La foglia viene riconosciuta prima di essere raccolta. Non basta che appartenga alla specie cercata, perché conta dove è cresciuta, in quali condizioni si trova, quale parte della pianta verrà utilizzata e soprattutto per quale ragione qualcuno è venuto a prenderla. Una mano inesperta vede vegetazione; chi possiede il sapere del terreiro distingue funzioni, compatibilità, pericoli, appartenenze e qualità che non sono necessariamente leggibili nella forma esteriore. Quando la foglia viene infine staccata, ciò che accade non è ancora riducibile alla botanica e non è nemmeno spiegato dalla generica formula della “pianta medicinale”. Nel Candomblé la materia vegetale appartiene a un sistema nel quale sostanza, parola, gesto, divinità e conoscenza devono incontrarsi correttamente perché qualcosa possa diventare ritualmente efficace.
Al centro di questo universo si trova Ossain, forma brasiliana del yoruba Ọ̀sányìn, conosciuto anche attraverso grafie quali Ossaim, Ossãe e Ossanhe. Nel mondo yoruba Ọ̀sányìn è la grande potenza associata alla conoscenza delle erbe, delle foglie e delle loro virtù curative e rituali; documenti museali africani conservano bastoni rituali attribuiti al suo culto, spesso realizzati in ferro e culminanti in figure di uccelli, mentre le tradizioni del Candomblé lo riconoscono come detentore del sapere necessario a trasformare la vegetazione in materia liturgica.
Chiamarlo semplicemente “orixá delle piante” sarebbe però troppo poco. Oxóssi appartiene alla foresta, Ogum può aprirla, altri orixás possiedono alberi, frutti e foglie specifiche; Ossain presiede invece alla conoscenza che permette di usare correttamente il vegetale. La distinzione è essenziale. Una pianta può crescere nel territorio di un altro orixá e tuttavia il sapere relativo alle sue proprietà, alla raccolta, alla preparazione e alla destinazione rituale viene posto sotto la signoria di Ossain. È per questo che una delle formule più celebri del Candomblé Ketu afferma, con differenti grafie, kò sí ewé, kò sí òrìṣà: senza foglia non c’è orixá. La frase non sostiene che gli dèi siano letteralmente costituiti da vegetali; dice qualcosa di più concreto sulla liturgia, perché numerose operazioni attraverso cui una persona, un oggetto o un assentamento vengono preparati, lavati, consacrati e mantenuti dipendono dall’impiego delle ewé, le foglie. Gli studi etnografici sul Candomblé mostrano infatti le piante non come semplici simboli passivi, ma come partecipanti ai processi attraverso cui corpi e cose vengono ritualmente costituiti.
La centralità di Ossain è quindi paradossale. Non è sempre fra gli orixás che possiedono maggiore visibilità nelle feste pubbliche, né la cultura popolare lo ha trasformato in una figura immediatamente riconoscibile come Xangô, Iemanjá o Iansã. Eppure una parte enorme di ciò che rende possibile la vita interna del terreiro attraversa precisamente il suo dominio. È una potenza meno spettacolare perché governa qualcosa che viene spesso preparato prima che il pubblico arrivi.
Il sapere che impedisce di tagliare
Una delle narrazioni yoruba più significative racconta Ossain non mentre compie un prodigio spettacolare, ma mentre si rifiuta di distruggere ciò che conosce. In una versione tramandata nella letteratura afro-brasiliana, Orunmila gli affida il compito di ripulire un campo. Ossain comincia il lavoro, ma davanti alle piante che dovrebbe estirpare riconosce una dopo l’altra le loro proprietà: una può intervenire sulla febbre, un’altra sul dolore, un’altra ancora su differenti disturbi. Ciò che per chi guarda soltanto il terreno appare erbaccia diventa, attraverso la conoscenza, una risorsa che non dovrebbe essere distrutta. Orunmila comprende allora il valore del sapere di Ossain e lo associa alla propria attività divinatoria, così che la conoscenza della condizione di una persona possa essere accompagnata dalla conoscenza delle sostanze vegetali adatte a intervenire su di essa. Il racconto, documentato negli studi sulle pratiche di salute delle religioni afro-brasiliane, rende evidente il legame fra osservazione, discernimento e cura.
