Il terreiro non è ancora pieno quando il lavoro è già cominciato. Qualcuno ha pulito il pavimento, preparato l’altare, disposto l’acqua, controllato ciò che servirà alle diverse entità; altrove viene accesa una fumigazione, si sistemano gli strumenti musicali e i médiuns iniziano a raccogliersi secondo l’ordine della casa. Quando arrivano i primi consulenti, una parte invisibile della cerimonia è dunque già avvenuta, perché nell’Umbanda la presenza degli spiriti non viene concepita come un incidente che interrompe improvvisamente la vita ordinaria, ma come qualcosa per cui si prepara uno spazio, un corpo e una comunità. Solo più tardi il canto acquisterà intensità, la corrente dei médiuns entrerà nel proprio ritmo e uno di quei corpi comincerà a cambiare: le spalle potranno aprirsi come accade con certi Caboclos, la schiena incurvarsi nell’arrivo di un Preto Velho, il passo oscillare con un Marinheiro oppure assumere quella particolare gravità attraverso cui una casa riconosce uno dei propri Exus. A quel punto ciò che per l’osservatore è un mutamento corporeo possiede già, per il terreiro, un nome e una relazione.
È questo complesso di preparazione, apertura, canto, incorporazione, consultazione, intervento rituale e chiusura che viene generalmente raccolto sotto la parola gira, benché forma e sequenza possano cambiare enormemente fra una casa e l’altra. Non esiste una liturgia centrale dell’Umbanda e sarebbe pertanto scorretto immaginare una gira universale che ogni terreiro dovrebbe riprodurre esattamente. Vi sono case nelle quali gli atabaques occupano una posizione fondamentale e altre nelle quali la musica è molto più sobria; alcune aprono i lavori attraverso lunghe preghiere cristiane, altre accentuano maggiormente orixás e tradizione afro-brasiliana; alcune organizzano giras dedicate a una sola linea, mentre altre permettono il passaggio successivo di differenti categorie di entità. Persino l’ordine delle presenze, le forme di saluto, l’uso delle erbe, delle candele, delle bevande e degli strumenti rituali appartengono alla genealogia della casa. Ciò che rimane costante è piuttosto il principio: la gira mette in movimento una comunità religiosa affinché il rapporto fra visibile e invisibile possa diventare lavoro. Le osservazioni etnografiche documentano precisamente questa centralità dell’incorporazione, del canto, della disposizione dei médiuns e dei momenti successivi di atendimento nelle cerimonie umbandiste.
La parola lavoro deve essere presa sul serio. Una gira non è concepita dai praticanti come spettacolo della medianità né come dimostrazione pubblica che gli spiriti esistano. Le entità vengono perché devono fare qualcosa: ascoltare, consigliare, dare un passe, benedire, intervenire in una situazione considerata spiritualmente problematica, utilizzare determinate materie, orientare una persona oppure sostenere il lavoro generale della casa. È precisamente questo carattere operativo che distingue una parte importante dell’esperienza umbandista dalla seduta medianica intesa principalmente come prova della sopravvivenza dei morti. Il problema non è soltanto ottenere un messaggio dall’aldilà. È costruire una relazione attraverso cui quella presenza possa agire nel mondo dei vivi.
Prima che l’entità arrivi
La preparazione di una gira comincia generalmente dalla necessità di stabilire che lo spazio nel quale avverrà l’incorporazione non sia uno spazio qualunque. La casa possiede già una geografia religiosa, fatta di altare o congá, eventuali assentamenti e punti specifici destinati alle differenti funzioni; prima della cerimonia possono inoltre essere utilizzati preghiere, canti, fumigazioni, erbe, acqua, candele e altri elementi secondo la tradizione seguita.
La defumação, quando praticata, non equivale semplicemente a profumare la stanza con un incenso gradevole. Viene interpretata come operazione di pulizia e preparazione attraverso la quale persone e ambiente vengono posti nella condizione appropriata al lavoro. Le piante partecipano in molti terreiros a questa costruzione concreta del médium e dello spazio rituale, e l’etnografia contemporanea ha mostrato quanto foglie e altre materie non vengano pensate soltanto come rappresentazioni simboliche, ma come agenti effettivi all’interno della cosmologia religiosa.
