Salmi, Bibbia e parola operativa

Salmi, Bibbia e parola operativa

La Scrittura come preghiera, talismano e atto di potere nella tradizione Hoodoo e nel Conjure afroamericano

La Bibbia è aperta sul tavolo, ma nessuno sembra intenzionato a leggerla dall’inizio. Una candela arde accanto al margine della pagina; sotto il libro è stato collocato qualcosa che non appartiene alla liturgia di nessuna chiesa. Il Salmo viene pronunciato lentamente, una volta, poi ancora. Non si sta studiando il testo e non si sta neppure ascoltando un sermone. Quelle parole sono state scelte perché devono fare qualcosa.

La distanza fra leggere una Scrittura e lavorarla è piccola soltanto sulla carta.

Nel Hoodoo e nel Conjure afroamericano la Bibbia può essere contemporaneamente libro sacro, repertorio di preghiere, autorità religiosa, oggetto protettivo e materia operativa. Questa pluralità costituisce uno degli aspetti più caratteristici della tradizione e uno di quelli più facilmente fraintesi. L’osservatore contemporaneo tende infatti a separare spontaneamente il cristiano che recita un Salmo dal rootworker che lo utilizza durante un’operazione. Per molti praticanti storici la distinzione poteva essere assai meno netta: chiedere a Dio di intervenire e predisporre ritualmente le condizioni affinché quell’intervento avvenisse non costituivano necessariamente due azioni differenti. Yvonne Chireau ha mostrato quanto Conjure e cristianesimo fossero capaci di funzionare come sistemi complementari nella religiosità afroamericana, e le fonti raccolte fra XIX e XX secolo documentano esplicitamente Bibbie impiegate nella divinazione, iscrizioni di Salmi portate come protezione, preghiere utilizzate insieme a charms e specialisti che consideravano il testo biblico una fonte fondamentale del proprio sapere operativo.

È importante partire da qui perché la formula moderna “magia dei Salmi” può suggerire qualcosa di estraneo al cristianesimo, quasi che gli Afroamericani avessero sottratto poesie religiose alla loro funzione originaria per trasformarle clandestinamente in incantesimi. La storia è molto più antica e complessa. I Salmi appartengono da secoli alle pratiche devozionali e liturgiche ebraiche e cristiane e comprendono essi stessi suppliche per guarigione, protezione dai nemici, liberazione, prosperità, giustizia, vittoria, perdono e punizione degli oppressori. In altre parole, il materiale che il Conjure avrebbe reso operativo possedeva già un linguaggio nel quale la preghiera chiedeva conseguenze concrete. Il passaggio dalla recitazione devozionale all’uso rituale non richiedeva che il testo cessasse di essere religioso. Richiedeva che venisse preso molto sul serio.

Per gli Afroamericani schiavizzati la Bibbia arrivò inoltre attraverso una contraddizione difficile da ignorare. Lo stesso libro che i proprietari e i missionari potevano utilizzare per insegnare obbedienza conteneva la liberazione degli Israeliti dall’Egitto. Il faraone possedeva schiavi; Mosè gli ordinava di lasciarli andare; Dio interveniva con segni e prodigi; il potere politico che sembrava assoluto veniva infine spezzato. La successiva centralità dell’Esodo nella religione afroamericana non fu quindi accidentale: la ricezione nera della Bibbia trasformò progressivamente Israele schiavo in uno dei grandi linguaggi attraverso cui comprendere la propria condizione e la possibilità della liberazione.

Mosè assunse per questo una posizione particolarmente interessante nel Conjure.

La teologia cristiana lo vede come profeta e legislatore. Il racconto biblico, però, lo mostra anche mentre trasforma un bastone in serpente, affronta i maghi d’Egitto, produce segni, invoca piaghe, separa le acque e guida un popolo fuori dalla schiavitù. Nell’immaginazione Hoodoo la distanza fra profeta e grande operatore spirituale poteva diventare molto sottile. Zora Neale Hurston avrebbe sintetizzato questa percezione descrivendo Mosè come il più grande conjurer, mentre Chireau registra come la Bibbia stessa venisse considerata da molti operatori la massima fonte di Conjure. Questa lettura non era semplicemente una reinterpretazione fantasiosa: permetteva di collocare il potere rituale afroamericano dentro la storia sacra cristiana anziché necessariamente contro di essa.

La conseguenza è profonda. Se Mosè riceve il proprio potere da Dio, operare spiritualmente non significa per forza opporsi a Dio. Può significare utilizzare correttamente un potere che Dio rende disponibile.