È una storia notevolmente sofisticata perché definisce Ossain attraverso una differenza di sguardo. Il problema non consiste nel possedere piante rare o misteriose, ma nel sapere che cosa si sta guardando. Una vegetazione indistinta diventa un insieme di individui dotati di proprietà differenti nel momento in cui qualcuno possiede la conoscenza necessaria per distinguerli.
Questo aspetto permette di evitare il primo grande equivoco moderno: considerare il sapere di Ossain una forma antica di farmacologia incompleta. Esistono certamente punti nei quali la conoscenza tradizionale delle piante e la farmacologia possono incontrarsi. Molte specie utilizzate nelle medicine tradizionali contengono effettivamente principi biologicamente attivi e l’etnobotanica studia precisamente le relazioni fra società, classificazioni culturali e impieghi delle piante. Ma la conoscenza rituale del Candomblé non coincide con la verifica farmacologica di un principio attivo. Una foglia può essere importante perché possiede un effetto fisiologico, perché appartiene liturgicamente a una determinata potenza, perché partecipa a una preparazione consacratoria oppure per più di una di queste ragioni contemporaneamente. L’etnobotanica contemporanea insiste proprio sull’impossibilità di separare completamente, nello studio dei saperi tradizionali, società, ambiente e sistemi di classificazione culturale.
La distinzione funziona anche nella direzione opposta. Il fatto che una pianta sia ritualmente impiegata non dimostra automaticamente una proprietà terapeutica secondo i criteri della medicina scientifica, e una specie farmacologicamente attiva non diventa per questo una foglia sacra. Alcune piante possono inoltre essere tossiche, irritanti o pericolose in determinate dosi e modalità di utilizzo. La documentazione religiosa di un impiego tradizionale e la prescrizione sanitaria appartengono quindi a piani differenti, che possono essere messi in dialogo senza essere confusi.
Ossain custodisce precisamente ciò che rimane fuori dalla semplificazione. Non basta conoscere il nome della pianta e non basta conoscerne la chimica. Nel terreiro bisogna sapere che cosa quella foglia è dentro una relazione rituale.
Quando le foglie furono distribuite
Un altro grande ciclo mitico racconta come Ossain possedesse originariamente il dominio delle foglie, che gli altri orixás desideravano utilizzare. Le versioni sono numerose, come sempre nel patrimonio orale yoruba e afro-brasiliano. In una delle forme maggiormente diffuse, Iansã/Oyá scatena il vento e disperde le foglie custodite da Ossain; gli altri orixás riescono così a raccoglierne alcune e da quel momento possiedono determinate specie o famiglie vegetali associate ai propri culti. La letteratura accademica brasiliana conserva questo motivo narrativo e le sue varianti.
A prima vista potrebbe sembrare il mito che spiega perché ogni orixá abbia le proprie piante.
Il dettaglio decisivo viene dopo.
Gli orixás possono ricevere le foglie, ma Ossain conserva la conoscenza del loro segreto.
Possedere la materia non equivale a possedere il sapere.
È una distinzione di enorme importanza anche oltre il mito. Chiunque può acquistare una pianta in un mercato o coltivarla in un vaso. Può persino sapere che quella specie viene associata a un determinato orixá. Ciò non significa che possieda automaticamente le conoscenze liturgiche attraverso cui quella pianta viene raccolta, preparata, combinata e utilizzata dentro una casa di Candomblé.
Il racconto difende quindi una particolare concezione della competenza. L’informazione può circolare; la conoscenza operativa richiede esperienza, trasmissione e posizione rituale.
È un principio che appare particolarmente attuale in un’epoca in cui migliaia di elenchi di “erbe degli orixás” sono disponibili istantaneamente online. Internet può dire che una pianta viene attribuita a Oxum, Xangô o Ogum. Può mostrare fotografie, riportare nomi yoruba e descrivere usi raccolti da differenti case. Quello che non può fare automaticamente è trasformare il lettore nella persona che sa riconoscere quando quell’informazione debba essere applicata e quando no.
Il segreto di Ossain non consiste dunque necessariamente in un elenco nascosto.
Consiste nella relazione fra sapere e uso.
