmesso pratiche relative alla cura, alla maternità, al sesso, alla protezione e alla spiritualità domestica. Il sapere poteva passare da una donna all’altra senza produrre archivi, titoli o genealogie ufficiali e proprio per questo è molto più difficile da ricostruire.

L’Hoodoo non appartiene soltanto al bosco o alla capanna immaginata dall’etnografo.

Appartiene anche alla cucina.

Alla stanza in cui nasce un bambino.

Alla porta che deve essere protetta.

Al letto di una persona malata.

Al cimitero.

Alla chiesa.

Al tribunale.

Alle scarpe con cui qualcuno attraversa un luogo ostile.

Questa capacità di occupare spazi ordinari spiega perché l’archeologia abbia tanta difficoltà a riconoscere un oggetto Hoodoo.

Una bottiglia rimane una bottiglia finché non sappiamo che è stata deliberatamente collocata sotto un pavimento insieme ad altre in una disposizione non casuale.

Una moneta rimane una moneta.

Un chiodo un chiodo.

Un pezzo di vetro un frammento di rifiuto.

Il contesto trasforma l’interpretazione.

È anche il motivo per cui l’Hoodoo contemporaneo diventa così facilmente imitabile dall’esterno. Chiunque può comprare una radice o un sacchetto.

Molto più difficile è comprare il contesto che rende quell’oggetto parte di una tradizione.

Con l’emancipazione del 1865 l’Hoodoo non scomparve, perché la fine giuridica della schiavitù non eliminò le condizioni per le quali il Conjure continuava a essere cercato. Segregazione, violenza razziale, discriminazione economica e accesso diseguale alla giustizia mantennero per generazioni l’importanza di pratiche destinate a protezione e difesa. Allo stesso tempo, la libertà aprì nuovi campi: lavoro salariato, relazioni amorose meno controllate direttamente dal proprietario, migrazione, attività imprenditoriali, gioco d’azzardo e controversie legali produssero nuove necessità alle quali il Rootwork si adattò.

L’amore acquisì una posizione particolarmente visibile.

Non perché gli schiavi non avessero conosciuto desiderio e legami affettivi, ma perché dopo l’emancipazione la possibilità di costruire autonomamente famiglia, sessualità e relazioni divenne uno dei territori attraverso cui la libertà veniva concretamente sperimentata. Studi contemporanei hanno osservato la significativa sovrapposizione, nelle culture nere postemancipazione, fra Hoodoo, blues e discorsi sull’amore, il desiderio e l’autonomia.

La libertà politica non rendeva il desiderio meno complicato.

Rendeva possibile litigare su chi dovesse appartenere a chi senza che il proprietario della piantagione avesse l’ultima parola.

L’Hoodoo entrava anche lì.

Nel passaggio fra XIX e XX secolo la tradizione cominciò inoltre a essere documentata con maggiore sistematicità. Folkloristi, antropologi e scrittori raccolsero testimonianze da praticanti e anziani afroamericani. Zora Neale Hurston svolse negli anni Venti e Trenta un ruolo straordinario in questo processo, conducendo ricerche nel Sud e a New Orleans e pubblicando materiale che confluirà in lavori come Hoodoo in America e Mules and Men. Le sue pagine hanno un valore immenso perché tentano di registrare la pratica dall’interno di una cultura nera che gli studiosi bianchi avevano spesso trattato esclusivamente come superstizione.

Ma neppure Hurston deve essere letta come una videocamera.

Era antropologa, narratrice e partecipante, costruiva scene, selezionava informatori e utilizzava strumenti letterari. La sua opera conserva tradizione e contemporaneamente la interpreta.

Più tardi Harry Middleton Hyatt avrebbe raccolto migliaia di testimonianze pubblicate nei cinque monumentali volumi di Hoodoo-Conjuration-Witchcraft-Rootwork. La quantità di materiale è eccezionale, ma anche queste fonti richiedono cautela per la metodologia, il contesto delle interviste e il linguaggio dell’epoca. Il grande archivio dell’Hoodoo non è quindi una Bibbia dalla quale ricavare una dottrina uniforme.

È un coro pieno di contraddizioni.

Due informatori possono prescrivere usi differenti della stessa radice.

Una procedura documentata in Georgia può non essere conosciuta nel Mississippi.

Una convinzione presente fra i Gullah può essere assente in Arkansas.

Una famiglia può tramandare qualcosa che un’altra considera estraneo.

Questa diversità non dimostra che una delle due sia falsa.

Dimostra che non è mai esistito un Hoodoo standardizzato nazionale.

Il Novecento avrebbe però tentato proprio di standardizzarlo.

Con la Grande Migrazione milioni di Afroamericani lasciarono il Sud per città come Chicago, Detroit, Philadelphia e New York. La tradizione viaggiò con loro, mentre un mercato sempre più vasto di spiritual supplies cominciò a trasformare prodotti un tempo preparati localmente in merci distribuite attraverso negozi e cataloghi. Oli, polveri, incensi, candele e preparazioni ricevettero nomi standardizzati; grimori di provenienza europea come The Sixth and Seventh Books of Moses entrarono nel repertorio di alcuni praticanti; commercianti provenienti anche da ambienti non afroamericani iniziarono a produrre materiali destinati a una clientela nera. Questi sviluppi non crearono l’Hoodoo, che li precedeva di generazioni, ma modificarono profondamente ciò che un praticante poteva acquistare, leggere e trasmettere.