La distinzione fra miracolo e magia, chiarissima per molte teologie normative, diventa qui più difficile da applicare alla pratica vissuta. Chi prega perché un nemico venga fermato, porta contemporaneamente un charm preparato “nel nome del Signore” e considera entrambi efficaci non ha necessariamente costruito due cosmologie incompatibili. Sta combinando differenti modalità attraverso cui ritiene che il sacro possa intervenire. Le fonti ottocentesche e postbelliche raccolte da Chireau documentano proprio charms consacrati attraverso il nome di Dio, immagini cristiane utilizzate come protezione e perfino testi religiosi trattati materialmente come oggetti capaci di garantire benedizione.

I Salmi erano particolarmente adatti a questa operatività perché raramente parlano del divino in maniera distaccata. Chiedono.

Proteggimi.

Salvami.

Guariscimi.

Difendimi.

Confondi chi mi perseguita.

Fa’ che l’ingiustizia finisca.

Concedimi un luogo sicuro.

Ascolta la mia voce.

Il Salterio contiene anche testi imprecatori di una durezza che il cristianesimo moderno tende talvolta a sorvolare. Esistono Salmi nei quali l’orante non domanda soltanto forza per sopportare l’avversario, ma chiede apertamente che l’avversario venga sconfitto, umiliato o punito. Il celebre Salmo 109 ne costituisce uno degli esempi più estremi. Questa parte della Scrittura rende particolarmente artificiale la moderna distinzione secondo cui una preghiera sarebbe necessariamente benevola mentre un’operazione diretta contro un nemico apparterrebbe a un’altra categoria morale. Il testo biblico stesso conosce preghiere nate dal conflitto.

L’Hoodoo non inventò quindi la preghiera aggressiva.

La trovò nella Bibbia.

Ciò non significa che ogni Salmo imprecatorio fosse utilizzato storicamente nello stesso modo da tutti i rootworkers. La pratica non possedeva un lezionario Hoodoo universale e le corrispondenze oggi presentate su internet come un codice immutabile, “Salmo X per questo, Salmo Y per quello”, derivano da strati differenti: interpretazioni nate naturalmente dal contenuto del testo, tradizioni familiari, testimonianze raccolte dai folkloristi, manuali occultistici europei, cataloghi commerciali novecenteschi e sistematizzazioni recenti. La precisione richiede quindi di distinguere il dato fondamentale, l’uso operativo dei Salmi è storicamente ben documentato, dalla pretesa che sia sempre esistita una tabella standard condivisa dall’intera tradizione.

Harry Middleton Hyatt offre sotto questo aspetto una fonte di valore enorme e al tempo stesso difficile. Fra gli anni Trenta e il secondo dopoguerra raccolse migliaia di testimonianze su Hoodoo, Conjure, witchcraft e Rootwork, pubblicandole successivamente in una collezione monumentale. Nei suoi materiali la Bibbia compare accanto a candele, preghiere, lavori di protezione, procedure di divinazione e molte altre operazioni, e perfino il Salmo 91 viene registrato in una specifica testimonianza in forma recitata all’indietro. Non è una prescrizione generale dell’Hoodoo, ma precisamente il contrario: è la prova di quanto potessero variare le procedure individuali e locali.

Il Salmo 91 permette di capire particolarmente bene il processo. Il suo testo parla di rifugio, protezione, pericoli notturni, pestilenza, frecce, creature minacciose e angeli incaricati di custodire l’individuo. La sua reputazione protettiva precede di molti secoli l’Hoodoo: nella tradizione ebraica è stato associato alla difesa contro pericoli e spiriti nocivi ed è entrato anche in molte pratiche cristiane. Che il Conjure afroamericano lo riconoscesse come potente testo protettivo non richiede quindi un’invenzione arbitraria. Il Salmo offre già linguisticamente ciò per cui viene cercato.

Questo fenomeno ritorna continuamente.

Il Salmo 23 parla di guida, nutrimento, attraversamento del pericolo e sicurezza persino davanti ai nemici; testi penitenziali come il Salmo 51 si prestano naturalmente alla purificazione e alla rimozione di una condizione negativa; Salmi centrati sul giudizio e sugli avversari possono essere letti nei lavori di giustizia e difesa; quelli che chiedono prosperità, sostegno o liberazione vengono selezionati per finalità analoghe. Ma ciò che rende queste parole “operative” non è semplicemente una classificazione tematica. È il modo in cui vengono inserite nell’azione.