Foglie che non sono intercambiabili
La categoria generica “erba” è quasi inutile per comprendere il sistema. Nel Candomblé le piante vengono distinte secondo molteplici criteri che possono comprendere appartenenza all’orixá, qualità rituale, caratteristiche sensoriali, ambiente di crescita, parte utilizzata, effetti attribuiti, rapporti di compatibilità e classificazioni interne alla genealogia della casa. Uno stesso vegetale può inoltre assumere funzioni differenti secondo la preparazione o il contesto nel quale viene inserito.
L’etnografia mostra perciò una relazione con le piante lontana dall’idea moderna del prontuario nel quale a ogni sintomo corrisponde un’erba. Le foglie entrano in combinazioni e processi. Vengono selezionate, manipolate e trasformate; possono partecipare a lavaggi, bagni, preparazioni utilizzate nella feitura, pulizie, offerte, fumigazioni o alla cura di oggetti consacrati. Le operazioni specifiche variano profondamente fra nazioni, case e circostanze, ma il principio generale rimane: la foglia diventa efficace dentro un insieme, non come talismano botanico isolato.
Questa concezione rende insufficienti anche le comuni classificazioni moderne delle piante di Candomblé come “medicinali” e “magiche”. Per il pensiero occidentale le due categorie sembrano facilmente separabili: una pianta medicinale produce un effetto biochimico, mentre una pianta magica possiede un significato simbolico o soprannaturale. Il terreiro può organizzare la relazione in modo differente. Una stessa foglia può partecipare alla cura del corpo, all’equilibrio rituale e alla costruzione di una relazione religiosa senza che questi livelli siano percepiti come incompatibili.
Naturalmente questo non significa che il Candomblé confonda qualsiasi disturbo fisico con una causa spirituale. La pratica contemporanea delle comunità afro-brasiliane convive con medicina, ospedali, farmaci e sistemi sanitari moderni, e numerosi progetti pubblici hanno cercato precisamente di costruire dialoghi fra salute, cultura e saperi tradizionali senza assimilare un sistema all’altro. La distinzione rimane fondamentale: una pratica religiosa può contribuire al modo in cui una persona vive la propria malattia e contemporaneamente non sostituire la diagnosi o la terapia clinica quando queste sono necessarie.
Ciò che interessa a Ossain è un concetto di cura più ampio della sola eliminazione di un sintomo. Curare significa anche preparare, riequilibrare, proteggere, mantenere e rendere una persona capace di occupare correttamente la propria posizione dentro la rete religiosa.
La parola entra nella foglia
Una foglia non viene considerata soltanto attraverso la propria materia.
Il Candomblé attribuisce alla parola rituale un ruolo essenziale, e il dominio di Ossain rende questa relazione particolarmente evidente. Cantigas, invocazioni, nomi e formule accompagnano molte operazioni vegetali. Nell’universo yoruba e afro-brasiliano esistono repertori specificamente collegati alle foglie, e la documentazione musicologica registra espressioni come kórìn ewé, i canti delle foglie, associate a Ossain e alla manipolazione della materia vegetale.
La funzione della parola non deve essere interpretata come semplice accompagnamento emotivo. Per la comprensione religiosa, dire correttamente qualcosa può partecipare all’efficacia dell’atto.
Qui la comparazione con la magia occidentale è inevitabile e deve essere utilizzata con disciplina. Grimori e tradizioni cerimoniali europee conoscono formule nelle quali un materiale viene consacrato attraverso nomi, preghiere o parole di potere; le religioni yoruba e il Candomblé conoscono a loro volta concezioni nelle quali il linguaggio interviene sull’azione rituale. La somiglianza non prova una comune origine occulta né rende le due tradizioni equivalenti. Mostra semplicemente che culture differenti hanno potuto attribuire alla parola una funzione performativa, cioè la capacità di fare qualcosa oltre a descriverla.
La differenza appare chiarissima davanti a una foglia. Pronunciarne il nome botanico permette di identificarla scientificamente. Pronunciarne il nome rituale dentro una cantiga la colloca in un altro ordine di relazioni. Le due parole possono indicare materialmente la stessa pianta e tuttavia non compiere la stessa operazione.
Da un punto di vista esoterico, è difficile trovare un esempio più netto della differenza fra oggetto e materia consacrata. La foglia possiede già una struttura biologica, un odore, una composizione chimica e una storia ecologica prima che qualcuno la raccolga. Il rito non crea queste proprietà. Crea una relazione intenzionale e religiosa attraverso cui quelle proprietà e quella materia possono essere inserite in un processo differente.