Il passaggio è decisivo perché introduce la differenza fra tradizione Hoodoo e industria Hoodoo.

Le due realtà si sono influenzate talmente a lungo da non poter essere separate perfettamente.

Una formula commerciale inventata da un produttore nel 1920 può essere utilizzata per decenni da rootworkers reali e diventare infine parte della pratica tradizionale.

L’origine recente non impedisce a qualcosa di diventare tradizione.

Ma rende necessario distinguere ciò che appartiene alla storia schiavista del Conjure da ciò che nasce nel commercio esoterico novecentesco.

Questo problema è ancora più evidente oggi.

Internet ha prodotto un Hoodoo globale nel quale formule provenienti da regioni differenti vengono raccolte, semplificate e ricombinate. Pratiche haitiane possono essere chiamate Hoodoo; elementi di Wicca vengono inseriti nel Rootwork; corrispondenze cromatiche recenti vengono presentate come segreti degli schiavi; liste di ingredienti vengono copiate senza indicazione della provenienza.

Il risultato è spesso un sistema molto più ordinato dell’Hoodoo storico.

Proprio per questo è sospetto.

Le tradizioni orali reali raramente possiedono la pulizia delle infografiche.

Il dibattito contemporaneo sull’appartenenza dell’Hoodoo nasce anche da questa trasformazione. Molti praticanti afroamericani insistono sul carattere specificamente nero e ancestrale della tradizione e rifiutano la sua trasformazione in un sistema occulto universale disponibile indipendentemente dalla storia che lo ha prodotto. Altri utilizzano criteri di appartenenza differenti e non esiste, proprio perché manca un’autorità centrale, un organismo capace di stabilire una posizione ufficiale.

La questione contemporanea su chi possa o non possa praticare appartiene quindi alla discussione interna delle comunità e non può essere risolta fingendo che esista un decreto Hoodoo universale.

Il fatto storico, invece, è molto più netto.

L’Hoodoo è una creazione afroamericana.

La sua struttura si è formata dentro l’esperienza delle popolazioni nere degli Stati Uniti, soprattutto nel Sud, attraverso schiavitù, cristianizzazione, segregazione, adattamento all’ambiente americano e trasformazioni successive. Utilizzarne tecniche ignorando completamente questa genealogia significa comprendere soltanto una parte superficiale del sistema.

La psicologia può osservare in questa tradizione una straordinaria tecnologia dell’agency.

A chi dispone di poco controllo materiale viene offerta un’azione da compiere.

A chi teme qualcosa viene consegnato un oggetto da portare.

A chi non riesce a comprendere perché la propria vita stia andando male viene offerto un sistema di diagnosi.

A chi ha subito un torto viene concessa la possibilità di cercare giustizia anche quando la giustizia istituzionale gli è preclusa.

Questi effetti sono reali indipendentemente dalla valutazione che si dà all’efficacia soprannaturale delle pratiche.

Ma non sono la definizione dell’Hoodoo.

Dire che il Conjure sia nato perché gli schiavi avevano bisogno di sentirsi più forti trasformerebbe una tradizione religiosa in una strategia inconsapevole di autoaiuto.

I praticanti non consideravano le radici metafore terapeutiche.

Le lavoravano perché attribuivano loro potere.

Qui l’esoterismo deve precedere la psicologia.

Il mondo Hoodoo non è costruito intorno all’idea moderna che l’intenzione mentale possa arbitrariamente conferire significato a qualsiasi oggetto.

La materia resiste a quella libertà.

Non tutto serve a tutto.

Una pianta possiede un carattere.

Un morto possiede una storia.

Un luogo possiede ciò che vi è accaduto.

Una parte del corpo continua a mantenere relazione con la persona da cui proviene.

Una parola biblica possiede il peso delle parole pronunciate prima.

L’operatore non inventa completamente il sistema.

Impara a riconoscere ciò con cui sta lavorando.

Forse per questo Rootwork rimane un nome particolarmente preciso.

La radice sta sotto la superficie, ma non è astratta.

Ha peso, odore, fibre, cresce in un terreno specifico e può essere scavata soltanto dove esiste.

La filosofia del Conjure, se proprio vogliamo estrarla da una tradizione che raramente ha sentito il bisogno di formularla in trattati, sta forse qui: il potere non deve essere cercato soltanto in un mondo separato dalla materia.

Può trovarsi dentro la materia quando qualcuno conosce abbastanza bene il modo di rivolgerle la domanda.

Sandy Jenkins mise una radice nelle mani di Frederick Douglass.

Non gli consegnò una teoria della libertà.

Quella, Douglass l’aveva già.

Gli consegnò qualcosa da portare addosso quando sarebbe tornato dall’uomo che lo picchiava.

E in una tradizione costruita da persone alle quali era stato negato quasi tutto, la differenza fra un’idea e qualcosa che si può stringere in mano non era affatto trascurabile.

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