Il Salmo può essere recitato sopra qualcosa.

Questa preposizione rivela quasi un’intera teologia del lavoro.

Si prega sopra l’acqua che verrà utilizzata.

Sopra una candela.

Sopra una preparazione.

Sopra un charm.

Sopra la persona.

La parola non rimane soltanto nella mente di chi legge. Viene diretta verso materia e situazione.

È precisamente in questo punto che Hoodoo e magia cerimoniale occidentale si avvicinano esteriormente pur partendo da genealogie differenti. In entrambe esiste l’idea che una parola consacrata possa conferire, risvegliare o orientare una qualità. Ma nel Rootwork la procedura tende a rimanere più pragmatica: non occorre costruire una metafisica sistematica sulla vibrazione del verbo perché sia sufficiente riconoscere che una parola appartenente alla Scrittura possiede autorità e può essere messa al lavoro.

Anche il verbo inglese to speak over o pray over restituisce bene questa materialità. Qualcosa viene pregato sopra.

Non è soltanto pensato.

Lo stesso principio permette di capire perché la Bibbia fisica possa avere un valore diverso dalla semplice disponibilità del suo testo. La documentazione storica registra Bibbie utilizzate per divinazione e testi biblici trasformati in charms; Chireau riferisce un procedimento attestato fra gli schiavi della Carolina del Sud nel quale preghiera e Bibbia venivano impiegate per individuare un ladro, mostrando che il libro poteva partecipare materialmente a un atto diagnostico.

Il libro viene quindi aperto.

Posizionato.

Consultato.

Talvolta lasciato su un passo.

Può stare sull’altare o vicino al letto.

Un foglio contenente Scrittura può essere piegato e portato sul corpo.

Un versetto può essere scritto e collocato con altri materiali.

Non tutte queste procedure appartengono a ogni epoca o regione e alcune sono molto meglio documentate nel XX secolo che nel periodo schiavista, ma il principio generale possiede radici profonde: la parola sacra mantiene una qualità anche quando viene trasformata in oggetto.

La distinzione occidentale fra testo e talismano inizia qui a scricchiolare.

Un testo sacro può essere talismanico precisamente perché rimane testo sacro.

La scrittura conserva una forza particolare in una cultura nata fra persone alle quali, per lunghi periodi e in molte regioni, venne deliberatamente impedito di imparare a leggere. Negli Stati schiavisti l’alfabetizzazione degli Afroamericani fu in diversi periodi limitata o proibita, soprattutto dopo il timore generato dalle rivolte e dalle campagne abolizioniste. Il possesso della parola scritta poteva quindi avere un peso politico oltre che religioso. Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato concludere che l’uso operativo della Scrittura sia nato semplicemente dal prestigio di un oggetto incomprensibile agli analfabeti. La tradizione continuò e si sviluppò anche quando sempre più Afroamericani impararono a leggere. Il testo non cessò di essere potente quando divenne comprensibile.

Anzi, la lettura poteva aumentarne le possibilità operative.

Conoscere il Salterio significava poter scegliere.

L’orante poteva identificare il testo che descriveva più precisamente la propria condizione. Una persona perseguitata trovava parole scritte da qualcuno che diceva di essere perseguitato. Chi cercava perdono trovava una voce penitente. Chi temeva la notte trovava un testo che nominava il terrore notturno. Chi voleva che l’avversario cessasse di nuocere trovava una preghiera capace di dirlo senza eufemismi.

Il valore del Salmo risiede quindi anche nel fatto che qualcuno ha già formulato la richiesta.

La parola operativa non deve sempre essere inventata dal praticante.

È stata consacrata dalla Scrittura e dalla ripetizione di generazioni di credenti.

Da una prospettiva esoterica questo punto è particolarmente interessante. Molte tradizioni occidentali attribuiscono importanza alle formule proprio perché non sono intercambiabili con una frase improvvisata. La ripetizione rituale conferisce autorità; un nome divino utilizzato per secoli possiede una storia diversa da una parola creata sul momento. Nell’Hoodoo cristiano la Bibbia offre un repertorio di formule già collocate all’interno dell’autorità massima riconosciuta dalla comunità religiosa.

Non è soltanto ciò che le parole significano.

È chi le ha già dette.

A chi sono rivolte.

E quante volte sono state pronunciate prima.

Questa concezione della parola aiuta a comprendere perché il Conjure non abbia bisogno di inventare una lingua rituale separata dalla religione quotidiana. Una preghiera che la domenica viene pronunciata in chiesa può il lunedì essere diretta sopra un charm. Non cambia necessariamente la fede.