L’efficacia, per il terreiro, non dipende quindi dal solo ingrediente.
Dipende dal modo in cui l’ingrediente viene fatto entrare nel rito.
Raccogliere è già un atto rituale
Nella cultura urbana contemporanea una pianta viene spesso considerata disponibile dal momento in cui può essere acquistata.
Per la conoscenza tradizionale delle foglie, il rapporto può iniziare molto prima.
Riconoscere una specie nel proprio ambiente, sapere dove cresce, identificare lo stato della pianta, decidere quale parte raccogliere e preservare ciò che deve rimanere sono tutti elementi del sapere vegetale. Le modalità precise di raccolta dipendono dalle tradizioni e non possono essere trasformate in una procedura unica valida per ogni terreiro, ma numerose testimonianze etnografiche sottolineano che tempo, luogo e maniera di ottenere la foglia possono partecipare alla sua destinazione religiosa.
Questo rapporto spiega l’importanza storica delle matas, delle aree verdi e dei terreni appartenenti o accessibili alle comunità di Candomblé. La ricerca archeologica e storica sui terreiros urbani della Bahia mostra che aree di vegetazione all’interno o nei pressi delle città erano utilizzate anche per raccogliere foglie sacre e sostenere materialmente il culto.
L’urbanizzazione ha reso questa esigenza sempre più problematica. Una grande città può contenere migliaia di supermercati e contemporaneamente rendere difficilissimo trovare una determinata specie nel modo e nelle condizioni richieste dalla tradizione. Terreiros storici hanno perso terreni, foreste urbane sono state ridotte e alcune comunità devono dipendere da mercati, erboristi specializzati, coltivazioni proprie o reti di scambio per ottenere determinate piante.
La questione è insieme religiosa ed ecologica.
Una pianta che scompare dal territorio non è soltanto una specie meno disponibile. Per una comunità può significare la difficoltà di realizzare correttamente una pratica ricevuta dagli anziani. La conservazione della biodiversità diventa così anche conservazione della memoria.
Non sorprende che a Salvador siano nati progetti pubblici dedicati specificamente alle hortas de folhas sagradas, orti di foglie sacre pensati per preservare specie utilizzate dalle comunità di terreiro. Il semplice fatto che una grande città debba creare spazi di questo tipo racconta quanto il rapporto fra religione e vegetazione sia stato modificato dalla pressione urbana.
La modernità ha prodotto anche una domanda nuova: fino a che punto documentare pubblicamente le piante protegge il sapere e da quale punto comincia invece a estrarlo dalla comunità che lo ha custodito?
Non esiste una risposta semplice.
Un catalogo può impedire che una conoscenza venga perduta.
Può anche trasformare un sapere genealogico in informazione disponibile a chiunque senza contesto, consenso o responsabilità.
Ancora una volta Ossain ricorda che la foglia e il suo segreto non sono la stessa cosa.
Il sacerdote delle foglie
Nella letteratura sul Candomblé ricorre la figura del babalossain, babalosanyin, baba ewé o denominazioni analoghe, sacerdote o specialista particolarmente competente nel sapere delle foglie. Terminologie e distribuzione delle funzioni variano però considerevolmente fra case e nazioni, e non ogni terreiro contemporaneo possiede necessariamente una persona con un titolo rigidamente separato incaricata di tutto il campo vegetale. Studi recenti sulle gerarchie afro-brasiliane continuano comunque a registrare la figura del babalossain come specializzazione tradizionalmente collegata al culto e alle foglie.
Questo ruolo è particolarmente interessante perché mostra che, in una religione nella quale molti sacerdoti conoscono piante e preparazioni, può comunque esistere una competenza specifica sufficientemente importante da produrre uno specialista.
Non è il semplice raccoglitore di erbe.
Deve riconoscere, ricordare, trasmettere e interpretare.
La cultura scritta moderna tende a identificare la conoscenza con la possibilità di archiviarla. Un libro può elencare centinaia di specie e conservare informazioni che la memoria individuale perderebbe. Ma il sapere del babalossain comprende una dimensione che il testo riproduce con difficoltà: il riconoscimento della pianta reale, nelle sue variazioni, nel luogo in cui cresce e nella situazione concreta in cui deve essere utilizzata.