Seguono, nelle configurazioni che li prevedono, preghiere e pontos cantados, cioè canti rituali. È importante spiegare il termine perché il ponto non è semplicemente una canzone religiosa aggiunta alla cerimonia per accompagnarla musicalmente. Può lodare un orixá o una linea, identificare una entidade, sostenere il suo arrivo, accompagnarne il lavoro e successivamente favorire il momento della partenza. Lo stesso repertorio permette alla comunità di sapere in quale regione simbolica della gira si trova: mata, mare, estrada, calunga, encruzilhada e altri territori possono entrare nella stanza attraverso le parole e il ritmo.
La ricerca etnopsicologica sulla musica umbandista ha evidenziato proprio questa concezione secondo cui canto e atabaque partecipano attivamente all’incorporazione e alla disincorporazione; la musica non si limita quindi a descrivere ciò che accade, ma entra nel processo attraverso cui la presenza viene evocata, riconosciuta e sostenuta.
Il ritmo interviene contemporaneamente sul corpo del médium. Ripetizione, canto collettivo, movimento e attenzione rivolta alla mesma linha creano una condizione molto diversa dall’esperienza quotidiana. Una lettura psicofisiologica può osservare modificazioni dell’attenzione, della percezione corporea e dello stato di coscienza; la cosmologia umbandista parla invece di sintonizzazione, vibrazione, aproximação da entidade o utilizza altri linguaggi secondo la scuola.
Non è necessario costringere le due descrizioni a eliminarsi reciprocamente.
Dire che il ritmo modifica il corpo non dimostra che l’entità non esista.
Dire che il médium ritiene di ricevere una entidade non rende inutile studiare ciò che accade al suo sistema percettivo e motorio.
La gira è interessante precisamente perché rende i due livelli difficili da separare senza impoverirli.
La corrente medianica
Una gira non è la somma di alcuni individui che incorporano ciascuno per conto proprio. Il termine corrente medianica esprime una concezione fortemente comunitaria del lavoro: i médiuns vengono considerati parte di un insieme che deve mantenere coesione, attenzione e disciplina affinché le diverse presenze possano lavorare dentro uno spazio controllato.
Anche i partecipanti che in un determinato momento non incorporano possono dunque avere una funzione.
Il dirigente della casa organizza la cerimonia e assume la responsabilità religiosa generale; altri membri possono sostenere canto e ritmo; i camboni, dove questa funzione è prevista, assistono médium ed entidade, portano ciò che viene richiesto, accompagnano il consulente, osservano ciò che accade e contribuiscono a mantenere il rapporto fra la presenza incorporata e l’organizzazione concreta del terreiro. Le fonti etnografiche registrano proprio il cambone come aiutante rituale presente durante consultas e lavori delle entità.
Questa struttura è importante perché corregge l’immagine cinematografica della possessione come invasione incontrollabile.
L’Umbanda, al contrario, tende a socializzare l’incorporazione.
Il médium non viene lasciato solo con l’esperienza.
Intorno a lui esiste una comunità che riconosce la linha, osserva il corpo, conosce i pontos, sa quando intervenire e possiede una memoria delle manifestações precedenti.
La presenza spirituale viene quindi inserita in un contesto attraverso il quale può essere distinta, almeno secondo i criteri interni della casa, da agitazione emotiva, inesperienza o fenomeni che necessitano di altra interpretazione.
È qui che il concetto di desenvolvimento mediúnico, sviluppo medianico, acquista importanza. La medianità può essere considerata un dono o una predisposizione, ma questo non significa che una persona appena entrata nel terreiro sappia automaticamente incorporare e lavorare. Deve imparare a riconoscere il proprio corpo, la disciplina della casa, le differenze fra linhas, il comportamento appropriato durante la consulta e il momento in cui ciò che percepisce possa essere lasciato avanzare senza perdere completamente la capacità di funzionare dentro la comunità.
Gli studi recenti sull’identità umbandista mostrano quanto partecipazione alla casa e sviluppo medianico contribuiscano alla formazione stessa dell’appartenenza religiosa.
Non si impara semplicemente una tecnica.
Si diventa gradualmente médium di quella casa.
Incorporare
La parola incorporazione produce facilmente un’immagine sbagliata: un corpo vuoto dentro il quale entra improvvisamente un essere esterno che ne prende possesso come qualcuno prende il controllo di un veicolo.