Cambia il contesto operativo.

La distinzione fra preghiera e comando merita allora qualche attenzione. Una parte dell’occultismo cerimoniale europeo costruisce il rapporto con le entità attraverso formule imperative: il mago ordina, vincola, scongiura. Nel Rootwork cristiano il tono può essere molto diverso. L’autorità ultima rimane spesso Dio; il praticante chiede, dichiara, recita o afferma ciò che la Scrittura promette.

Eppure anche la supplica può diventare molto forte.

I Salmi non parlano sempre con voce timida.

L’orante ricorda a Dio ciò che è giusto, denuncia il nemico, chiede giudizio, rivendica protezione.

La parola religiosa può essere rispettosa senza essere passiva.

Questa caratteristica assunse inevitabilmente una risonanza particolare nella storia nera americana. Una persona alla quale il diritto impediva di accusare efficacemente un uomo bianco poteva recitare davanti a Dio un testo in cui il perseguitato chiede apertamente giustizia. Non abbiamo bisogno di romanticizzare ogni recitazione di un Salmo come atto politico consapevole; ma il fatto che una tradizione di persone sottoposte a violenza si sia appropriata di una Scrittura piena di perseguitati che chiedono giudizio non è teologicamente irrilevante.

Il caso di Gullah Jack durante la presunta cospirazione di Denmark Vesey del 1822 mostra quanto presto pratiche africane, talismani, preghiera e Salmi potessero trovarsi dentro lo stesso evento. Le fonti processuali e la ricostruzione di Chireau descrivono Jack come figura religiosa e conjurer di origine africana, associato a charms protettivi e a rituali di giuramento nei quali i partecipanti pregavano e leggevano Salmi. L’intero caso richiede prudenza perché gli atti vennero prodotti all’interno di una repressione giudiziaria e l’effettiva struttura della cospirazione è stata oggetto di discussione storiografica; ciò che importa qui è l’assenza di incompatibilità percepita fra il linguaggio cristiano dei Salmi e forme spirituali derivanti dall’Africa.

È un’immagine che distrugge la comodità di molte classificazioni.

Il talismano non era “africano” mentre il Salmo era “cristiano”.

Erano entrambi presenti.

La religione afroamericana si stava formando precisamente attraverso quella presenza simultanea.

Una seconda trasformazione avvenne quando la pratica orale incontrò la grande editoria occultistica americana del XIX e soprattutto del XX secolo.

Qui diventa indispensabile distinguere ciò che appartiene alla tradizione afroamericana sviluppatasi durante la schiavitù da ciò che entra successivamente attraverso libri commerciali.

Il testo più celebre è The Sixth and Seventh Books of Moses, un grimoire europeo che pretende di trasmettere libri segreti attribuiti a Mosè e combina sigilli, nomi divini, angelologia, elementi cabalistici e formule magiche. Le sue forme moderne emersero nell’area germanica e conobbero grande diffusione dopo l’edizione pubblicata da Johann Scheible nel 1849; traduzioni e ristampe americane, comprese quelle distribuite da editori occultistici come L. W. de Laurence, lo portarono successivamente dentro il mercato spirituale afroamericano. La Library of Congress conserva una delle edizioni americane novecentesche, nella quale tavole di spiriti, sigilli e formule pseudo-mosaiche si presentano esplicitamente come conoscenze occulte attribuite al legislatore biblico.

Il libro non creò l’Hoodoo.

Questo va ripetuto perché l’equivoco è frequente.

Il Conjure afroamericano è documentato molto prima della diffusione di questi grimori fra la popolazione nera. Ciò che avvenne nel Novecento fu un processo di appropriazione: un testo europeo su Mosè arrivò davanti a una comunità che aveva già trasformato Mosè in una delle figure più potenti della propria immaginazione religiosa.

Era quasi inevitabile che qualcuno lo prendesse sul serio.

La promessa editoriale era perfetta: esisterebbero altri libri di Mosè, segreti, capaci di spiegare il potere attraverso cui egli aveva compiuto i prodigi narrati nella Bibbia.

Per un lettore formato dentro una cultura Conjure non si trattava necessariamente di una fantasia incompatibile con la fede.

Poteva sembrare conoscenza supplementare.