Una fotografia mostra un esemplare.
Una persona esperta deve riconoscere quello che ha davanti anche quando non assomiglia perfettamente alla fotografia.
Deve inoltre sapere quando non utilizzarlo.
È questa la differenza fra un catalogo e un mestiere.
La conoscenza vegetale del Candomblé è quindi contemporaneamente mnemonica, sensoriale, rituale ed ecologica. Richiede vista, tatto, odore, memoria dei nomi, conoscenza delle storie e capacità di collocare la specie dentro una genealogia religiosa.
Da questo punto di vista, il sapere di Ossain è uno dei luoghi nei quali appare più chiaramente quanto sia insufficiente la vecchia descrizione delle religioni afro-brasiliane come sistemi di “credenze”. Qui non basta credere.
Bisogna saper riconoscere una foglia.
Cura e magia: una distinzione costruita dall’esterno
Nella documentazione coloniale e in parte di quella ottocentesca, specialisti africani delle piante venivano facilmente descritti attraverso categorie come curandeiro, feiticeiro, mandingueiro o stregone. Le autorità europee incontravano pratiche nelle quali preparazioni vegetali, preghiere, divinazione, protezione e cura potevano appartenere allo stesso sistema e le traducevano attraverso la propria distinzione fra medicina legittima, superstizione e magia.
Questa classificazione ha lasciato tracce profonde.
Ancora oggi si tende a chiedere se una certa pianta del Candomblé sia “medicinale oppure magica”, come se l’unica risposta possibile consistesse nel collocarla definitivamente in una delle due categorie.
Il problema è che la distinzione è stata formulata fuori dal sistema che pretende di descrivere.
Una foglia può essere utilizzata perché possiede effetti fisici riconosciuti dall’esperienza tradizionale e contemporaneamente perché appartiene a un orixá. Un bagno può essere interpretato come purificazione del corpo e come operazione rituale. Una fumigazione può modificare concretamente l’odore e la qualità dell’ambiente e contemporaneamente possedere una funzione religiosa.
Il fatto che una pratica produca effetti fisici non cancella ciò che significa.
E il fatto che abbia un significato religioso non dimostra automaticamente un effetto farmacologico.
Tenere entrambi i piani aperti è molto più rigoroso che scegliere prematuramente uno dei due.
Questa distinzione protegge anche il sapere tradizionale da due appropriazioni opposte. La prima lo considera falso finché la scienza non ne conferma qualche elemento; la seconda lo glorifica indiscriminatamente sostenendo che tutto ciò che è antico o naturale debba essere terapeuticamente efficace e sicuro. Nessuna delle due posizioni rispetta realmente la complessità della tradizione.
Una comunità può aver conservato una conoscenza preziosa.
Può anche aver trasmesso un uso che necessita di essere valutato diversamente alla luce delle conoscenze tossicologiche contemporanee.
Riconoscere il valore culturale non richiede l’infallibilità.
Ossain governa la conoscenza delle foglie, non una fantasia romantica secondo cui la natura sarebbe incapace di nuocere.
La foglia e il corpo iniziato
Durante l’iniziazione nel Candomblé il corpo viene sottoposto a una quantità di operazioni nelle quali la materia vegetale può avere una funzione determinante. Bagni, lavaggi e preparazioni di foglie partecipano alla costruzione della nuova condizione dell’iniziato; le piante vengono impiegate anche nella cura di oggetti consacrati, negli assentamenti e in altri processi che proseguono molto oltre la feitura.
Questa relazione mostra perché la formula “senza foglia non c’è orixá” debba essere presa molto più seriamente di una dichiarazione poetica.
L’orixá si manifesta attraverso una religione che prepara corpi.
E quei corpi vengono preparati anche con foglie.
La pianta entra materialmente in contatto con la pelle, con l’acqua, con gli strumenti e con gli spazi. Non rappresenta soltanto la natura; agisce dentro il procedimento attraverso cui la comunità riconosce che una trasformazione rituale è avvenuta.