Alcuni praticanti possono effettivamente utilizzare metafore vicine a questa concezione, compresa quella tradizionale del médium come cavalo, cavallo montato dalla entidade. Ma le teorie interne all’Umbanda sono assai più varie. In determinate case si parla di sovrapposizione, sintonia o vibrazione; in altre di una aproximação attraverso cui espírito e médium entrano progressivamente in relazione; altrove la teoria viene elaborata attraverso nozioni di corpi sottili, energia, fluidi o campi spirituali.
Un’importante ricerca etnografica dedicata precisamente alla teoria umbandista della medianità ha mostrato come i praticanti possano concepire l’incorporazione attraverso la trasmissione e l’accordo di vibrazioni, fino a pensare il corpo umano come medium capace di materializzare e rendere operativa la presenza del sacro.
Questo permette di comprendere perché l’entità utilizzi il corpo senza necessariamente cancellare ogni traccia del médium.
La voce passa attraverso il suo apparato fonatorio.
Il movimento attraverso le sue articolazioni.
La entidade che fuma utilizza i suoi polmoni.
La percezione dello spazio continua a dipendere dai suoi sensi.
Religiosamente, tuttavia, il soggetto che organizza questi elementi non viene identificato semplicemente con la sua persona ordinaria.
È una forma di compresenza difficile da rendere attraverso la nostra consueta distinzione fra “io sono completamente me stesso” e “io non sono più presente”.
Proprio per questo le categorie diffuse fra gli stessi praticanti di medianità cosciente, semicosciente e incosciente devono essere utilizzate con attenzione. Possono descrivere differenti modi di ricordare e vivere l’incorporazione, ma non costituiscono classi neuroscientifiche standardizzate e non esiste una graduatoria universale secondo cui perdere maggiormente coscienza significherebbe possedere una medianità superiore.
Un médium può ricordare quasi tutta la consulta e ritenere comunque che la entidade fosse autenticamente presente.
Un altro può ricordare soltanto alcuni passaggi.
Un altro ancora descrivere una percezione molto lontana di ciò che il corpo stava facendo.
L’autenticità religiosa non può essere misurata semplicemente attraverso la quantità di amnesia.
È un punto importante perché la ricerca della “incorporazione totale” può produrre aspettative artificiose. Nel terreiro competente, il problema non dovrebbe essere dimostrare spettacolarmente di avere perso il controllo, ma imparare a dare passagem alla entidade secondo i criteri ricevuti dalla propria tradizione.
Il corpo impara prima di poter spiegare
Uno degli aspetti più affascinanti della gira è che le differenze fra le linhas diventano visibili nel corpo prima ancora di essere formulate teoricamente.
I Caboclos non si muovono come i Pretos Velhos.
I Marinheiros non incorporano necessariamente come le Crianças.
Gli Exus possiedono altre modalità ancora.
La ricerca che ha analizzato sistematicamente i movimenti in rituali umbandisti ha effettivamente individuato configurazioni differenti di peso, tempo, spazio e fluidità associate a specifiche categorie di entidades.
Questo non significa che esista una coreografia obbligatoria e identica in tutta l’Umbanda, né dimostra che il médium stia consapevolmente imitando un repertorio imparato.
Mostra qualcosa di più interessante.
L’esperienza spirituale possiede una grammatica corporea condivisa.
Chi frequenta il terreiro impara lentamente che una determinata qualità del movimento appartiene a una certa linha, esattamente come impara a riconoscere il ritmo di un canto o l’odore di una pianta. Nel corso del desenvolvimento, sensazioni inizialmente indistinte possono acquistare nome, significato e forma.
L’antropologia può descrivere questo processo come apprendimento corporeo.
Il praticante può dire che la entidade sta finalmente riuscendo a “firmare” meglio la propria incorporação, cioè a manifestarsi in maniera più stabile e riconoscibile.
Le due descrizioni non sono equivalenti, ma osservano lo stesso processo da direzioni differenti.
Una spiegazione puramente psicologica che concludesse “il médium impara come deve comportarsi un Caboclo, quindi il Caboclo è soltanto imitazione” commetterebbe un errore logico. Anche un musicista impara una grammatica prima di poter improvvisare, ma l’esistenza dell’apprendimento non dimostra che ciò che produce sia falso. Allo stesso modo, dal punto di vista opposto, affermare che l’entità sia reale non elimina il fatto osservabile che l’esperienza viene formata dentro una cultura e cambia attraverso la pratica.
Il corpo è contemporaneamente luogo dell’apprendimento e luogo della presenza.
È precisamente questa ambiguità a renderlo centrale.