Hyatt incontrò nel Novecento praticanti che citavano il Sixth and Seventh Books of Moses, mentre Chireau ricorda che alcuni arrivavano a considerarlo quasi una “Bibbia dell’Hoodoo”. La sua importanza storica consiste quindi non nell’antichità africana del testo, che non esiste, ma nella capacità afroamericana di assorbire un grimoire europeo e reinterpretarlo attraverso categorie già presenti nella propria tradizione.

È lo stesso processo attraverso cui entrano testi come Secrets of the Psalms, associato al nome di Godfrey Selig e presentato come traduzione o adattamento di materiale della cosiddetta Cabala pratica. Nelle edizioni commerciali moderne ogni Salmo riceve finalità particolari, accompagnate talvolta da nomi divini e preghiere supplementari. Parte dello stesso materiale relativo agli usi magici dei Salmi circola anche all’interno delle edizioni del Sixth and Seventh Books of Moses. Nel commercio spirituale del Novecento questi manuali contribuirono notevolmente a trasformare pratiche regionali e familiari in un sistema più standardizzato nel quale ogni Salmo poteva essere consultato quasi come voce di un repertorio operativo.

Qui avviene una trasformazione di grande importanza.

Prima, una nonna poteva insegnare a una figlia quale Salmo leggere per proteggere la casa.

Un root doctor poteva utilizzare un testo imparato dal proprio maestro.

Una comunità poteva sviluppare associazioni locali.

Il manuale stampato cambia la natura dell’autorità.

Ora qualcuno può chiedere al libro.

Una corrispondenza nata in Europa può entrare nel Conjure americano, essere utilizzata per due generazioni e diventare infine parte autentica della tradizione Hoodoo contemporanea. Dire che non è “originariamente africana” non significa che sia falsa. Significa soltanto che possiede una storia.

La distinzione fra tradizione e antichità è fondamentale.

Qualcosa può diventare tradizionale.

Il Conjure lo ha fatto continuamente.

Il problema nasce quando il processo viene cancellato e un uso introdotto dal mercato occultistico del Novecento viene presentato come formula tramandata direttamente dalle piantagioni del Settecento.

La ricerca storica non deve negare la pratica moderna.

Deve restituirle una data.

Lo stesso vale per le numerose liste contemporanee dei Salmi. Alcune corrispondenze sono talmente coerenti con il testo da poter essere nate indipendentemente più volte; altre dipendono chiaramente da manuali commerciali; altre ancora sembrano appartenere a singole famiglie o operatori. Non esiste motivo per stabilire una versione ufficiale, perché l’Hoodoo non possiede un’autorità capace di farlo.

Esiste invece una logica riconoscibile.

Il testo viene letto per ciò che dice.

E ciò che dice viene applicato alla condizione.

La parola può anche essere ripetuta.

Tre volte.

Sette.

Per un certo numero di giorni.

Alla stessa ora.

Davanti a una candela.

Prima dell’alba.

Dopo il tramonto.

Le testimonianze Hoodoo mostrano una vasta varietà di numeri, tempi e ripetizioni, ma bisogna evitare di trasformarne uno in legge generale. Il corpus di Hyatt è particolarmente istruttivo proprio perché, accostando centinaia di testimonianze, rende evidente quanto frequentemente un informatore contraddica quello successivo. La tradizione possiede regolarità ma non uniformità.

Perfino la lettura al contrario, uno dei motivi che più facilmente attirano l’immaginazione occultistica, deve essere collocata qui. Hyatt documenta un uso del Salmo 91 recitato all’indietro all’interno di una specifica procedura. Sarebbe però scorretto dedurne che l’Hoodoo prescriva in generale di leggere i Salmi al contrario per maledire o rovesciare. L’inversione appartiene a una più vasta logica della reversal magic attestata in molte tradizioni, ma ciò che un informatore faceva non diventa automaticamente dottrina dell’intero sistema.

Questo principio vale per quasi tutto ciò che incontriamo nel Rootwork.

La testimonianza è preziosa.

Non è un comandamento.

Lo stesso pluralismo riguarda la traduzione biblica. Nella cultura Hoodoo novecentesca di lingua inglese la King James Version acquistò un’importanza enorme, anche perché era la Bibbia dominante in molti ambienti protestanti afroamericani e perché i manuali commerciali riproducevano la sua lingua. Ma non bisogna retrocedere questa situazione fino a farne un requisito esoterico universale. Le comunità cattoliche della Louisiana avevano una storia biblica e liturgica differente; persone appartenenti ad altre confessioni utilizzavano le traduzioni accessibili alla propria chiesa; la forza attribuita alla Scrittura non dipende necessariamente da una teoria secondo cui soltanto l’inglese del 1611 sarebbe ritualmente efficace.