Da una prospettiva psicologica, queste operazioni possiedono inevitabilmente una grande forza sensoriale. Odori vegetali, temperatura dell’acqua, contatto della foglia, ripetizione dei gesti e contesto emotivo possono diventare memorie corporee molto persistenti. Una persona può dimenticare parte delle parole pronunciate durante un rito e conservare per anni il ricordo preciso di un odore.
La memoria olfattiva possiede infatti legami particolarmente stretti con processi emotivi e mnemonici.
Ma anche qui è necessario mantenere la distinzione fra il piano psicologico e quello religioso. La foglia non è considerata efficace nel Candomblé soltanto perché il suo odore produce associazioni nella memoria. Dal punto di vista interno, possiede axé, appartiene a rapporti specifici e partecipa realmente alla costruzione rituale della persona.
La psicologia descrive una parte dell’esperienza.
Non esaurisce ciò che il terreiro afferma di stare facendo.
Ossain e Oxóssi: due conoscenze della foresta
Ossain viene frequentemente avvicinato a Oxóssi perché entrambi appartengono intimamente alla vegetazione e alla mata, ma il loro rapporto con la foresta è diverso.
Oxóssi conosce il territorio in quanto cacciatore.
Sa muoversi, osservare, individuare la preda e riconoscere ciò che il bosco offre come nutrimento e abbondanza.
Ossain conosce la vegetazione in quanto sistema di proprietà e relazioni.
Uno cerca ciò che deve essere trovato.
L’altro conosce ciò che quella cosa può fare.
Naturalmente questa distinzione è schematica e i campi rituali degli orixás non funzionano come reparti burocratici. I miti e le pratiche possono intrecciare le loro competenze. Serve però a mostrare come il Candomblé possa riconoscere più forme di conoscenza dello stesso ambiente.
La foresta non è una sola cosa.
Per il cacciatore è spazio di movimento e alimentazione.
Per chi conosce le foglie è una biblioteca vivente.
L’immagine della biblioteca deve essere utilizzata con prudenza perché la foresta non contiene testi già scritti che aspettano semplicemente di essere letti. La conoscenza vegetale è costruita socialmente, trasmessa e modificata. Ma il paragone permette di comprendere qualcosa: distruggere una mata può equivalere a eliminare contemporaneamente le specie e il contesto nel quale una comunità ha imparato a riconoscerle.
Una pianta coltivata altrove può sopravvivere biologicamente.
La memoria del luogo in cui veniva raccolta può invece scomparire.
L’uccello sopra il ferro
Fra gli oggetti rituali yoruba associati a Ọ̀sányìn compaiono caratteristici bastoni di ferro sormontati da uccelli, conservati oggi in importanti collezioni museali. Il British Museum possiede, per esempio, un bastone rituale di Osanyin nel quale una grande figura aviaria ad ali aperte domina la struttura metallica.
L’immagine è singolare per una divinità delle foglie.
Ci si aspetterebbe legno.
Troviamo ferro.
Ci si aspetterebbe una pianta.
Troviamo un uccello.
Questa apparente incoerenza è preziosa perché ricorda ancora una volta quanto sia povera l’idea secondo cui ogni orixá dovrebbe essere rappresentato soltanto dall’elemento naturale più immediatamente associato al suo dominio. Le iconografie yoruba sono molto più complesse e il significato dell’uccello attraversa differenti campi religiosi, compresi quelli della conoscenza, del potere e di forme di efficacia che non possono essere ridotte a una sola definizione.
Nel Candomblé brasiliano Ossain possiede a sua volta ferramentas e attributi nei quali il ferro e l’immaginario aviario possono ricomparire secondo tradizioni differenti. Il punto non consiste nel decifrare l’oggetto come rebus, assegnando a ogni elemento un unico significato.
Un oggetto rituale accumula relazioni.
È precisamente ciò che fanno anche le foglie.
Ossain e il problema del segreto
Fra tutti gli orixás del Candomblé, Ossain costringe forse più chiaramente a discutere la parola segreto.
La cultura contemporanea tende a reagire in due modi opposti. Da una parte immagina il segreto iniziatico come prova dell’esistenza di conoscenze straordinarie volontariamente nascoste ai profani; dall’altra lo considera una strategia di potere utilizzata dai sacerdoti per conservare autorità.
Entrambe le cose possono descrivere situazioni reali.
Nessuna è sufficiente.