Quando comincia il lavoro
L’incorporazione non rappresenta necessariamente il culmine della gira.
Può essere piuttosto ciò che rende possibile la sua parte più importante.
Una volta stabilizzata, la entidade può iniziare il lavoro spirituale propriamente detto. Secondo linea e casa, ciò può comprendere passes, benedizioni, consulta individuale, preghiera, uso di erbe, acqua, fumo, candele e altri strumenti, oltre a consigli riguardanti problemi concreti.
L’ampiezza della parola trabalho è significativa.
Una persona può arrivare perché ritiene di avere un problema spirituale.
Un’altra per una relazione.
Una terza perché non riesce a decidere se cambiare lavoro.
Qualcuno porta un lutto.
Qualcun altro paura, conflitto familiare o una sofferenza che ha già cercato di affrontare anche attraverso medicina e psicologia.
La entidade ascolta da dentro la propria identidade rituale. Il Preto Velho non offre necessariamente lo stesso tipo di conselho di una Pombagira; il Caboclo può utilizzare un registro differente dal Baiano; Exu affrontare una contraddizione in un modo che una Criança non utilizzerebbe.
La pluralità delle linhas permette quindi alla stessa religione di costruire differenti stili di intervento.
È uno dei motivi per cui la consulta non dovrebbe essere ridotta alla divinazione.
L’entità può non predire nulla.
Può semplicemente dire ciò che ritiene debba essere fatto.
Oppure rifiutarsi di rispondere alla domanda posta e spostare l’attenzione verso qualcosa che il consulente non stava considerando.
Da un punto di vista psicologico, questa situazione contiene numerosi elementi capaci di produrre effetti significativi: ascolto, autorità rituale, riformulazione narrativa del problema, aspettativa, sostegno comunitario e la possibilità di attribuire senso a un’esperienza confusa.
Ma nella lettura umbandista il trabalho non consiste soltanto nel parlare.
Esiste una azione spirituale compiuta dall’entità.
Il passe ne è forse l’esempio più immediato. Gestualità delle mani, preghiera, movimento intorno al corpo, erbe o altri elementi possono essere utilizzati con lo scopo di pulire, riequilibrare o modificare quella che la cosmologia della casa descrive come condizione energetica o espiritual della persona. Le ricerche contemporanee sulla concezione di salute dei dirigenti umbandisti confermano quanto cura, spiritualità, relazioni e benessere vengano pensati in maniera fortemente integrata.
Non sarebbe corretto tradurre automaticamente questa operazione in termini medici.
Una limpeza spiritual non costituisce di per sé terapia clinica.
Ma non sarebbe corretto nemmeno ignorare il fatto che, per chi vi partecipa, la gira può inserirsi in percorsi reali di ricerca della salute e del benessere.
La distinzione permette di rispettare il fenomeno senza confondere competenze differenti.
Il cambone vede ciò che la entidade non deve occuparsi di vedere
La figura del cambone rivela quanto l’Umbanda diffidi, almeno nelle sue forme comunitariamente strutturate, dell’idea che la medianità autentica debba funzionare senza alcuna mediazione sociale.
Mentre l’entità lavora, il cambone può portarle ciò di cui necessita, accompagnare la consulta, ricordare esigenze pratiche della casa, aiutare il médium e mantenere una continuità fra la situazione rituale e quella ordinaria.
La funzione è apparentemente subordinata.
In realtà richiede attenzione.
Il cambone deve comprendere abbastanza del lavoro da intervenire senza occupare il posto della entidade. Deve osservare ciò che il médium, impegnato nella incorporação, può non poter gestire direttamente. Deve distinguere il servizio rituale dalla curiosità e, nelle case nelle quali partecipa alle consultas, custodire la riservatezza di ciò che ascolta.
Il significato esoterico della funzione è interessante.
Nessuna presenza viene trattata come completamente autosufficiente.
La entidade possiede il proprio sapere.
Il médium offre il corpo.
Il cambone sostiene la relazione.
Il canto tiene la corrente.
Il dirigente custodisce l’ordine generale.
Il consulente porta il problema.
Il lavoro emerge precisamente dall’incastro fra differenti competenze.
È molto lontano dall’immagine moderna del sensitivo solitario che riceve messaggi senza bisogno di una comunità capace di valutarli.
L’Umbanda tradizionale è, in questo senso, profondamente diffidente verso l’individualismo spirituale.
La medianità diventa religione quando entra in relazione.