La King James ha però una qualità che contribuì probabilmente alla sua permanenza: il linguaggio.

Il suo inglese solenne, arcaico e ritmico possiede una sonorità immediatamente separata dalla conversazione quotidiana. Una formula pronunciata in quella lingua sembra già appartenere a un registro rituale.

La psicologia del linguaggio può spiegare parte dell’effetto. Un testo conosciuto fin dall’infanzia, associato alla voce dei genitori, della chiesa e dei funerali, porta con sé una densità emotiva che una parafrasi moderna può non possedere. La ripetizione produce familiarità, la familiarità sicurezza, la prosodia sostiene memoria e concentrazione.

Ma anche questa spiegazione rischia di fermarsi un momento troppo presto.

Per chi recita il Salmo, non è necessariamente potente perché gli ricorda la nonna.

La nonna lo recitava perché era potente.

La distinzione potrebbe apparire filosofica.

Nella religione cambia tutto.

La psicologia descrive l’effetto della convinzione.

La lettura religiosa descrive ciò che la convinzione afferma esistere.

The Witchcraft non ha bisogno di scegliere arbitrariamente una delle due e abolire l’altra. Possiamo riconoscere che la recitazione ritmica modifica attenzione, emozione e comportamento, che un oggetto biblico può funzionare come ancoraggio materiale della sicurezza e che una comunità perseguitata possa trovare nei Salmi un linguaggio capace di organizzare paura e conflitto.

Possiamo contemporaneamente comprendere che il praticante Hoodoo non sta necessariamente svolgendo inconsapevolmente un esercizio psicologico.

Sta pregando.

Sta lavorando.

A volte le due azioni sono la stessa cosa.

È questo che rende tanto interessante la parola operativa.

Nell’esoterismo moderno si parla spesso di intenzione come se il potere derivasse esclusivamente dall’individuo: qualsiasi parola sarebbe valida purché pronunciata con sufficiente volontà.

La tradizione Hoodoo storica suggerisce qualcosa di meno individualista.

Non tutte le parole sono uguali.

La Scrittura possiede un’autorità precedente al praticante.

Il rootworker non ha scritto il Salmo.

Non ha inventato il nome di Mosè.

Non ha creato il Dio a cui si rivolge.

Opera dentro qualcosa che ritiene più grande di sé.

Questa concezione limita e contemporaneamente amplifica il ruolo dell’operatore. Egli sceglie il testo, lo dirige e lo inserisce nella materia, ma non ne rivendica necessariamente la fonte ultima.

Il potere non dice: «Io voglio, dunque accade».

Può dire: «È scritto».

La differenza non è secondaria.

Essa spiega anche perché un Salmo possa essere utilizzato per finalità molto dure senza che il praticante si consideri autore dell’intero giudizio. Chiedere a Dio di decidere contro un persecutore trasferisce almeno formalmente la sentenza a un’autorità superiore. Non elimina il desiderio umano di vendetta, ma lo colloca dentro una grammatica religiosa della giustizia.

Questo meccanismo è evidente nei Salmi imprecatori.

L’orante non agisce fingendo di non provare rabbia.

Porta la rabbia davanti a Dio.

Dal punto di vista psicologico, il testo offre una struttura culturalmente autorizzata attraverso cui esprimere ostilità estrema senza necessariamente trasformarla immediatamente in violenza fisica. Dal punto di vista religioso, però, sarebbe riduttivo chiamarlo soltanto valvola emotiva. Il fedele sta chiedendo che il giudizio avvenga davvero.

La tensione rimane.

Ed è precisamente ciò che rende i Salmi tanto adatti al Conjure: raramente rassicurano attraverso l’astrazione. Parlano di corpi, nemici, porte, case, malattie, sonno, cibo, paura, denaro, morte, trappole, viaggi.

Sono spirituali senza diventare incorporei.

L’Hoodoo ha fatto qualcosa di molto simile.

La Bibbia non è rimasta sopra un leggio mentre la vita accadeva altrove.

È scesa dal leggio.

È stata portata davanti alla porta, vicino al letto, accanto alla candela, sopra la preparazione, dentro il lavoro.

Un cristianesimo più disciplinato avrebbe potuto considerare tutto questo superstizione.

Il rootworker avrebbe forse risposto in modo molto più semplice.

Se quelle parole hanno davvero potere, perché lasciarle soltanto sulla pagina?

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