Una parte del sapere è riservata perché appartiene a posizioni rituali specifiche. Un’altra parte lo è perché senza l’esperienza necessaria l’informazione può essere fraintesa o utilizzata male. Un’altra ancora perché la trasmissione stessa crea la relazione genealogica attraverso cui quel sapere acquista valore.
L’esempio delle piante è particolarmente evidente. Una lista può essere pubblica e contemporaneamente non rendere pubblico il modo di conoscere che ha prodotto quella lista.
Un nome non insegna a riconoscere la specie sul campo.
Una proprietà non insegna la dose.
Un’associazione con un orixá non indica automaticamente ogni circostanza in cui possa essere utilizzata.
Una ricetta non conferisce autorità rituale.
Il segreto di Ossain è quindi anche una difesa contro l’idea moderna che tutto ciò che può essere scritto possa essere immediatamente posseduto.
L’informazione può essere copiabile.
La competenza no.
Dall’Africa alle foreste brasiliane
Uno degli aspetti storicamente più straordinari del culto delle foglie è il modo in cui dovette essere ricostruito in Brasile.
Gli africani deportati portarono con sé nomi, classificazioni, tecniche e memorie botaniche, ma arrivarono in un continente che possedeva una flora in gran parte differente. Alcune piante africane furono introdotte attraverso le reti coloniali e atlantiche; altre non erano disponibili. I praticanti dovettero quindi riconoscere specie locali, sperimentare sostituzioni, incorporare conoscenze provenienti da popolazioni indigene e dialogare con la farmacopea popolare formata dall’incontro fra tradizioni africane, native ed europee.
Il Candomblé botanico che emerge in Brasile non è quindi un erbario africano trapiantato intatto.
È una ricostruzione diasporica del sapere vegetale.
Questo punto è fondamentale perché mostra quanto la fedeltà alla tradizione possa richiedere innovazione. Se una specie necessaria in Africa non cresce in Bahia, esistono soltanto tre possibilità: interrompere il rito, importarla oppure comprendere quale pianta disponibile possa occupare una relazione sufficientemente analoga. Nel corso di generazioni, le comunità hanno sviluppato risposte differenti.
Alcune sostituzioni possono essere diventate così antiche da essere oggi percepite come pienamente tradizionali.
È difficile immaginare un esempio più chiaro della differenza fra tradizione e immobilità.
Una tradizione incapace di adattarsi alla botanica del nuovo continente sarebbe scomparsa.
Ossain è sopravvissuto proprio perché il sapere delle foglie ha saputo imparare nuove foglie.
Riafricanizzazione ed etnobotanica contemporanea
Il rinnovato rapporto fra Brasile e Africa occidentale sta modificando anche questo campo. Sacerdoti, ricercatori e praticanti possono oggi confrontare direttamente nomi di piante, specie africane, cantigas e classificazioni conservate sulle due sponde dell’Atlantico. Talvolta una parola rituale brasiliana permette di riconoscere una specie africana ormai sostituita da tempo; in altri casi si scopre che la sostituzione brasiliana ha acquisito una tradizione propria impossibile da liquidare come errore.
Parallelamente, l’etnobotanica ha cominciato a documentare con maggiore attenzione il patrimonio vegetale delle comunità di terreiro. Questa operazione può contribuire alla preservazione di specie, alla valorizzazione dei saperi afro-brasiliani e alla protezione ambientale, ma pone inevitabilmente questioni di proprietà del sapere.
Chi può pubblicare un uso tradizionale?
Che cosa accade quando un’informazione conservata per generazioni da una comunità religiosa diventa materiale di ricerca?
Chi beneficia dell’eventuale scoperta di una proprietà farmacologica commercialmente interessante?
Sono domande contemporanee che Ossain non poteva conoscere nei loro termini attuali, ma il principio mitico del suo dominio offre una risposta sorprendentemente pertinente: possedere la foglia non significa possederne automaticamente il segreto.
La biodiversità può essere patrimonio dell’umanità.
La conoscenza costruita da una comunità possiede anche una storia di appartenenza.
Confondere i due livelli rischia di trasformare la valorizzazione in appropriazione.