Incorporazione e psicopatologia
La possessione religiosa ha una lunga storia di patologizzazione.
Fra XIX e XX secolo medici, psichiatri ed etnografi interpretarono trance e medianità attraverso diagnosi di isteria, degenerazione, suggestionabilità e altre categorie che spesso si intrecciavano con concezioni razziali oggi scientificamente screditate. Il problema toccò tanto lo spiritismo quanto le religioni afro-brasiliane, ma queste ultime subirono in maniera particolarmente forte l’associazione fra possessione, primitivismo e malattia mentale.
La psicologia e la psichiatria contemporanee possiedono strumenti assai più prudenti.
Le esperienze dissociative non sono necessariamente patologiche. Contesti culturali e religiosi possono fornire forme nelle quali modificazioni della coscienza, percezione di presenze e cambiamenti dell’identità vengono sperimentati senza produrre automaticamente malattia. La letteratura sul diagnostico differenziale delle esperienze spirituali sottolinea che elementi come assenza di sofferenza significativa e di deterioramento funzionale, capacità di controllo, compatibilità culturale e crescita personale possono contribuire a distinguere esperienze religiose non patologiche da condizioni che necessitano di assistenza clinica.
Questo non significa che ogni esperienza definita spirituale sia automaticamente sana.
Un praticante di Umbanda può avere un disturbo psicologico esattamente come chiunque altro.
Una comunità religiosa può interpretare erroneamente un sintomo clinico come mediunidade, così come un professionista sanitario può interpretare erroneamente una esperienza religiosa culturalmente regolata come patologia.
Il punto rigoroso non consiste nel scegliere preventivamente quale dei due mondi abbia sempre ragione.
Consiste nel valutare contesto, sofferenza, controllo e conseguenze.
La gira offre inoltre una caratteristica protettiva importante sul piano sociale: l’esperienza non avviene necessariamente in solitudine. Il médium possiede un linguaggio per descriverla e una comunità capace di inserirla in una struttura. Una sensazione corporea che fuori dal terreiro potrebbe essere percepita come inspiegabile e terrorizzante può essere riconosciuta, accompagnata e progressivamente regolata dentro il desenvolvimento.
Naturalmente questo non dimostra l’ontologia spirituale della entidade.
Mostra perché la cultura possa modificare profondamente il modo in cui una esperienza viene vissuta.
Controllo e abbandono
Una delle tensioni più sottili dell’incorporazione riguarda il rapporto fra lasciarsi andare e mantenere disciplina.
Il médium deve permettere che qualcosa accada.
Ma non può trasformare l’abbandono in irresponsabilità.
Se controlla ossessivamente ogni gesto, secondo la lettura religiosa può impedire alla entidade di manifestarsi con chiarezza; se cerca invece di perdere deliberatamente ogni limite, rischia di confondere mediunidade con teatralità, emozione incontrollata o semplice desiderio di produrre un’esperienza intensa.
Il desenvolvimento lavora precisamente in questo spazio intermedio.
La persona impara a non anticipare l’entità.
A non costruirla soltanto attraverso ciò che immagina dovrebbe fare.
A riconoscere ciò che la casa considera autenticamente proveniente dalla incorporação.
Ma impara anche che il proprio corpo non cessa di avere limiti e responsabilità.
Questa tensione rende poco appropriata la parola possessione quando viene utilizzata nel senso comune di completa perdita di sovranità, benché rimanga perfettamente legittima come categoria storico-religiosa e antropologica.
Molti praticanti preferiscono parlare di incorporação proprio perché il termine suggerisce una relazione più complessa fra espírito e corpo.
L’entità non occupa un cadavere.
Lavora attraverso una persona viva.
Il ritorno
La gira non termina quando l’ultima consulta è finita.
Così come la presenza era stata costruita, deve essere congedata e il lavoro chiuso secondo le modalità della casa.
I pontos possono cambiare e accompagnare la partenza delle entidades; il médium modifica nuovamente respirazione, postura e tono muscolare, tornando progressivamente alla propria forma ordinaria di stare nel corpo. In alcune casas questo processo è chiamato desincorporação; nel linguaggio comune del terreiro si può dire che la entidade “sale” o “va embora”, espressioni che appartengono alla cosmologia interna e non devono essere interpretate troppo letteralmente come descrizioni dello spazio fisico.
Anche qui la musica può svolgere una funzione precisa. La ricerca sui pontos cantados documenta il loro impiego tanto nell’arrivo quanto nella partenza delle presenze.
La chiusura può comprendere preghiere, ringraziamenti, canto, pulizia dello spazio e altri gesti secondo la tradição. Lo scopo non è soltanto cerimoniale. Una struttura che apre il contatto con il mondo spirituale deve sapere anche quando il contatto termina.
Questo limite è uno degli elementi che distinguono una pratica religiosa organizzata dalla ricerca indiscriminata di esperienze medianiche.
Non si dovrebbe rimanere permanentemente incorporati.
Non ogni luogo è una gira.
Non ogni sensazione necessita di diventare un messaggio.
L’esperienza possiede un tempo.
Poi il médium deve tornare alla propria vita.
È quasi una disciplina della permeabilità: essere abbastanza aperti da permettere il passaggio e abbastanza strutturati da poter successivamente richiudere.
Ciò che significa davvero “lavorare”
La parola ritorna continuamente perché nella Umbanda sembra impossibile evitarla.
Si lavora con Caboclos.
Pretos Velhos lavorano.
Exu viene per lavorare.
La gira è un trabalho.
La ripetizione rivela una concezione del sacro assai concreta. L’invisibile non viene valutato soltanto per la sua altezza metafisica, ma anche per la capacità di entrare in relazione con le difficoltà della vita.
Questo non significa che la spiritualità sia ridotta a soluzione di problemi materiali.
Significa che la trascendenza non viene necessariamente pensata come fuga dal mondo.
Una pessoa può portare nella gira precisamente ciò che la religione più astratta preferirebbe lasciare fuori: denaro, solitudine, malattia, conflitto, famiglia, sesso, paura, lavoro, lutto.
Le entidades rispondono attraverso registri differenti.
Il sacro entra nel quotidiano senza pretendere che il quotidiano diventi prima abbastanza nobile da meritare attenzione.
Dal punto di vista esoterico questa caratteristica distingue l’Umbanda da molta spiritualità contemporanea costruita intorno alla sola elevazione della coscienza. La gira non chiede necessariamente di salire.
Può chiedere di mettere in ordine ciò che è qui.
Un corpo.
Una casa.
Una relazione.
Una decisione.
Un cammino.
La potenza spirituale viene misurata anche attraverso la capacità di produrre movimento dentro una situazione bloccata.
Una tecnologia della relazione
Definire la gira una tecnologia rituale può sembrare freddo, ma il termine permette di cogliere qualcosa che la semplice parola “cerimonia” lascia in ombra. Una tecnologia dispone elementi differenti secondo una sequenza affinché una relazione diventi possibile.
La gira fa precisamente questo.
Organizza spazio, corpo, musica, materia, memoria, gerarchia e attenzione.
Il canto modifica la qualità della presenza.
La corrente sostiene il médium.
Il médium presta il corpo.
La entidade acquista voce e gesto.
Il cambone permette che quella voce possa operare nella situazione concreta.
Il consulente porta ciò che necessita di essere affrontato.
Il rito stabilisce infine quando tutto questo deve concludersi.
Da una prospettiva religiosa, la struttura permette ai mondi di comunicare.
Da una prospettiva antropologica, costruisce le condizioni sociali nelle quali una esperienza di possessione può essere riconosciuta e condivisa.
Da una prospettiva psicologica, organizza stati della coscienza, identità e corporeità dentro un contesto dotato di significato.
Da una prospettiva esoterica, mostra qualcosa che molte tradizioni hanno intuito in modi differenti: l’invisibile, qualunque cosa si ritenga che sia, non diventa operativo semplicemente perché qualcuno crede che esista. Occorrono relazione, linguaggio e forma.
La gira fornisce quella forma.
Per questo, quando le ultime entità sono andate via e il médium è tornato alla propria voce, non rimane necessariamente la sensazione che qualcosa di straordinario abbia interrotto per qualche ora la normalità. Per chi appartiene alla casa è quasi il contrario. La normalità del terreiro consiste precisamente nel sapere che, in determinate notti e secondo una sequenza appresa, qualcuno prepara lo spazio, il canto comincia, i corpi cambiano e presenze che durante il resto della settimana rimangono invisibili acquistano abbastanza forma da sedersi davanti a un essere umano e chiedergli che cosa lo abbia portato fin lì.
Poi ascoltano.
Ed è soltanto allora che il lavoro comincia davvero.