Una psicologia della conoscenza incarnata
Sul piano psicologico Ossain offre un’immagine molto diversa da quella dei grandi orixás più immediatamente archetipici. Non possiede la spettacolarità regale di Xangô, il dinamismo tempestoso di Iansã o la maternità oceanica di Iemanjá. La sua forza appartiene alla discriminazione: saper vedere differenze dove l’inesperto vede soltanto una massa indistinta.
Questa capacità ha un evidente valore psicologico. La maturità dipende anche dalla possibilità di distinguere situazioni che a uno sguardo superficiale sembrano uguali. Non ogni paura richiede la stessa risposta, non ogni desiderio deve essere seguito, non ogni conflitto viene risolto nello stesso modo. L’esperienza costruisce una conoscenza delle differenze.
In questo senso il sapere di Ossain può essere letto come immagine di una coscienza che non si accontenta delle categorie generiche.
Non domanda: “questa cosa è buona o cattiva?”
Domanda: “che cosa fa, in quale dose, in quale contesto, insieme a che cosa?”
È una lettura psicologica sorprendentemente moderna, ma deve essere mantenuta al proprio posto. Ossain non è l’archetipo della competenza scientifica né una personificazione dell’emisfero analitico del cervello.
Il culto riguarda un orixá reale per chi lo pratica.
La psicologia può imparare dalla forma del suo sapere senza pretendere di tradurlo interamente nella mente umana.
Una lettura esoterica: la conoscenza prima della potenza
L’esoterismo occidentale è pieno di materia: erbe, incensi, oli, pietre, metalli, acque, resine. Molti manuali moderni tendono però a trasformare queste sostanze in cataloghi di corrispondenze, come se conoscere che una pianta “serve per protezione” o “attira prosperità” fosse sufficiente a possederne il segreto.
Ossain mette in crisi precisamente questa mentalità.
La foglia da sola non basta.
Nemmeno la corrispondenza basta.
Serve sapere come, quando, perché e dentro quale relazione.
È una lezione esoterica molto più rigorosa della consueta retorica della natura piena di energie disponibili all’operatore. Nel mondo di Ossain la materia non è un supermercato occulto. Possiede caratteristiche, regole, incompatibilità e conoscenze che devono essere ricevute e apprese.
La potenza non sostituisce la competenza.
È forse questa una delle idee più importanti dell’intero Candomblé.
L’axé non rende inutile il sapere tecnico.
Lo richiede.
Un sacerdote può conoscere la potenza di una foglia e, proprio per questo, sapere che non va utilizzata in una certa circostanza.
L’inesperto vede possibilità.
L’esperto vede anche limiti.
La differenza fra i due non è quantità di fede.
È conoscenza.
La foresta che diventa archivio
Una pianta raccolta oggi potrebbe provenire da un vaso, da un mercato, da un orto sacro o da un frammento di mata rimasto fra quartieri urbani. Dietro quella foglia esiste però una storia molto più lunga: nomi africani conservati attraverso generazioni, specie perdute e sostituite, conoscenze indigene assorbite nel Brasile coloniale, donne e uomini che hanno imparato a riconoscere le piante senza possedere erbari scientifici, anziani che hanno corretto i più giovani quando raccoglievano la foglia sbagliata.
La conoscenza di Ossain non è quindi soltanto botanica.
È memoria della diaspora.
Ogni nome sopravvissuto conserva qualcosa di un paesaggio che molti degli antenati deportati non rividero mai. Ogni sostituzione brasiliana conserva invece la prova che quel sapere non rimase congelato nella nostalgia dell’Africa, ma continuò a osservare il mondo nuovo abbastanza attentamente da impararlo.
Forse è questo che rende tanto precisa la vecchia formula secondo cui senza foglia non esiste orixá. Non parla soltanto della necessità liturgica del vegetale. Ricorda che nessuna religione può vivere soltanto di idee.
Servono luoghi.
Corpi.
Acqua.
Materia.
E qualcuno capace di sapere che cosa raccogliere.
La foresta può sembrare piena di foglie uguali finché non arriva chi conosce i loro nomi. Da quel momento non esiste più “il verde”. Esistono individui, proprietà, pericoli, parentele, usi e memorie.
La differenza non è nelle piante, che erano già tutte diverse prima che qualcuno entrasse nel bosco.
È nello sguardo che finalmente ha imparato a vederle.

